Per cosa mi è data questa umanità.

Duccio di Buoninsegna, La samaritana

Invece il vero ostacolo non è il nostro umano: «Il supremo ostacolo al nostro cammino umano è la “trascuratezza” dell’io. Nel contrario di tale “trascuratezza”, cioè nell’interesse per il proprio io, sta il primo passo di un cammino veramente umano. Sembrerebbe ovvio che si abbia questo interesse, mentre non lo è per nulla».
Perché in noi non ha vinto questa trascuratezza? Perché noi, malgrado tutto, siamo qua con questa domanda, con la consapevolezza di questo bisogno? Il fatto è che noi abbiamo incontrato uno con cui abbiamo potuto sperimentare che questa trascuratezza non è l’unica strada da percorrere, che ce n’è un’altra più vera, perché non è costretta a censurare l’umano – come succede tante volte nella nostra società: e proprio qui dimostra il suo errore, perché una soluzione che fa fuori un fattore del reale autodimostra che è falsa –. Noi abbiamo la fortuna di trovare uno che invece dice: «La cosa più importante è sentire l’umanità di quello che ci fa soffrire, l’umanità della tristezza del limite. È un positivo [guardate che cambiamento di giudizio: per noi è una difficoltà, per lui è un positivo!] quello da cui può partire tutto. È solo un positivo. […] Quello da cui si parte è un bene. Uno può sentire una grave tentazione; una grave tentazione non è una cosa demoniaca: è una potenza del corpo e dell’anima, è una umanità. Perché mi è data questa umanità? È questa la domanda che si infiltra se uno capisce (se uno prende coscienza dell’umanità sua di partenza) che la tentazione come istinto, come tristezza è una positività umana, è una capacità umana, è un’umanità. Per che cosa mi è data questa umanità?

Julian Carròn, Rimini, dicembre 2009

Gonfia di verità.

Il Duomo di notte

Piroette di sabbia e le guglie del Duomo
differenza tra pietra e le voglie di un uomo
che ha per vita una gabbia
liberata dal sesso, gonfia di verità
partorita con gioia nel lontano ricordo
con le doglie sincere di una maternità
che alla luce, di notte, nella piazza e con rabbia
ha donato, confusa, il suo figlio balordo.

E la vera ragione delle notti impegnate,
dei romanzi creduti, degli amori sbagliati
non la devi cercare dentro i mari delusi
che ti scusano i sogni, le ignoranze, i delitti
il suo posto lo trovi nella ruota del giorno,
nello scrigno privato di egoismi e di abusi
e le mani affrettate a cercare gioielli
nella sabbia han trovato, confuse, i relitti.

Il dispetto felice sulla voglia che nasce
contrappeso all’istinto, alla cosa che piace
la condanna del tempo, della gente, del posto
e il ritorno dal viaggio che ti ha fatto sperare
e la stella seguita si è stancata di darti
e brillare.

Alberto Fortis

C’è la verità e quindi il distacco.

Fiandra, Miniatura della Natività

«Siccome non c’è niente di inutile al mondo […], il desiderio di possesso, la volontà di possesso diventa lo spunto per incominciare il lungo cammino al Tu». È questo che tante volte non siamo in grado di fare, e perciò o scivoliamo nell’istintività o stronchiamo la nostra umanità. E siccome questo cammino ci sembra misterioso, nel tentativo di comprenderlo pensiamo: prima c’è il distacco e poi affermo questa cosa. Dice in un passaggio don Giussani: «No. È l’opposto! Non “prima c’è il distacco e poi c’è la verità”: c’è la verità e quindi il distacco». Questa è la pretesa di Cristo: soltanto perché c’è la verità, dove l’uomo può vedere compiuta tutta la sua vita, tutta la sua affezione, egli può rapportarsi in un modo vero con tutto.

