Cosa sarà

Bici

Cosa sarà
Cosa sarà che fa crescere gli alberi
la felicità
che fa morire a vent’anni anche se vivi fino a cento
cosa sarà a far muovere il vento
a fermare il poeta ubriaco
a dare la morte per un pezzo di pane o un bacio non dato
Cosa sarà
che ti svegli al mattino e sei serio
che ti fa morire ridendo di notte all’ombra di un desiderio
Cosa sarà
che ti spinge ad amare una donna bassina e perduta
la bottiglia che ti ubriaca anche se non l’hai bevuta
Cosa sarà
che ti spinge a picchiare il tuo re
che ti porta a cercare il giusto dove giustizia non c’è
Cosa sarà
che ti fa comprare di tutto anche se è di niente che hai bisogno
Cosa sarà
che ti strappa dal sogno
Cosa sarà
che ti fa uscire di tasca dei no non ci sto
ti getta nel mare e ti viene a salvare
Cosa sarà
che dobbiamo cercare
che dobbiamo cercare
Cosa sarà
che ci fa lasciare la bicicletta sul muro
e camminare a sera con un amico a parlare del futuro
Cosa sarà
questo strano coraggio o paura che ci prende
e ci porta ad ascoltare la notte che scende
Cosa sarà
quell’uomo e il suo cuore benedetto
che sceso dalle scarpe e dal letto si è sentito solo
e come un uccello che in volo si ferma
e guarda giù.

Lucio Dalla, Francesco De Gregori

L’ideale è più della vita (Buon 2012).

L’ideale è più della vita (Buon 2012).

Così, la nostra coscienza scatta, la nostra vita scatta quando il primo dato, cioè il primo oggetto che ci interessa, è ciò che abbiamo incontrato. Ciò che abbiamo incontrato è il contenuto della fede: una compagnia, il cui significato, la cui consistenza è una cosa più grande di chi la compone, cioè Cristo. Fare credito, dunque, a questa compagnia; fare credito, credere se alicui, abbiamo studiato nella grammatica latina, «affidarci a», «darci a», cioè «appartenere», questo è ciò che ci definisce: siamo definiti da una appartenenza, l’appartenenza a Cristo,
che è astratta idea se non è dentro la modalità storica in cui l’abbiamo incontrato. La modalità storica fa ridere, ma senza di essa non Gli apparteniamo.
È una compagnia tra noi, quindi, «non come riparo dai colpi», come è stato detto stamattina argutamente, non quando paga, è stato detto altrettanto argutamente, ma come sostegno della mia posizione personale, come richiamo, alimento e correzione della mia posizione personale, cioè della mia fede, del mio riconoscere Cristo. Questa è, perciò, forse, la formula che dobbiamo perseguire
in questo primo pezzo di cammino che dobbiamo svolgere dopo questi mesi nuovi: «La vita non è più dell’ideale, la vita non può essere più dell’ideale, ma l’ideale è più della vita», secondo quanto è stato detto stamattina.
La vita è più dell’ideale quando le circostanze,tante circostanze, quelle che magari più premono individualmente, si sottraggono al giudizio e alla carica, all’attacco, dell’ideale: rifiutiamo il problema, la lotta e il problema; allora la vita diventa più dell’ideale e l’ideale si raccoglie in un angolo, come una nicchia a cui anche tributiamo incenso in certi momenti. Ma è l’ideale più della vita: «La tua grazia vale più della vita», come dice un Salmo che abbiamo ripetuto tante volte. Cioè: «La Tua presenza vale più della vita».
Arrivederci, auguri!

Luigi Giussani, Certi di alcune grandi cose (1979-1981), BUR 2007

Il linguaggio non riflette più la vita.

Il linguaggio non riflette più la vita.

(…) Anche il tempo ha perso profondità, in questo nostro tempo immateriale. La società liquida di cui ci parla Bauman è immersa in un presente piatto, senza spigoli, dove ogni forma è provvisoria, ogni rapporto volatile e precario. E dove vige l’obbligo nevrotico di dimenticare, di cancellare ogni esperienza nel mentre che si va compiendo. Da qui la rimozione della malattia, della miseria – in una parola, del dolore. Una rimozione verbale, oltre che sostanziale. Del resto le parole sono divenute a loro volta ingannatrici: nel politically correct come nel turpiloquio che ad ogni istante ci perfora i timpani, in entrambi i casi il linguaggio non riflette più la vita, o la riflette come uno specchio deformante.

Michele Ainis, Il Corriere della Sera – La lettura, 24 dicembre 2011

E’ la fissazione che fa l’uomo: è il desiderio di felicità (Chopin, preludio op.28 “La goccia”).

E’ la fissazione che fa l’uomo: è il desiderio di felicità (Chopin, preludio op.28 “La goccia”).

