Quasi felice.

Il prof.Umberto Veronesi

Veronesi chi? Quello che “bisognerebbe che le persone a 50 o 60 anni sparissero” per lasciare spazio a “piccoli gruppi che si riproducono e si diffondono per clonazione” senza bisogno di entrambi i genitori come ai tempi dell’ “androgino-ermafrodita” originario [sic], ed anzi, preferibilmente che si producano per “autoclonazione” femminile, come nel caso di “una donna bella e intelligente che voglia figli, senza uomini, perché li odia” per concludere che, in questo modo, “il desiderio sessuale cesserebbe di essere uno dei maggiori elementi di competizione” e nessuno “sarebbe più ossessionato dalla ricerca del partner” realizzandosi finalmente una società “quasi felice”? [La libertà della vita, 2007] Questo, Veronesi? Questo, ha detto che “la religione impedisce all’uomo di ragionare”?

Gaetano Tursi, Portici (Na), lettera al Foglio, febbraio 2010.

Marx è morto?

Karl Marx

Karl Marx

“Prima o poi uomini grandi come Veronesi si dovranno porre il problema del rapporto fra riproduzione e lavoro. L’ostacolo è l’organizzazione sociale che confina anche la maternità al privato”.

Susanna Camusso, segretario confederale CGIL

1984

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“(..) perfino Mary Warnock, madre della liberalissima bioetica anglosassone ha chiarito con ragionamenti piuttosto stringenti che il diritto ad avere figli non ha alcun fondamento. Diritto che, invece, secondo Veronesi, una donna può lietamente esercitare “anche senza scegliere un padre, basta che si rivolga ad una banca per la fecondazione”.
Ma presto non sarà più necessario, perchè “la donna può clonare sè stessa e l’uomo no”. Uno spaventoso paese dei Balocchi in cui la donna, Puella Aeterna, potrà giocare divinamente con se stessa senza mai la noia di doversi misurare con l’Altro. E perfino riprodursi da sè -oddio, e se poi ti nasce un maschio?- Un nuovo fondamento archetipico per le fantasie, già attualissime, di tutte quelle ragazzine che in giro per l’Occidente sognano di farsi il bambino da sole, o fingono un provvisorio sogno d’amore per poi espellere l’Altro non appena dà segni della sua alterità.
Ed ecco tutte quelle famigline, asfittiche ed infelici, la mamma ed il suo bambino, l’una carceriere dell’altro, senza nessun terzo a fare il lavoro di necessario incomodo nella simbiosi fatale.
Oppure -libertà alternativa- nessun bambino, l’indipendenza totale, l’automutilazione di quell’Altro di cui l’umanità femminile, in questo sì migliore, ha sempre fatto il suo bizzarro baricentro, spostato fuori di sè.”

Marina Terragni, “L’incubo della dominatrice”, Il Foglio 12 agosto 2009.

Necessità biologiche?

umberto-veronesi
Umberto Veronesi, nel suo articolo di ieri su Repubblica, si chiede: “Se la donna sarà pari all’uomo nei ruoli decisionali, che farà della sua necessità di procreare ed accudire figli?” Ed in risposta non trova di meglio da dire se non che “la donna dovrà scegliere e ridefinirsi”.
Non provavo un disgusto simile, una sensazione di straniamento e di angoscia come quello che ho provato leggendo l’illustre luminare, dai tempi della mia prima lettura di “1984” di George Orwell. Io non so rispondere, se non con la pancia, alle argomentazioni di Veronesi, che mi sembrano de-vitalizzate, astratte, disincarnate, prive del senso della fatica, della realtà, lontane dalla vita. Per questo rimando il lettore volonteroso al bellissimo articolo che una grande donna, femminista, Marina Terragni, ha scritto sul Foglio di oggi.
Io non sono capace di rispondere: ma più di due anni fa mi colpì ed affascinò, in un blog che leggo spesso, la poesia che ora trascrivo.

Perchè è carne, è vita, è bellezza: lontana, grazie a Dio, dal mondo che Veronesi prefigura e nel quale io non voglio vivere.

SCOPAMI

Scopami,
non soltanto col pensiero,
non far caso ai tuoi fianchi
ingrossati ed ai seni che
si preparano a nutrire

prendi il prossimo treno
ed irrompi in questa casa fiorentina,
fatti attraversare dalle mie mani
e dal mio membro teso

scopami
e portami via lo sguardo che sai,
che non lo possa usare più

scopami, baisez-moi,
rape me
e smetterò di farti ingelosire,
di ubriacare i viali di parole
e vagabondaggi di notte
e persino di fumare

scopami
e lasciami disteso ad osservare
le ferite che guariscono
sulle mie mani oneste
e dentro la scatola d’ossa del petto

e quando chiuderai la porta,
attenta a non lasciare
il mio amore sulle scale.

Aldo Oliva