Racconta un universitario a un amico della sua reazione davanti a una proposta indecente: «Era bella, e stavo per dirle di sì, volevo dirle di sì, ma quando ho iniziato a risponderle mi sono venute le lacrime agli occhi, grazie a Dio. Mi sono fermato un attimo e ho pensato alla giornata di inizio, al fatto di darsi le ragioni di tutto, ai miei amici. E così ho detto di no, perché le volevo bene, e che ero convinto che era la cosa più istintiva e senza ragioni che potessimo fare».
Questo non succede soltanto nel rapporto con una persona, ma nel rapporto con le cose, con tutto. Mi chiedeva un gruppo di amici davanti al tentativo di vivere il potere o gli interessi: «Come possiamo vivere in modo da non soccombere al potere o agli interessi?». Sapete che cosa ho risposto? Ho parlato della verginità: è soltanto se c’è la verità, se c’è Cristo, se c’è qualcosa che compie la vita più di qualsiasi altra cosa, che uno può vivere in un rapporto di verità con tutto: con l’altro, con gli interessi, con il potere e con le cose. Avremo il coraggio qualche volta di fare la verifica di questa proposta di Cristo, di verificare fino in fondo se la proposta di vita che Cristo ci offre come compimento del nostro umano, perciò della nostra affezione, è in grado di rispondere, o saremo sempre a metà strada?
È soltanto la verità, è soltanto la bellezza di qualcosa che vivo, che rende possibile non cedere all’istintività. Non si tratta di stroncare o di censurare, ma di ordinare l’istinto allo scopo, di avere qualcosa che sia più potente, che abbia un’attrattiva più grande, dal quale tutto il mio essere con tutte le mie energie sia calamitato.

Julian Carròn

Resistere al sacrificio è resistere alla bellezza e alla verità.

Jean-Baptiste Camille Corot, Ritratto femminile


Guardate come don Giussani svela la verità di ciò che c’è dietro questo atteggiamento: «Se uno vuole bene a una persona, d’impeto [accetta di sacrificarsi per lei] per quella persona muore anche». Questo è naturale. Eppure «è per una resistenza che è in noi che fuggiamo dal sacrificio. Resistenza a che? Non è resistenza al sacrificio […], è una resistenza alla bellezza. È una resistenza […] al vero: non volere il vero. Questa è la confusione sterminata del peccato originale: si chiama menzogna. La resistenza al sacrificio è per l’attaccamento a una menzogna, per il cedimento a una menzogna, è perché siamo mentitori […]. [La nostra] è una resistenza alla bellezza e alla verità».

Noi incominciamo a difenderci dalla bellezza, da quella stessa bellezza che ci mette in moto, che ci richiama a Qualcosa d’altro! «Tu parli sempre – continua la lettera – di non censurare mai la nostra umanità, anzi, dici che è proprio questa che ci porta al riconoscimento di Cristo. È vero, io sono qui perché c’era un luogo che non aveva paura della mia umanità». Sì, noi stiamo in un luogo che non ha paura della nostra umanità, che guarda con simpatia la nostra umanità, perché ciò – come abbiamo visto questa mattina – è indispensabile per il riconoscimento di Cristo, per il fascino di Cristo. Abbiamo bisogno di tutte e due le cose: la nostra umanità e il fascino di una bellezza che ci attira. Se uno non sente il fascino delle cose e dei volti, se vuole cancellarli, vuol dire che non sentirà neanche il fascino di Cristo. È importantissimo capire bene queste cose, perché a volte, davanti alla vertigine, alla paura dello sbaglio, la tentazione è far fuori la propria umanità oppure la bellezza (che la cosa non ci attiri così tanto): ma se io faccio fuori la mia umanità e divento un sasso, se io taglio, stronco la mia umanità, come posso commuovermi davanti a Cristo, come posso essere trascinato da Cristo? Per questo non basta sostituire l’umanità con i principi, come diceva Eliot: «I nostri principi non ci rendono veramente comprensibile quel Tutto che governa il nostro attaccamento alle cose più di quanto un frammento di brandello umano riesca a comunicarci quella viva bellezza della carne che tanto amiamo».

