La natura dell’uomo è rapporto con l’Infinito (#Meeting 2012).

La natura dell’uomo è rapporto con l’Infinito (#Meeting 2012).

Infatti, a mio avviso, solo due tipi di uomini salvano interamente la statura dell’es-sere umano: l’anarchico e l’autenticamente religioso. La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito: l’anarchico è l’affermazione di sé all’infinito e l’uomo autenticamente religioso è l’accettazione dell’infinito come significato di sé.

Luigi Giussani, Il senso religioso, BUR

Formula magica.

Formula magica.

La formula (magica, si vorrebbe dire, stanti gli esiti entusiastici) su cui si fonda la Sagra musicale malatestiana è estremamente semplice, ancorché laboriosissima: grandi orchestre, e loro direttori. Questa volta, occorse una attenzione anche maggiore: anzitutto, per sommare organici diversi, stanti le necessità esatte dalla partitura immane, l’Ottava sinfonia di Gustav Mahler, della quale non si conosce la più esigente: vale la pena di precisarlo: ottavino, 4 flauti, 4 oboi, corno inglese, 3 clarinetti, clarinetto piccolo, clarinetto basso, 4 fagotti, controfagotto, 8 corni, 4 trombe, 4 tromboni, tuba bassa; 3 timpani, tamburo grande, piatti, gong, triangolo, campane, Glockenspiel; celesta, pianoforte, harmonium, organo, 2 arpe, mandolino; archi. (Unica “rivalità” ricordabile i Gurrelieder di Schoenberg). Ci affrettiamo a precisare che il nomignolo dato all’opera, “Sinfonia dei mille”, arrotonda un poco le cifre: interessa semmai notare come i singoli strumenti, segnatamente gli aggiunti, indichino premesse, precedenti tentativi “sperimentali”: l’organo accenna a Bruckner, le campane ad altre composizioni, quale la Terza sinfonia, il mandolino al Lied von der Erde, la celesta ammirata in tanti Ciajkovskij diretti a Vienna o a New York. Anche più interessanti le nuove acquisizioni: i legni singoli, ad esempio, ove non rifiutino gli impasti tradizionali, la scrittura a famiglie.

Mario Bortolotto, Il Foglio 24 settembre 2011

Dio non ci rimette mai sulla strada diritta.

Dio non ci rimette mai sulla strada diritta.

Franz Liszt aveva posto tutta la sua vita sotto la protezione del buon ladrone. Ora, è una storia singolare quella del buon ladrone. ecco qualcuno che fa di tutto per fuggire il bene, per fuggire Dio, e ci riesce anche, poiché è un malfattore, ed è il Vangelo stesso, la parola di Dio stessa, che lo designa come malfattore. Ed eccolo in fondo all’abisso, cioè sulla cima del Calvario, crocifisso, blasfemo, disperato. Ma in quel luogo, nell’angoscia più profonda, chi si trova alla sua sinistra, dal lato del suo cuore? Sì, la misericordia divina si serve di tutto il suo complicato vagabondare per fuggire Dio proprio per farlo giungere diritto alla destra di Dio, alla destra di Gesù. E questo poveretto che si è sforzato di sprofondare all’inferno, nella misura in cui accoglie questa misericordia inattesa, diventa il primo ad entrare in Paradiso. Commento spesso questo ribaltamento dicendo che Dio non ci rimette mai sulla strada diritta, no, non ci rimette sulla strada diritta, perché si serve delle nostre svolte, dei nostri vagabondaggi, delle nostre deviazioni, per inventare una strada nuova, la strada unica di ciascuno, propria di ciascuno.

Fabrice Hadjadj, Meeting di Rimini, 25 agosto 2011

Se non giungiamo alla felicità, forse è perché noi valiamo di più.

Se non giungiamo alla felicità, forse è perché noi valiamo di più.

Penso anche ad una frase del geniale pianista e compositore Franz Liszt di cui si celebra questo anno il bicentenario della nascita. In una lettera alla contessa Maria Dagoult, la donna che ama, ha queste parole straordinarie: “Se non giungiamo alla felicità, forse è perché noi valiamo di più. C’è troppa energia, troppa passione, troppo fuoco nelle nostre viscere per accomodarci borghesemente in ciò che è possibile.” Beninteso, queste parole sono ambigue, tanto più che Liszt le scrive ad una donna sposata con la quale fuggirà. Ma dietro questo senso passionale, ce n’è un altro, più radicale, e che rimanda alla vera, all’altra Passione che è la Passione di Cristo. La Croce si erge all’orizzonte per dirci che non arriveremo mai alla felicità, che siamo fatti non per il benessere ma per l’essere buono, non per la comodità della contentezza ma per la gioia lacerante nell’offerta.