Una nota sola. Quando ci si accorge di questa nota non la si perde più, non si può più perderla, resta una fissazione. Ma è una fissazione che rende saggi, è la fissazione che fa il sapiente, è la fissazione che fa l’intelligente, è la fissazione che fa l’uomo: è il desiderio della felicità. Quella è la nota che dal principio alla fine domina e decide del significato di tutto il brano di Chopin; questa è la nota che decide dal principio alla fine cos’è la vita dell’uomo: è la sete di felicità. Qualunque cosa ti piaccia, qualunque cosa ti attiri, qualunque cosa desideri, al momento ti fa lieto, ma dopo passa. Ma c’è una nota che rimane intatta, pur con qualche leggera mutazione; dal principio alla fine rimane intatta nella sua profondità e nella sua semplicità assoluta, e – dicevo prima – nella sua univocità domina la vita: la sete di felicità.

Tutti gli artisti hanno, in qualche loro pezzo più bello degli altri, il genio di ricomporre e ripetere questa monotonia, che è più bella di qualsiasi variazione.

A un certo punto, se si segue la nota come fissazione, è come se non si riuscisse più a fiatare, perché si è come oberati, diventa un peso questa nota, tanto che a un certo punto la nota si ritrae e la musica di primo piano sembra averla vinta. Come dire: “Finalmente ci siamo! Finalmente siamo liberi!”. E scandite due, tre, quattro note, in fondo. Ma uno ha appena finito di pensare: “Siamo liberi da questa nota”, che quella nota riprende e finisce il pezzo. La sete di felicità, il destino di felicità si può per breve tempo obliterare, dimenticare, ma ritorna, come urgenza senza della quale l’uomo non può vivere: inizia e finisce il breve brano della nostra vita.

Così abbiamo fatto risentire questo brano di Chopin perché quella nota sia riconosciuta da voi in voi stessi: perché l’io è un brano di musica fatto di quella nota, che ha a tema quella nota, anche se le cose che fanno impressione sono quelle più superficiali: il piacere immediato, il gusto immediato, la riuscita immediata, l’impressione immediata, la reazione, l’istintivo… Quella nota distrugge continuamente l’istinto e impedisce che ci si adagi e ci si fermi; impedisce che ti fermi, ti arresti, perché l’istintivo impietrisce: l’istintivo dell’amore, l’istintivo della bellezza, l’istintivo del gusto del lavoro, l’istintivo della riuscita ti fossilizza, ti impietrisce. È questa nota che sbriciola queste pietre e muove tutta la realtà del tempo della nostra vita, la muove come l’acqua del fiume muove i sassi e come il mare muove la sabbia.

Cristo è la risposta alla sete di felicità, perché è il Mistero di Dio che si è fatto uomo per farci capire; si è fatto uomo per mangiare insieme, mangiare e bere insieme, camminare insieme. Parlava come parlava qualsiasi altro, solo che c’era dentro qualcosa, c’era dentro una nota in quell’uomo…. “Nessuno ha mai parlato come quest’uomo”. Finché non ne poterono più e lo assassinarono. Ma lui risorse… e la nota finisce il pezzo.

Luigi Giussani

La vita è una nota sola, dal principio alla fine (Chopin, preludio op.28, “La goccia”).

La vita è una nota sola, dal principio alla fine (Chopin, preludio op.28, “La goccia”).

William Congdon, Ego sum

Avevo sentito decine e decine di volte questo pezzo di Chopin con il mio povero papà, che amava sempre sentire musica tutte le mezz’ore che era a casa. Questo pezzo piaceva molto a mio padre e anche a me è incominciato a piacere: man mano che diventavo grande – nove, dieci anni – è incominciato a piacere. Mi piaceva molto la melodia di primo piano, perché è facile ad intendersi ed è molto piacevole: il primo sentore del pezzo impone, infatti la suggestività della musica di primo piano.

Ma dopo averlo sentito decine e decine di volte – era ancora prima di entrare in seminario (mi mancavano ancora alcune settimane ad entrare, perché avevo deciso: dal giugno all’ottobre avevo deciso) – successe che, mentre ero lì seduto, sento che mio papà attacca ancora questo pezzo. Improvvisamente ho capito: ho capito che non avevo capito niente. Ho capito che il tema del pezzo non era la musica di primo piano, la melodia immediata, tenera e suggestiva, di primo piano; non era l’audizione istintiva del pezzo che faceva emergere la verità del pezzo.

La verità dei quel pezzo era una cosa assolutamente monotona, tanto monotona è una sola nota che si ripete continuamente, con qualche leggera variazione, dal principio alla fine. Ma quando uno si accorge di questa nota, è come se il resto – e così deve essere – passasse, non in seconda linea, ma ai margini, diventando come la cornice di un quadro. Nel quadro c’è questa nota, il quadro è fatto solo di questa nota, che diventa come una fissazione, e così, dal principio alla fine, si è come percossi continuamente da questa fissazione.

