Né le bende, né il pane, né i razzi, ma questi rami di abete avvolti da un’inutile ragnatela…

Né le bende, né il pane, né i razzi, ma questi rami di abete avvolti da un’inutile ragnatela…

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“Il generale sedette su una cassa, e la luce gialla della stufa balenò sulla nera croce di ferro che pendeva dal suo petto.
‘Vi auguro una buona vigilia di Natale’ disse.
I soldati che lo accompagnavano trascinarono verso la stufa una cassa e forzato il coperchio con delle scuri, cominciarono ad estrarre degli abetini natalizi, avvolti nel cellophane, della grandezza di un palmo. Ogni alberello era ornato con filamenti dorati, perline e caramelle. Il generale osservava come i soldati aprivano impazienti i pacchettini di cellophane; fece cenno al sottotenente di avvicinarsi e gli bisbigliò parole incomprensibili; poi Bach esclamò ad alta voce:
‘Il generale ha ordinato di comunicarvi che questo regalo natalizio, proveniente dalla Germania, è stato portato da un pilota, rimasto ferito a morte sopra Stalingrado’.
Gli uomini reggevano sul palmo gli alberelli, che nell’ambiente riscaldato si ricoprirono di un velo di vapore; e subito il sotterraneo fu invaso dal profumo di pino che coprì l’odore pesante di obitorio e di fucina, tipico della linea avanzata.
Il cuore sensibilie di Bach avvertì la tristezza e il fascino di quell’attimo. I soldati che sfidavano l’artiglieria pesante russa, incrudeliti, rozzi, estenuati dalla fame e dai pidocchi, snervati dall’insufficienza delle munizioni, senza parlare capirono di colpo ogni cosa: né le bende, né il pane, né i razzi, ma questi rami di abete avvolti da un’inutile ragnatela, … erano loro necessari”.

Vasilij Grossman, Vita e destino

Las cuatro de la madrugada (Y que lleguen las cinco).

Las cuatro de la madrugada

Milano_alba

Hora de la noche al día.
Hora de un costado al otro.
Hora para treintañeros.

Hora acicalada para el canto del gallo.
Hora en que la tierra niega nuestros nombres.
Hora en que el viento sopla desde los astros extintos.
Hora y-si-tras-de-nosotros-no-quedara-nada.

Hora vacía.
Sorda, estéril.
Fondo de todas las horas.

Nadie se siente bien a las cuatro de la madrugada.
Si las hormigas se sienten bien a las cuatro de la madrugada,
habrá que felicitarlas. Y que lleguen las cinco,
si es que tenemos que seguir viviendo.

De “Llamando al Yeti” 1957 Versión de      Gerardo Beltrán

La vita, con l’andar del tempo, deflora qualsiasi verginità, anche solo disseccandola; non importa che il proprietario voglia tenersela.

La vita, con l’andar del tempo, deflora qualsiasi verginità, anche solo disseccandola; non importa che il proprietario voglia tenersela.

ArtemisiaGentileschi-Cleopatra

Fino ad allora si era trattato soltanto di lui. Fino ad allora era stata una lotta privata tra lui e se stesso. Nessun altro ci aveva avuto a che fare. Era come uno scrittore che, scoperta la coincidenza tra il proprio talento e i propri desideri, rinchiude il talento per lavorare duro e perfezionarlo, ritenendolo l’unica cosa necessaria, senza rendersi conto che poi entrano in gioco editori, agenti letterari e direttori di riviste. Quando ci ci intromise la gente, divenne naturalmente un uomo diverso. Tutto cambiò e non fu più il verginello, col diritto del verginello di insistere sull’amore platonico. La vita, con l’andar del tempo, deflora qualsiasi verginità, anche solo disseccandola; non importa che il proprietario voglia tenersela.

James Jones, Di qui all’eternità.

Ci sono tante sfumature anche nel colore delle scottature (Bimba se sapessi).

Ci sono tante sfumature anche nel colore delle scottature (Bimba se sapessi).

Copyright Klara's street

Idrofobina vegetale, bevo per dimenticare
Il mal di mare
Viscerale che questo mondo mi da

Respirazione artificiale
Per resuscitare il vecchio buon umore
Fai il favore non criticarmi perché
E’ sempre più difficile tirare avanti questo show
Mi fanno male i piedi a furia di ballare
Un pediluvio nel tuo cuore mi concederò

Bimba se sapessi che monotonia
Tutte quelle balle sulla fantasia
Guarda che mestiere che mi tocca fare
Io con questa faccia e il mio passato da dimenticare

Bimba non è un caso di nevrastenia
Puoi denominarlo spreco di energia
Tutta la fatica che mi tocca fare
Solo per riuscire a galleggiare in questo pazzo mare