Fabrice Hadjadj, Meeting di Rimini, 25 agosto 2011

Uno strappo verticale che grida verso il Cielo.

Uno strappo verticale che grida verso il Cielo.

Non tutto dunque è così cattivo in questi tempi della sparizione annunciata. L’ora è tragica, ma la tragedia risveglia la nostra dignità più alta, quello di uno strappo verticale che grida verso il Cielo, e quella di una carità soprannaturale, forte come la Morte. penso alle ultime parole dell’Elettra di Jean Giraudoux. Una donna chiede in mezzo al disastro: “Come si chiama questo, quando si leva il giorno, come oggi, e che tutto è rovinato, che tutto è saccheggiato, e che tuttavia l’aria si respira, e che si è perso tutto, e che tutta la città brucia, e che gli innocenti si uccidono tra loro, ma che i colpevoli agonizzano, in un angolo del giorno che si leva?” Ed un mendicante risponde alla donna: “Questo ha un nome molto bello, donna Narsès. Si chiama aurora.”

Fabrice Hadjadj, Meeting di Rimini, 25 agosto 2011

Cercando la felicità in un doppio click.

Cercando la felicità in un doppio click.

Alberto Savinio

Questo post-umanesimo può prendere tre forme che si oppongono tra loro, cosicché, quando si denuncia l’errore dell’una, si sia spinti a cadere nell’errore dell’altra. Il demonio procede sempre così. Conosce la verità, non è intrappolato dagli errori che propone alla nostra stupidità ed ecco perché continua ad inventare errori contrari tra loro, eccita gli avversari nei due o tre campi opposti, gioca su tutti i lati del tavolo della scopa. Una volta erano il comunismo ed il capitalismo che si affrontavano e si confortavano, denunciandosi a vicenda. Oggi sono tre altre cose che potremmo chiamare: il tecnicismo, l’ecologismo, il fondamentalismo.

Ci sono difatti tre modi di abbandonare l’Uomo: o si va verso il superuomo, ed avete il tecnicismo; o si pretende di tornare alla natura, ed avete l’ecologismo; o si predica il dissolversi in Dio, ed avete il fondamentalismo. Questi tre modi di abbandonare l’uomo sono anche tre modi di abbandonare la Storia, cioè il tempo lungo, la durata della vera cultura e della vera politica: o si precipita verso l’istantaneo della macchina, ed è ciò che fa il tecnicista cercando la felicità in un doppio-click; o si regredisce verso i cicli della natura, ed è ciò che fa l’ecologista che brama la gioia delle scimmie arboricole; o si cerca l’estasi nell’aldilà degli eletti, ed è ciò che fa il fondamentalista sottomettendosi ad un divino disincarnato ed irrazionale.

Fabrice Hadjadj, Meeting di Rimini, 25 agosto 2011

Sentono che non abbiamo più tempo.

Sentono che non abbiamo più tempo.

Diane Arbus

Se l’angoscia davanti alla morte individuale provoca la fuga nel divertimento, verso quali divertimenti mostruosi ci getterà l’angoscia della morte collettiva? I giovani più lucidi lo sanno benissimo. E’ inutile parlargli di lavoro, professioni del futuro, riuscita sociale. Ciò non dice loro più niente. I nostri bei progetti borghesi non hanno più nessun senso ai loro occhi. Essi hanno bisogno di successo facile, denaro facile, estasi facile, bingo per il bunga-bunga! perchè sentono che non abbiamo più il tempo.

Il tempo lungo, la durata in cui si iscrivono la politica e la cultura, non ha più nessuna garanzia. Una volta potevamo agire per la posterità. Un artista poteva affinare la sua opera nell’incomprensione generale credendo che sarebbe stato compreso nel secolo futuro. Un capo poteva sacrificarsi, come voleva lo zio Kolja, per costruire un mondo migliore. Ma noi non siamo neanche certi che ci sarà ancora un mondo. Il tempo degli eroi sembra finito perché l’eroismo presuppone la memoria della posterità.

Fabrice Hadjadj, Meeting di Rimini, 25 agosto 2011