Per avere una consistenza noi disobbediamo alla circostanza.

Per avere una consistenza noi disobbediamo alla circostanza.

Il valore dell’istante ci fa emergere un altro pensiero: proprio qui è l’origine del nostro peccato: noi ci ribelliamo al Dio che emerge nelle circostanze. Noi non ci ribelliamo a Dio, anzi; ma – più o meno coscientemente – ci ribelliamo al suo emergere, al suo manifestarsi, al comunicarsi della sua volontà che è la circostanza; ci ribelliamo alla circostanza, vorremmo che fosse diversa la circostanza. Non diciamo “Fiat”, “Si” come la Madonna e la mamma di Pinuccio.
La resistenza si mostra soprattutto nella incapacità di stare nell’istante.
Stare nell’istante: tu, madre che sei a casa; tu, operaio che sei in…; tu, imprenditore che sei in…; tu, marito che sei…; tu, moglie, con quel marito, adesso, che ti percuote col suo modo di fare. La resistenza si mostra soprattutto nella incapacità di stare nell’istante. L’immaginazione nostra fugge o nel futuro o nel passato e lascia inquieta, timorosa o rabbiosa l’ora. Per avere una consistenza noi disobbediamo alla circostanza; cerchiamo la nostra consistenza nel fare quello che pensiamo o vogliamo, poniamo la nostra consistenza nella reazione alla circostanza invece che nella obbedienza alla circostanza. E così incorriamo
in quello che dice il libro dei Proverbi: “Chi pecca contro di me danneggia se stesso, quanti mi odiano amano la morte”.

Luigi Giussani, Guardare Cristo

Per spiegare quella presenza, quel dato, dobbiamo ammettere qualcosa d’altro.

Per spiegare quella presenza, quel dato, dobbiamo ammettere qualcosa d’altro.

Che semplicità occorre per lasciarsi attirare da quella presenza, che, per la vibrazione che provoca in me, diviene così interessante da fare scattare la ricerca! Se questa ricerca non si ferma, non si blocca, per spiegare quella
presenza, quel dato, dobbiamo ammettere qualcosa d’altro. Ma spesso noi blocchiamo questa ricerca, e lo si vede dalle innumerevoli volte in cui sentiamo dire: perché davanti alla realtà dobbiamo tirare in ballo il Mistero, il Tu, Dio? Si domanda questo come se il rimando a un altro fattore oltre e dentro ciò che si vede, non fuori, ma oltre e dentro ciò che si vede, non fosse contenuto in ciò che si vede, nell’esperienza di ciò che si vede, nel dato, ma fosse costruito da noi. Certamente questo rimando è colto dal soggetto, ma appartiene all’oggetto, alla cosa, all’esperienza della cosa.

Julián Carrón, Milano, 1 ottobre 2011

La meraviglia della presenza mi attira, ecco come scatta in me la ricerca.

La meraviglia della presenza mi attira, ecco come scatta in me la ricerca.

(..) la religiosità nasce da questa attrattiva. Il primo sentimento dell’uomo è questa attrattiva; la paura – che si indica tante volte come origine della religiosità – non subentra che in un secondo momento. «La religiosità è innanzitutto l’affermarsi e lo svilupparsi dell’attrattiva [dell’essere. Questo è quello che
ci occorre, lo svilupparsi dell’attrattiva dell’essere]. C’è una evidenza prima e uno stupore del quale è carico l’atteggiamento del vero ricercatore: la meraviglia della presenza mi attira, ecco come scatta in me la ricerca».

Julián Carrón, Milano, 1 ottobre 2011

 

C’è un affetto, c’è una Presenza che domina la realtà.

C’è un affetto, c’è una Presenza che domina la realtà.