Abito qui perché non sali
Ho una collezione di medicinali
E due bicchieri, gli avanzi del pranzo di ieri
Ci sono tante sfumature
Anche nel colore delle scottature
Le abrasioni che questa vita ci fa
Mentre inesorabili
Tiriamo avanti questo show
Ho un forte mal di testa a furia di sgolarmi
Con un tuffo nel tuo cuore mi rinfrescherò

Bimba se sapessi che monotonia
Tutte quelle balle sulla fantasia
Guarda che mestiere che mi tocca fare
Io con questa faccia e il mio passato da dimenticare

Bimba non è un caso di nevrastenia
Puoi denominarlo spreco di energia
Tutta la fatica che ci tocca fare
Solo per riuscire a galleggiare in questo pazzo mare

Sergio Caputo

L’ideale è più della vita (Buon 2012).

L’ideale è più della vita (Buon 2012).

Così, la nostra coscienza scatta, la nostra vita scatta quando il primo dato, cioè il primo oggetto che ci interessa, è ciò che abbiamo incontrato. Ciò che abbiamo incontrato è il contenuto della fede: una compagnia, il cui significato, la cui consistenza è una cosa più grande di chi la compone, cioè Cristo. Fare credito, dunque, a questa compagnia; fare credito, credere se alicui, abbiamo studiato nella grammatica latina, «affidarci a», «darci a», cioè «appartenere», questo è ciò che ci definisce: siamo definiti da una appartenenza, l’appartenenza a Cristo,
che è astratta idea se non è dentro la modalità storica in cui l’abbiamo incontrato. La modalità storica fa ridere, ma senza di essa non Gli apparteniamo.
È una compagnia tra noi, quindi, «non come riparo dai colpi», come è stato detto stamattina argutamente, non quando paga, è stato detto altrettanto argutamente, ma come sostegno della mia posizione personale, come richiamo, alimento e correzione della mia posizione personale, cioè della mia fede, del mio riconoscere Cristo. Questa è, perciò, forse, la formula che dobbiamo perseguire
in questo primo pezzo di cammino che dobbiamo svolgere dopo questi mesi nuovi: «La vita non è più dell’ideale, la vita non può essere più dell’ideale, ma l’ideale è più della vita», secondo quanto è stato detto stamattina.
La vita è più dell’ideale quando le circostanze,tante circostanze, quelle che magari più premono individualmente, si sottraggono al giudizio e alla carica, all’attacco, dell’ideale: rifiutiamo il problema, la lotta e il problema; allora la vita diventa più dell’ideale e l’ideale si raccoglie in un angolo, come una nicchia a cui anche tributiamo incenso in certi momenti. Ma è l’ideale più della vita: «La tua grazia vale più della vita», come dice un Salmo che abbiamo ripetuto tante volte. Cioè: «La Tua presenza vale più della vita».
Arrivederci, auguri!

Luigi Giussani, Certi di alcune grandi cose (1979-1981), BUR 2007

Il linguaggio non riflette più la vita.

Il linguaggio non riflette più la vita.

(…) Anche il tempo ha perso profondità, in questo nostro tempo immateriale. La società liquida di cui ci parla Bauman è immersa in un presente piatto, senza spigoli, dove ogni forma è provvisoria, ogni rapporto volatile e precario. E dove vige l’obbligo nevrotico di dimenticare, di cancellare ogni esperienza nel mentre che si va compiendo. Da qui la rimozione della malattia, della miseria – in una parola, del dolore. Una rimozione verbale, oltre che sostanziale. Del resto le parole sono divenute a loro volta ingannatrici: nel politically correct come nel turpiloquio che ad ogni istante ci perfora i timpani, in entrambi i casi il linguaggio non riflette più la vita, o la riflette come uno specchio deformante.

Michele Ainis, Il Corriere della Sera – La lettura, 24 dicembre 2011

Neanche davanti alla morte dobbiamo essere rassegnati!

Neanche davanti alla morte dobbiamo essere rassegnati!

Arnold Bocklin, L'isola dei morti

(…) uno deve cercare di diventare responsabile, deve tendere a diventare responsabile. Tendere a diventare responsabile vuol dire tendere a essere capaci di rispondere a ciò che ci è chiesto nella vita: responsabile, rispondere. Tendere a rispondere a ciò che ci è chiesto nella vita significa tendere a diventare protagonisti. Ciò che ci è chiesto è per essere protagonisti nella vita, cioè per essere generatori: «protagonista» vuol dire letteralmente in greco
«generatore», il «primo agente», ciò che fa scaturire le cose. Se uno non tende a questo, la sua vita è come se fosse prevista o destinata a essere piatta o, nel miglior dei casi, a essere rassegnata. Ora, neanche le cose più gravi possono
diventare motivo per vivere rassegnati, neanche la morte deve farci vivere rassegnati; neanche davanti alla morte dobbiamo essere rassegnati!

Luigi Giussani, Affezione e dimora, BUR