Il faut des mots de passe (Répondez-moi).

Il faut des mots de passe (Répondez-moi ).

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Je vis dans une maison sans balcon, sans toiture
Où y’a même pas d’abeilles sur les pots de confiture
Y’a même pas d’oiseaux, même pas la nature
C’est même pas une maison

J’ai laissé en passant quelques mots sur le mur
Du couloir qui descend au parking des voitures
Quelques mots pour les grands
Même pas des injures
Si quelqu’un les entend

Répondez-moi
Répondez-moi

Mon coeur a peur d’être emmuré entre vos tours de glace
Condamné au bruit des camions qui passent
Lui qui rêvait de champs d’étoiles, de colliers de jonquilles
Pour accrocher aux épaules des filles

Mais le matin vous entraîne en courant vers vos habitudes
Et le soir, votre forêt d’antennes est branchée sur la solitude
Et que brille la lune pleine
Que souffle le vent du sud
Vous, vous n’entendez pas

Et moi, je vois passer vos chiens superbes aux yeux de glace
Portés sur des coussins que les maîtres embrassent
Pour s’effleurer la main, il faut des mots de passe
Pour s’effleurer la main

Répondez-moi
Répondez-moi

Mon coeur a peur de s’enliser dans aussi peu d’espace
Condamné au bruit des camions qui passent
Lui qui rêvait de champs d’étoiles et de pluie de jonquilles
Pour s’abriter aux épaules des filles

Mais la dernière des fées cherche sa baguette magique
Mon ami, le ruisseau dort dans une bouteille en plastique
Les saisons se sont arrêtées aux pieds des arbres synthétiques
Il n’y a plus que moi

Et moi, je vis dans ma maison sans balcon, sans toiture
Où y’a même pas d’abeilles sur les pots de confiture
Y’a même pas d’oiseaux, même pas dans la nature
C’est même pas une maison.

Francis Cabrel

Perché, ogni volta, quella che vivo è un’esperienza umana.

Perché, ogni volta, quella che vivo è un’esperienza umana.

“C’è una cosa” aveva detto Pardon “che non riesco a capire. Lei è l’esatto contrario di un giustiziere. Si direbbe perfino che quando arresta un colpevole lo faccia a malincuore”.

“Sì, a volte succede”.

“Eppure si prende a cuore le sue inchieste come se la toccassero personalmente…”.

Al che Maigret, con molta semplicità, aveva risposto:

“Perché, ogni volta, quella che vivo è un’esperienza umana. Quando la chiamano al capezzale di un malato che pure non conosce affatto, non ne fa anche lei una faccenda personale? Non lotta contro la morte come se il paziente fosse una persona cara?”.

Georges Simenon, Maigret e il signor Charles, Adelphi

Si ritrova come prima in mezzo alle necessità di una trama di rapporti.

Si ritrova come prima in mezzo alle necessità di una trama di rapporti.

Il Wanderer è l’uomo che se ne va, non il camminatore (il camminatore ha uno scopo davanti), ma l’uomo che cammina smarrito e se si può beare di qualche cosa, si bea del suo spontaneismo alla deriva, alla mercé di chissà che. Il vagabondo se ne va, continua la sua strada che non una strada perché è senza scopo e senza missione, non ha un fine e non ha una fine. Per questo è condannato a fuggire, innanzitutto da se stesso, spinto non da un desiderio, ma da una insoddisfazione che che diventa condanna. Fuggire, fuggire, fuggire, e dopo tre giorni di corsa, come il Wanderer di Schubert, dopo tre giorni di cammino alla cieca, si ritrova come prima in mezzo alle necessità di una trama di rapporti. Pensate se questo non descrive tante giornate e la vita di tanta gente che abbiamo intorno.

Luigi Giussani, Spirto gentil, Bur Saggi

Il linguaggio non riflette più la vita.

Il linguaggio non riflette più la vita.

(…) Anche il tempo ha perso profondità, in questo nostro tempo immateriale. La società liquida di cui ci parla Bauman è immersa in un presente piatto, senza spigoli, dove ogni forma è provvisoria, ogni rapporto volatile e precario. E dove vige l’obbligo nevrotico di dimenticare, di cancellare ogni esperienza nel mentre che si va compiendo. Da qui la rimozione della malattia, della miseria – in una parola, del dolore. Una rimozione verbale, oltre che sostanziale. Del resto le parole sono divenute a loro volta ingannatrici: nel politically correct come nel turpiloquio che ad ogni istante ci perfora i timpani, in entrambi i casi il linguaggio non riflette più la vita, o la riflette come uno specchio deformante.

Michele Ainis, Il Corriere della Sera – La lettura, 24 dicembre 2011

Se non che lo sguardo straripa, sempre.

Se non che lo sguardo straripa, sempre.

