Dormi, cazzo (ninnananna 3).

Dormi, cazzo (ninnananna 3).

“I fiori schiacciano un pisolino giù nel prato o lassù sulle montagne scoscese. La mia vita è un fallimento, sono un genitore di merda. Quindi smettila di prendermi per il culo, per favore, e dormi”.

Il Foglio, 18 giugno 2011

Dormi, cazzo (ninnananna 2).

Dormi, cazzo (ninnananna 2).

“Le aquile che volano nel cielo ora riposano. E così tutte le creature che nuotano, corrono e strisciano. Lo so che non hai sete. E’ una cazzata questa. Smettila di mentirmi. Mettiti giù, cazzo, tesoro mio, e dormi”.

Il Foglio, 18 giugno 2011

Il Nobel per la letteratura: una boiata pazzesca.

Herta-Muller-premio-Nobel-letteratura-large

Dunque anche quest’ anno il più grande scrittore del mondo (non segue dibattito) è stato ignorato dall’ Accademia Reale Svedese. Ha vinto Herta Müller (chiii?) confermando la vecchia battuta di Giuseppe Pontiggia. Che era la seguente: «Ogni anno ci sono due premi Nobel per la letteratura: quello dato al vincitore e quello non dato a Jorge Luis Borges».

Così Antonio D’Orrico, seguace e -giustamente- appassionato di Philip Roth sul Corriere della Sera. A prescindere dalla precedenza nella vittoria che chi scrive, personalmente, assegnerebbe a Cormac McCarthy, resta l’impressione, a questo punto suffragata da voci ben più autorevoli, che per vincere il Nobel per la letteratura occorra rientrare non solo in tutti i canoni nel politically correct ma, soprattutto, sia indispensabile ricercare elementi per cui il premiato sia perlopiù ignoto, oscuro, distante. Con questi criteri, se la Corazzata Kotiomkin, Fantozzi_Corazzata_Potemkindi fantozziana memoria, fosse stata recitata in slovacco, con sottotitoli in lingua parsi o in urdu, avrebbe vinto a mani basse il Nobel per il cinema, ovvero il Festival di Venezia o quello di Cannes. Manca solo, nella giuria, la presenza di Guido Ubaldo Maria Ricciardelli.

Politically correct 2: come essere certi di smarrire l’identità

Bandiera Italiana

Il Corriere della Sera on line di oggi dà notizia del licenziamento di una dirigente scolastica della provincia di Padova che l’anno scorso non avrebbe proceduto alla cerimonia dell’alzabandiera per “non offendere (sic) la sensibilità dei bambini stranieri”. Il licenziamento di Maria Grazia Bollettin, viene spiegato, è tuttavia avvenuto per ragioni gestionali, mentre l’episodio della bandiera viene definito marginale.

La Patria, ha detto Giulio Tremonti nel suo intervento al Meeting di Rimini, è la terra dove riposano le ossa dei nostri padri. Se dopo i crocefissi neppure le bandiere vanno bene, dobbiamo seppellire altrove i nostri padri per rispetto delle identità altrui?

Politically correct: come censurare l’identità in nome del multikulti.

Hans Christian Andersen

Hans Christian Andersen

Claudio Magris, in un articolo sul Corriere Cultura di domenica 30 agosto, dà notizia di quanto avvenuto in Danimarca, circa una favola di Andersen, epurata dal “(..) finale cristiano o comunque degli elementi cristiani, per non offendere i fedeli di altre chiese. Nella sua timorata stupidaggine, questa è una tappa decisiva nella storia universale della censura”. Così Magris: che riesce a vedere, nonostante tutto, nella notizia del buono poichè, se l’iniziativa danese di diffondesse, molti altri testi, compresi Dante e Omero, andrebbero emendati, dando lavoro a schiere di letterati disoccupati. Ora, a prescindere dal fatto che, se fossi letterato, mi chiederei se la collaborazione ad un simile scenario orwelliano varrebbe la pena del lavoro, a me sembra che il problema non sia appena di censura, ma di censura dell’identità.

E, chiamando le cose con il loro nome, di identità cristiana.

Ciò di cui dà notizia Magris è preoccupante, come lo è la situazione dell’Olanda, dove l’assassinio di Theo Van Gogh rischia di essere dimenticato e dove si mandano in esilio coloro che hanno il coraggio di denunciare l’islamizzazione. Sempre per chiamare le cose con il loro nome.

L’illusione del multikulti, la cui applicazione in Olanda ha fatto sì che Rotterdam divenisse, de facto, una città araba e che, nella capitale inglese, si possa parlare ormai apertamente di Londonistan, con i cristiani timorosi e ghettizzati, con le corti islamiche sempre più alle prese con l’applicazione della sharia, parte da un’impostazione sbagliata alla radice. Ovvero che, per dialogare, si debba rinunciare alla propria identità, mentre solo chi è consapevole della propria identità è in grado di valorizzare quelle altrui, dialogando con esse a partire da un’ipotesi.

In Italia non siamo arrivati ancora a questo punto, e mi auguro che mai ci arriveremo. Ma ricordo bene quanto accadeva negli asili della meravigliosa Reggio Emilia, patria del comunismo realizzato in salsa emiliana, dove da molti anni la festa della  Nascita di Nostro Signore Gesù Cristo viene presentata, naturalmente per non offendere nessuno, come la festa di Babbo Gelo. Forse si dovrebbe riproporre l’idea, mi pare avanzata da Giuliano Ferrara qualche tempo fa, di evitare di offendere i seguaci di altri culti, per esempio obbligandoli a lavorare nel giorno di Natale, a Pasqua, per l’Epifania.