Durante una gita in montagna, c’era un punto molto esposto, la cresta era franata ed era rimasto aperto un buco di poco più di mezzo metro che dava
sul vuoto. Lungo il sentiero c’erano davanti un adulto con due ragazzini; a un certo punto, l’adulto è passato ed è passato anche il primo ragazzino, mentre il
secondo è rimasto bloccato. Inizialmente ho interpretato che fosse per una questione psicologica, un’insicurezza che il primo, magari più spavaldo, non aveva. Ma poi ho scoperto che il primo era il figlio dell’adulto che era passato, mentre l’altro era un amico. E lì mi si è chiarita la questione. Per il secondo la realtà era solo quel buco che dava sul vuoto, era solo «il problema» che doveva superare e non sapeva se ne avrebbe avuto le forze. Perciò era rimasto bloccato. Mentre per il primo la realtà era il buco e il padre, il padre che era lì con lui e che era passato, era già passato, tutte e due le cose insieme. C’è un affetto, c’è una Presenza che domina la realtà: se la ragione non riconosce questa Presenza dentro la realtà, la realtà è ridotta e la ragione è bloccata.

Davide Prosperi, Milano, 1 ottobre 2011

È una ragione fragile il motivo per cui il reale non ha presa su di noi (niente ci prende).

È una ragione fragile il motivo per cui il reale non ha presa su di noi (niente ci prende).

Tutti possiamo riconoscerci in questa situazione: se non vediamo continuamente l’essere vibrare in noi, tutto torna di nuovo piatto e diventa sempre più urgente in ciascuno di noi la domanda: qual è la strada che può restituirmi quella condizione che rende possibile non dare per scontato tutto, ma sorprendermi
di tutto? Per rispondere a questa domanda occorre capire perché ci capita questo. Perché, dopo un’esperienza come quella descritta, ritorniamo a dare tutto per scontato e non ci stupiamo più di niente? Don Giussani
identifica le ragioni in Ciò che abbiamo di più caro, il libro dell’Equipe degli universitari pubblicato quest’anno: 1) Questo accade – dice Giussani – per colpa di una ragione debole, cioè di un uso ridotto della ragione che, non essendo in grado di cogliere la presenza delle cose presenti, ci porta a dare tutto per scontato. È una ragione fragile il motivo per cui il reale non ha presa su di noi, non ci colpisce e tutto diventa di nuovo grigio. Questo uso della ragione
porta a una conseguenza inevitabile. 2) Una divisione fra il riconoscimento
e l’affettività, tra il riconoscimento e l’essere attaccati al riconoscimento: l’io resta diviso tra il riconoscimento (che rimane astratto) e l’affettività (che
fluttua). Non essendo la ragione in grado di raggiungere la realtà, l’affettività non s’incolla, rimane fluttuante e niente ci prende.

Julián Carrón, Milano, 1 ottobre 2011

Noi non siamo abituati a fissare come presenza le cose presenti.

Noi non siamo abituati a fissare come presenza le cose presenti.

Ancora una volta don Giussani ci viene in aiuto per identificare dov’è la questione. Rivolgendosi ai preti dello Studium Christi, nel 1995, diceva: «La radice della questione è il fattore costitutivo di ciò che c’è, e la parola più importante per indicare il fattore più importante di quel che c’è è la parola presenza. Ma noi non siamo abituati a guardare come presenza una foglia presente, un fiore presente, una persona presente, non siamo abituati a fissare come presenza le cose presenti. Siamo approssimativi in questo» (Milano, 1 febbraio 1995). E lo dice a noi, a noi che abbiamo già incontrato Cristo e che abbiamo avuto il nostro io risvegliato da questo incontro. Perciò tutti noi possiamo fare subito la verifica e giudicare fino a che punto Giussani ha ragione:
basta che ciascuno osservi che cosa è successo oggi, se si è sorpreso almeno un istante della presenza delle cose presenti. Non rendersi conto delle cose presenti come presenza non vuol dire negarle. Intendiamoci, possiamo accettarle e riconoscerle – insiste ancora don Giussani -, e tuttavia darle per scontate. Ha perfettamente ragione: «Noi non siamo abituati a fissare come presenza le cose presenti». Dalla realtà, al marito o alla moglie, fino a noi stessi.

