Io non ho un io.

Io non ho un io.

Si tratta pur sempre di un’intepretazione: in mancanza di un io, se ne interpretano alcuni, e dopo un po’ si interpreta meglio quello che ti aiuta a cavartela meglio. Se tu mi dicessi che ci sono delle persone, come l’uomo dell’ultimo piano al quale ora minacci di consegnarti, che hanno in realtà un forte senso di se stessi, dovrei dirti che stanno solo facendo la parte di persone con un forte senso di se stesse (..).

Tutto ciò che posso dirti con certezza è che io, per esempio, non un io, e che non voglio o non posso assoggettarmi alla buffonata di un io.

Philip Roth, La controvita, Einaudi

Poi è già domani e così non hai più da aspettarlo.

Ma ci voleva una stazione, ci volevano dei muri, anche se ormai si era lasciato andare al tremito e non avvertiva più il freddo. Di stazioni ce ne erano due ma non era mai andato a piedi né all’una né all’altra, e non riusciva a decidere né a ricordare quale fosse la più vicina quando d’un tratto si fermò, ricordando il mercato, pensando al caffè. “Caffè” disse. “Caffè. Una volta bevuto del caffè sarà domani. Sì. Una volta bevuto del caffè, poi è già domani e così non hai più da aspettarlo.”

W.Faulkner, Pilone, Adelphi

Consuma, e non distrugge.

In questa città, la fuga nella notte e lo stesso vizio non lasciano tracce, non sono cose capitali. Carte di un grande mazzo, fatto di migliaia e migliaia di figure, si mescolano e per quanto si intreccino non si incontrano mai in una sequenza conclusiva. Perché il vizioso è labile, percorre tutte le strade attorno al peccato, ma non si ferma mai a lungo in una sola stazione. Osserva in tranquillità quanti si agitano nei pressi, e vorrebbe offrire loro un po’ delle sue risorse. Anche lui è amaro e può odiare, ovviamente; ma non gli è necessario, come invece accade, sempre, a coloro che gridano contro il vizio. Il vizioso accetta gli altri, i quali pretendono di annullare la sua presenza, il suo respiro vitale, persino. Per questi il vizio deve essere cancellato dalle strade. Purtroppo, non lo conoscono, non ne hanno la minima idea; e questo rende tanto plateali quanto risibili le loro rumorose proteste. Pensieri così sono lontani dalla mia città. Essa è torpidamente rilassata, non ha veri vizi, non ne soffre e nemmeno ne prova la sorda invidia che è in qualche modo la porta da cui può entrare un minimo di grandezza. Si deve essere indulgenti con lei perché, come asseriscono, è una città antica? E invece è una città giovane, malamente giovane. Non ha sedimenti e non può avere orrori. Consuma, non distrugge; perché questo crimine si compia, occorre vi sia predisposizione, la quale non si concilia con la fatuità inespressiva. Occorre che il luogo abbia una memoria segreta e forte, un ricordo di sé, e questo è invece il vero assente. Dunque, pietà per le sue miserabili malefatte. Chi ha tentato di conquistarla, ha voluto sempre essere sguaiato, e questo ci accora. Egli ha approfittato della sua incapacità a nutrire vizi: non direi innocenza.

Angiolo Bandinelli, Il Foglio, 4 settembre 2010

Il dolore declina in spettacolo.

Un fremito sembra (..) scuotere gli astanti, sullo sfondo del quadro creato dalla telecamera: non è solo la cretineria che spinge genitori con i figli in braccio, agghindate matrone e sfaccendati ragazzotti a farsi riprendere. Sono agitati da un confuso sentimento, come se per sentirsi vivi bisognasse per forza apparire in tv, frequentare le plaghe della visibilità. Così sembra. Poi si scopre che mentre era in corso l’operazione del recupero, (..) alcuni abitanti della strada hanno affittato a fotografi e cameraman un posto sul balcone per riprendere meglio la scena.

Aldo Grasso, Corriere della Sera, 1 agosto 2010

Il meriggio degli idoli.

