Però, per favore, ancora un pochino.

Però, per favore, ancora un pochino.

Foto di Diane Arbus

Trent0anni fa eravamo pronti a trucidare padri spesso gentili, e talvolta fin amorosi, per asservirci a feroci despoti delle steppe e del fiume Giallo che ci avrebbero impiccati per il furto di una caramella. Non ci ribellavamo alla servitù, ma alla libertà, vogliosi di veri, implacabili padroni. Più audaci, i nostri figli si ergono essi stessi a tiranni.

Sia chiaro: gli aguzzini della nostra vecchiaia non sono meno sanguinari degli eroi di gioventù. Creare il culto del figlio significa venerare un dio punitivo che vorrà fin da subito vendicarsi di quello che gli avremo dato. E sempre più, col passar degli anni, c’infliggerà ogni sorta di tortura e umiliazione, un puma agile e sorridente che non indietreggerà davanti al più feroce scempio. Finché un giorno, piagati e morenti, volgeremo al cielo i poveri occhi consunti mormorando: “Grazie Signore di porre fine a questo strazio. Però, per favore, ancora un pochino”.

Umberto Silva, La figlia unica, il notes magico

Umana, dunque stupita.

(..) Ilaria sorride – tra il fumo e i gatti: “Non sono la brava nonna, non sono la brava moglie, non ho le angosce della vecchiaia, sono sempre imprudente, sono sempre dubbiosa…”. In quel che del giorno resta, c’è anche ciò che il resto del giorno ormai esclude per sempre. Ma non è mica una privazione: è l’impossibilità (umana, dunque stupita) di contenere tutto dentro la propria esistenza. “C’è un modo di affrontare la vita, né rassegnazione né distanza dalle cose”. Rimarrà sempre un libro non aperto, un viaggio non fatto, un animale non accarezzato. Qualcun altro lo farà: pure questo lasciare qualcosa d’incompiuto consola.

Stefano Di Michele, Intervista ad Ilaria e Raffaele La Capria, Il Foglio, 6 novembre 2010