Julián Carrón, Milano, 1 ottobre 2011

 

Presenza che non faccio io, che trovo, una presenza che mi si impone.

Presenza che non faccio io, che trovo, una presenza che mi si impone.

Le cose! Che «cosa»! Il che è una versione concreta e, se volete, banale, della parola «essere». L’essere: non come entità astratta, ma come presenza, presenza che non faccio io, che trovo, una presenza che mi si impone.
Chi non crede in Dio è inescusabile, diceva san Paolo nella Lettera ai Romani, perché deve rinnegare questo fenomeno originale, questa originale esperienza dell’«altro». Il bambino la vive senza accorgersi, perché ancora non del tutto cosciente: ma l’adulto che non la vive o non la percepisce da uomo cosciente è meno che un bambino, è come atrofizzato.
Lo stupore, la meraviglia di questa realtà che mi si impone, di questa presenza che mi investe, è all’origine del risveglio dell’umana coscienza.

Luigi Giussani, Il senso religioso, BUR

Una presenza inesorabile.

Guariento di Arpo, Creazione di Adamo ed Eva

(..) è una passività che costituisce l’originaria attività
mia, quella del ricevere, del constatare, del riconoscere.
Una volta, mentre insegnavo in una prima liceo ho
chiesto: «Allora, secondo voi che cos’è l’evidenza? Potrebbe
qualcuno di voi definirmela?». Un ragazzo, là a
destra della cattedra, dopo una sospensione molto lunga
d’impaccio da parte di tutta la scolaresca, esclamò:
«Ma, allora, l’evidenza è una presenza inesorabile!».
L’accorgersi di una inesorabile presenza! Io apro gli occhi
a questa realtà che mi si impone, che non dipende
da me, ma da cui io dipendo: il grande condizionamento
della mia esistenza, se volete, il dato.

Luigi Giussani, Il senso religioso, Rizzoli

Una corrispondenza alla vita secondo la totalità delle sue dimensioni.

Giorgio Morandi, Paesaggio (1942)

Solo un cristianesimo che si presenta secondo la sua vera natura, cioè quella di “fatto storico” che si documenta in una diversità umana, può essere in grado di dare un vero contributo a questa situazione problematica.

E allora, «dove si può ritrovare […] la persona?» si domandava don Giussani. «Quella che sto per dare non è una risposta alla situazione in cui versiamo […]; è una regola, una legge universale da quando l’uomo c’è: la persona ritrova se stessa in un incontro vivo, vale a dire in una presenza in cui si imbatte e che sprigiona un’attrattiva, […] vale a dire provoca al fatto che il cuore nostro, con quello di cui è costituito, con le esigenze che lo costituiscono, c’è, esiste». È una presenza che muove, che produce uno sconvolgimento carico di ragionevolezza, una sommossa del nostro cuore. Quella presenza fa ritrovare l’originalità della propria vita, cioè «una corrispondenza alla vita secondo la totalità delle sue dimensioni. Insomma, la persona si ritrova quando si fa largo in essa una presenza – questa è la prima evidenza – che corrisponde alla natura della vita, e così l’uomo non è più nella solitudine ».

Julián Carrón, Milano 18 marzo 2010

Come si fa ad accettare sé e gli altri in nome di un discorso?

Marc Chagall, Les amoreux de Vence

Ora, con questi muscoli che non tengono, con questa stanchezza, con questa facilità alla malinconia, con questo masochismo strano che la vita di oggi tende a favorire o con questa indifferenza e questo cinismo che la vita di oggi rende, come rimedio, necessario per non subire una fatica eccessiva e non voluta, come si fa ad accettare sé e gli altri in nome di un discorso? Non si può rimanere nell’amore a se stessi senza che Cristo sia una presenza come è una presenza una madre per il bambino. Senza che Cristo sia presenza ora – ora!–, io non posso amarmi ora e non posso amare te ora.

Mons.Luigi Giussani