Maschera di Dioniso, Louvre

Lo stratagemma dei tempi d’apostasia è mascherare il paganesimo risorgente sotto la specie dell’evento artistico: una volta si chiamavano Baccanales, oggi li chiamano Loveparade e raves; una volta si chiamavano sacrifici agli déi ctoni, oggi li chiamano -per eufemismo- “incidenti” o “tragedie”. L’alcol serve in tali riti orgiastici come anestetico pre-olocaustico: con i sensi ottusi la folla si dirige allegramente al macello e non lo sospetta neppure. Secondo i filosofi dovremmo essere in pieno crepuscolo degli idoli e invece ci ritroviamo ancora immobili nel loro meriggio, cui guardacaso sempre s’accompagna una persecuzione anticristiana. Ci vorrebbe un nuovo Marco Porcio Catone o un nuovo Teodosio Magno per spazzare via questi culti nefasti dalla faccia dell’Europa e ristabilire così la pace civile. Purtroppo il titolo di Defensor pacis non sembra attrarre oggi molti candidati, piuttosto è spesso incautamente attribuito a ogni sorta di millantatore, falso profeta o meteora politicante.

Paolo Carcano, Varese (Il Foglio, HPC, 26 luglio 2010)

Perdite di tempo 2.

“(..) sì, nemmeno buttarsi sotto il prossimo camion gigantesco che ostruisce la visuale; sì, nemmeno buttarsi ma lasciarsi trascinare da questa forza che mi attira sotto le ruote, che mi chiama, (..) questa forza che dice di smettere l’assurda lotta per diventare bravo cittadino bravo contribuente bravo coniuge bravo genitore bravo lavoratore bravo essere umano.”

Camilla Baresani, Un’estate fa, Bompiani

N.d.A.: ho comprato il libro fidando nel giudizio di Camillo Langone, espresso sul Foglio qualche mese fa. Niente di più sbagliato, secondo me Langone il libro non l’ha neppure letto. Non avrei dovuto comprarlo, avrei dovuto fare il carotaggio à la Mc Luhan, ma non l’ho fatto. Non avrei dovuto finire il libro, che arrivati a metà comincia a stancare ed a segnalare che i disagi delle pagine precedenti non sono immaginari. Avrei dovuto gettarlo via, nella sezione carta e cartone della raccolta differenziata: l’ho fatto oggi.

Perdite di tempo 1.

Adesso che non mi immedesimo più, adesso che stento a trovare ragioni e passioni di un’estate fa, mi sono convinta che ogni storia sentimentale sia un incidente, che ogni incidente sia un mero frutto del caso e faccia perdere tempo, e che del tempo perso inseguendo l’amore si sarebbe potuto fare un altro uso. Anche se, probabilmente, quell’uso non sarebbe stato migliore. Perché la vita intera è un perdere tempo, un affannarsi, un mancare obiettivi elevati che spesso, comunque, nemmeno si coltivano.

Camilla Baresani, Un’estate fa, Bompiani

Rampolli: una questione di nomi

“Lionel e Brandino, Anselmo e Ginevra, Orio e Tazio. Ma anche Paola e Alessandra, Piero e Marta, Luigi e Lorenza. E poi tenute e palazzi, terrazze e giardini. Cognomi semplici e doppi e tripli. Qualche “de”. Tradizioni lontane. Patrimoni antichi. Due, tre generazioni o anche quattro. (..) In gioco, lo stile italiano. Ritratti di famiglie, eleganti. Belle case. (..) Per raccontare un gusto di vivere: L’ “Italian tour” che ora è titolo del libro, edito da Tod’s e pubblicato da Skira, che stasera sarà presentato a Milano in via Spiga.”
L’immancabile Paola Pollo riequilibra, in questo scorcio di settembre, lo stile eccessivamente sobrio che De Bortoli ha imposto al Corriere, rimettendolo nella giusta carreggiata, quella che dopo le frivolezze dell’insospettabile Mieli era stata smarrita: frivolezze per me talmente insopportabili che, per la prima volta nella mia vita, avevo smesso di leggere il Corriere stesso. Senza sostituirlo, leggendo solo Il Foglio.
Oggi Paola Pollo ha sfornato una delle sue pagine, quelle che ogni volta che le leggi pensi che a qualcuno, nelle sue esperienze di vita è mancata la zappa, i vestiti passati fra fratelli, i treni di seconda classe -freddi o bollenti in senso inverso alle stagioni- delle FFSS per andare in università, la mensa, gli appartamenti da universitari, le scarpe che tenevano freddo ai piedi, gli eskimo. Qualcuno che, oh meraviglia, durante la lavorazione di “Italian Touch” ha indossato i propri storici winter a scarponcino: qualcuno che, durante la vita, forse si chiederà “ma perché cazzo mi hanno chiamato Brandino? Un semplice Christian?” E Ginevra, proprio lei, penserà mai “eppure, se mi chiamassi Deborah…o Samantha?”