Perchè parlare della verità.

Mi hanno chiesto perché io faccia così sovente riferimento, nei post che inserisco nel blog, al tema della verità.

Oggi, parlandone al volo, mi è venuto da rispondere perché la verità ci farà liberi. Ma dirlo così non basta.

Quello che dice Giancarlo Cesana, quel discorso che lui ha fatto provando a spiegare cosa significhi l’affermazione di Julian Carròn che “la bellezza è una ferita” mi interroga in continuazione, mi porta di continuo a chiedermi cosa voglio per me stesso, cosa sto cercando. Cosa vi sia, appunto, nelle cose tale da non bastarmi mai, tale da richiamare, sempre, altro da me? Parlo della verità di me perché parlo del significato di me, dall’evidenza più elementare –non mi faccio da solo– a quella più faticosa, quella che mi costringe, da tre anni in qua, a non accontentarmi mai di niente, a tenere sempre il tiro alto. A dire, sempre, che per meno di così non mi interessa niente. né i rapporti, né le persone.

E poiché l’esperienza che ho fatto nella mia vita è quella di essere raggiunto da questa Verità, attraverso Dio fatto Uomo, che ha la potenza incredibile del Natale che fra poco festeggeremo, ma ha anche facce e volti dei miei amici e delle circostanze che vivo, io questo dico, questo racconto. E su questo provo a lavorare, prima di tutto per me stesso.

La fatica non ci sarà mai tolta.

Pieter Brueghel, La torre di Babele

Come fai a stare di fronte al richiamo del tuo amico? E come fai a stare di fronte alla vita quando tutto sembra andare storto?

Nel primo caso occorre avere una coscienza chiara dell’amicizia e nel secondo la positività della vita. Se vieni investito da un camion questo non abolisce il senso della vita e allora occorre tenere fisso lo sguardo sulla verità della vita. Bisogna accettare la verità anche se ferisce. Dobbiamo mettere in evidenza la bellezza della verità per poter vivere le difficoltà, non dobbiamo nascondere la fatica.

Avere presente sempre la verità come destino presente di ciò per cui siamo fatti, anche se le cose non vanno come vogliamo. Se le cose andassero sempre bene non avremmo bisogno di niente, saremmo noi la verità e allora finirebbe tutto nel sangue. Bisogna avere le ragioni per fare fatica, perché la fatica non ci sarà mai tolta, anzi, se facciamo fatica vuol dire che la vita non me la faccio io e quindi devo convertirmi.

La fatica che uccide è quella senza ragioni.

Giancarlo Cesana

Riconoscere la verità come fattore di bellezza e di felicità.

Se la verità è il destino per cui siamo fatti, in quello che viviamo si manifesta la verità, ed è quindi dentro la vita che occorre cercare e riconoscere la verità come fattore di bellezza e di felicità.

La verità la sovrapponiamo alla vita per renderla vera, mentre la verità è dentro l’esperienza della vita; allora tutto quello che faccio e che vivo mi conduce al punto finale, alla radice della vita.

Giancarlo Cesana

La realizzazione della felicità.

Vincent van Gogh, Campo di grano in luglio sotto un cielo nuvoloso

La realizzazione della felicità non è il realizzarsi di quello che voglio io, ma è che il desiderio è veramente tale nella misura in cui si apre a qualcosa di più grande. Noi desideriamo le cose che sono al di là della nostra capacità, che non possiamo prendere, e quindi il realizzarsi della felicità sfugge al nostro potere. In tutti i desideri, anche in quelli perversi, c’è dentro questo “altro”. Il problema che siamo dipendenti da questo altro ma affrontiamo i nostri desideri come se dipendessero da noi. Allora cercando la felicità non cerchiamo la verità perché i desideri si realizzano attraverso il sacrificio, alla mortificazione per qualcosa d’altro.

Giancarlo Cesana