E io ho capito, senza poterlo pronunciare in un discorso, ho intuito allora di che si trattava. Ho detto: “Così è la vita! Questo pezzo è bellissimo perché è il simbolo della vita”. Nella vita l’uomo è percosso dalle cose che lo inteneriscono più istintivamente, che istintivamente gli piacciono, gli sono di comodo, di gusto… Insomma, domina l’istinto, l’immediato, il facile, il travolgente.

Invece la vita è una cosa che sta al di là della musica di primo piano: è una nota sola dal principio alla fine, da quando si è fanciulli a quando si è vecchi.

Luigi Giussani,

Edifici di cemento armato, senza finestre.

Edifici di cemento armato, senza finestre.

La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. E tuttavia non possiamo illuderci che in tale mondo autocostruito attingiamo in segreto ugualmente alle “risorse” di Dio, che trasformiamo in prodotti nostri. Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto.

Benedetto XVI, Discorso al Bundestag.

Cerca invece disperatamente una causa più profonda.

Cerca invece disperatamente una causa più profonda.

Sunrise over New Jersey from plane (from the web)

Bucky non riusciva ad accettare che l’epidemia di polio fra i bambini di Weequahic e del campo di Indina Hill fosse stata una tragedia. Doveva trasformare la tragedia in colpa. Doveva trovare una necessità a quanto accaduto. C’è un’epidemia e lui ha bisogno di trovarne la ragione. Deve chiedere perché? Perché? Perché? Che si tratti di qualcosa di insensato, contingente, incongruo e tragico non lo soddisfa. Che si tratti del proliferare di un virus non lo soddisfa. Cerca invece disperatamente una causa più profonda, questo martire, questo maniaco del perché, e trova il perché o in Dio oppure in se stesso oppure, misticamente, misteriosamente, nel loro letale fondersi nell’unico distruttore.

Philip Roth, Nemesi, Einaudi

Niente è deludente come un pesce preso all’amo.

Niente è deludente come un pesce preso all’amo.

Leah Giberson, Approaching

Cos’è un delitto? Lo chiedo a un vecchio cinese cieco. Indica il tratto di molo dove è avvenuto l’omicidio. Mi chino e raccolgo un fiore.

Lo annuso. Vorrei restare qui a annusarlo per sempre, so che questo è il momento migliore, il più vago, il più leggiadro, che approssimandosi la conclusione dell’inchiesta, la resa dei conti, tutto si fa più difficile, più rischioso. Devo dirimere i fili della storia, tirarli, e niente è deludente come un pesce preso all’amo, a meno che disegnando mille ghirigori e danze audaci balzi nell’aria luccicante…e lì si smarrisca.

Umberto Silva, Demoni insonni, Spirali

Uno strappo verticale che grida verso il Cielo.

Uno strappo verticale che grida verso il Cielo.

Non tutto dunque è così cattivo in questi tempi della sparizione annunciata. L’ora è tragica, ma la tragedia risveglia la nostra dignità più alta, quello di uno strappo verticale che grida verso il Cielo, e quella di una carità soprannaturale, forte come la Morte. penso alle ultime parole dell’Elettra di Jean Giraudoux. Una donna chiede in mezzo al disastro: “Come si chiama questo, quando si leva il giorno, come oggi, e che tutto è rovinato, che tutto è saccheggiato, e che tuttavia l’aria si respira, e che si è perso tutto, e che tutta la città brucia, e che gli innocenti si uccidono tra loro, ma che i colpevoli agonizzano, in un angolo del giorno che si leva?” Ed un mendicante risponde alla donna: “Questo ha un nome molto bello, donna Narsès. Si chiama aurora.”

Fabrice Hadjadj, Meeting di Rimini, 25 agosto 2011

Sentono che non abbiamo più tempo.

Sentono che non abbiamo più tempo.

Diane Arbus

Se l’angoscia davanti alla morte individuale provoca la fuga nel divertimento, verso quali divertimenti mostruosi ci getterà l’angoscia della morte collettiva? I giovani più lucidi lo sanno benissimo. E’ inutile parlargli di lavoro, professioni del futuro, riuscita sociale. Ciò non dice loro più niente. I nostri bei progetti borghesi non hanno più nessun senso ai loro occhi. Essi hanno bisogno di successo facile, denaro facile, estasi facile, bingo per il bunga-bunga! perchè sentono che non abbiamo più il tempo.

Il tempo lungo, la durata in cui si iscrivono la politica e la cultura, non ha più nessuna garanzia. Una volta potevamo agire per la posterità. Un artista poteva affinare la sua opera nell’incomprensione generale credendo che sarebbe stato compreso nel secolo futuro. Un capo poteva sacrificarsi, come voleva lo zio Kolja, per costruire un mondo migliore. Ma noi non siamo neanche certi che ci sarà ancora un mondo. Il tempo degli eroi sembra finito perché l’eroismo presuppone la memoria della posterità.

Fabrice Hadjadj, Meeting di Rimini, 25 agosto 2011