Gregory, come tutti i vampiri, è un economo. Crede che lo sguardo possa essere amministrato, distribuito, indirizzato. Crede che con un’abile trasfusione potrà privarne a suo piacere Paula, e farla simile a sé, a quel che crede di essere. Il vampiro è l’incubo dell’omologazione nell’eternità, nell’avarizia.: una cartolina per Gregory, i diamanti; una per Paula, le sbarre del manicomio. Se non che lo sguardo straripa, sempre. La costruzione del delirio nel quale sono impegnati Gregory e Paula li travolge, facendo fallire ogni tentativo di gestione, di autoriduzione.

Umberto Silva, Demoni insonni, Spirali

Sono un uomo. Sono un marito. Sono un padre. Dirigo un’azienda.

Sono un uomo. Sono un marito. Sono un padre. Dirigo un’azienda.

Di’ a Bill e Melissa di venire a passare un weekend qui con noi- – Oh, sarebbero proprio contenti di venire qui. – Senti, ti piacerebbe, in settembre, andar via di casa? In una scuola preparatoria per l’ultimo biennio? Forse sei stufa di vivere in famiglia e di stare qui con noi. – Sempre lì a fare p-progetti. Sempre a cercare di indovinare la soluzione più ragionevole. – Che altro dovrei fare? Non dovrei fare progetti? Sono un uomo. Sono un marito. Sono un padre. Dirigo un’azienda. – Dirigo un’aaa-aaa-azienda, dunque sono.

Philip Roth, Pastorale americana, Einaudi

Tu cerchi abissi che non esistono (non mi ero mai sbagliato di più sul conto di nessuno in vita mia).

Tu cerchi abissi che non esistono (non mi ero mai sbagliato di più sul conto di nessuno in vita mia).


Il mio bisogno di scoprire un substrato, il mio perdurante sospetto che ci fosse qualcosa di più di quello che vedevo, faceva nascere in lui la paura che potessi dirgli, senza tante esitazioni, che non era quello che voleva farci credere di essere… Ma poi pensai: perché dedicargli tutte queste riflessioni? Perché tanta voglia di conoscere quest’uomo? Sei così curioso perché una volta ti ha detto, a te, e solo a te:”Il basket è un’altra cosa, Skip”? Perché aggrapparsi a lui? Che ti piglia? Qui c’è soltanto quello che vedi. Quest’uomo vuole solo essere guardato. E’ sempre stato così. Non è un trucco, tutta questa verginità. Tu cerchi abissi che non esistono. Quest’uomo è l’incarnazione del nulla.

Mi sbagliavo. Non mi ero mai sbagliato di più sul conto di nessuno in vita mia.

Philip Roth, Pastorale americana, Einaudi

Capire bene la gente non è vivere.

Capire bene la gente non è vivere.


(..) come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati er discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? Devono, tutti, andarsene e chiudere la porta e vivere isolati come fanno gli scrittori solitari, in una cella insonorizzata, creando i loro personaggi con le parole e poi suggerendo che questi personaggi di parole siano più vicini alla realtà delle persone vere che ogni giorno noi mutiliamo con la nostra ignoranza? Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male, e dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando.

Philip Roth, Pastorale americana, Einaudi

Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato.

Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato.

Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico eccessivo di pregiudizi, di speranze o di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni, mitragliatrici e corazze d’acciaio spesse quindici centimetri; offri alla gente il tuo volto più bonario, camminando in punta di piedi invece di sconvolgere il terreno con i cingoli, e l’affronti con larghezza di vedute, da pari a pari, da uomo a uomo, come si diceva una volta, e tuttavia non manchi mai di capirla male. Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato.

Philip Roth, Pastorale americana, Einaudi

C’è un altro “Tu” prima che deve emergere nel nostro io.

(..) quanto più uno usa la parola «io» con la coscienza di una responsabilità verso un «Tu» (esattamente come un bambino quando ha lì la mamma o come un uomo che voglia veramente bene a una donna), quanto più uno dice: «Io» con la responsabilità di fronte a un «Tu», perciò è un «io» in cui traspare un «Tu» («Vivo, non io, sei Tu che vivi in me»), quanto più uno vive questo, tanto più cresce il suo sentimento degli altri, la sua capacità di rispetto degli altri, la sua inclinazione potente a servire gli altri. Pensate, per favore, a come senza questo sia impossibile che un uomo e una donna realmente si rispettino, secondo il bellissimo formulario del matrimonio: «Prometto di amarti e onorarti per tutta la vita». È impossibile!
C’è un altro «Tu» prima – prima! –, che deve emergere nel nostro io, altrimenti né padre, né madre, né moglie, né figli, come neanche te stesso, rispetterai. Così la realtà, specialmente la realtà dei rapporti umani, non sarà più la proiezione delle tue pretese, ma un riconoscimento, il grande riconoscimento, che tu accetterai nella forma magari sbiadita o nella forma deformata con cui ti si presenta nell’istante passeggero, e abbraccerai il lebbroso come l’uomo abbraccia la sua donna (come ha fatto Francesco d’Assisi). Ti troverai a non proiettare più le tue pretese, ma a riconoscere il grande destino (..).

Luigi Giussani, L’io rinasce in un incontro, BUR 2010