Il tuo destino somiglia al mio: tener la crusca;  il fiore, spargerlo puro per il tuo cammino. (La piada, il pane del passaggio).

Il tuo destino somiglia al mio: tener la crusca;  il fiore, spargerlo puro per il tuo cammino. (La piada, il pane del passaggio).

©PB

             LA PIADA

I

Il vento come un mostro ebbro mugliare
udii notturno. Errava non veduto
tra i monti, e poi s’urtava al casolare

piccolo, ed in un lungo ululo acuto
fuggiva ai boschi, e poi tornava ancora
più ebbro, con suoi gridi aspri di muto.

 

L’udii tutta la notte, ed all’aurora
non più. Dormii. Sognai, su la mattina,
che la pace scendeva a chi lavora.

Or vedo: scende. Scende: era divina
l’anima. Il cielo tutto a terra cade
col bianco polverìo d’una rovina.

Non un’orma. Vanite anche le strade.
La terra è tutto un solo mare a onde
bianche, di porche ov’erano le biade.

Resta il mio casolare unico, donde
esploro in vano. Non c’è più nessuno.
E solo a me che chiamo, ecco risponde
il pigolio d’ un passero digiuno.

II

Sul liscio faggio danzi corra voli,
Maria, lo staccio! Siamo soli al mondo:
facciamo il pane che si fa da soli!

Voli lo staccio e treppichi giocondo,
vaporando il suo bianco alito fino,
che si depone sul tuo capo biondo.

O lieve staccio, io t’amo. Il tuo destino
somiglia al mio: tener la crusca;  il fiore,
spargerlo puro per il tuo cammino.

E fai codesto con un tuo rumore
lieto, in cadenza: semplice, ma bello
per l’orecchio del pio lavoratore.

Ma triste, sotto mezzodì, per quello
del viandante, che rasenta i triti
limitari del lungo paesello:

ch’ode un danzar segreto, ode tra i diti
di donna sola, in ogni casa, andare
e, casalingo cembalo, che inviti
lo sciame errante al tacito alveare.

III

Taci, querulo passero:  t’invito.
Sempre diventa il tuo gridìo più fioco:
taci: or ora imbandisco il mio convito.

Il poco è molto a chi non ha che il poco:
io sull’aròla pongo, oltre i sarmenti,
i gambi del granoturco, abili al fuoco.

Io li riposi già per ciò. Ma lenti
sono alla fiamma: e i canapugli spargo
che la maciulla gramolò tra i denti.

Nulla gettai di quello che non largo
mi rese il campo: la mia man raccoglie
anche i fuscelli per il mio letargo.

Serbo per il mio verno anche le foglie.
Del granoturco, ecco via via
mi scaldo ai gambi e dormo sulle spoglie.

Ciò che secca e che cade e che s’oblia,
io lo raccolgo: ancora ciò che al cuore
si stacca triste e che poi fa che sia
morbido il sonno, il giorno che si muore.

IV

Il mio povero mucchio arde e già brilla:
pian piano appoggio sopra due mattoni
il nero testo di porosa argilla.

Maria, nel fiore infondi l’acqua e poni
il sale; dono di te, Dio; ma pensa!
l’uomo mi vende ciò che tu ci doni.

Tu n’empi i mari, e l’uomo lo dispensa
nella bilancia tremula: le lande
tu ne condisci, e manca sulla mensa.

Ma tu, Maria, con le tue mani blande
domi la pasta e poi l’allarghi e spiani;
ed ecco è liscia come un foglio, e grande

come la luna; e sulle aperte mani
tu me l’arrechi, e me l’adagi molle
sul testo caldo, e quindi t’allontani.

Io, lo giuro, e le attizzo con le molle
sotto, fin che stride invasa
dal calor mite, e si rigonfia in bolle:
e l’odore del pane empie la casa.

V

Chi picchia all’uscio? Tu forse, Aasvero,
che ancor cammini per la terra vana,
arida foglia per un cimitero?

Chi picchia all’uscio?… E fioca una campana
suona…Chi suona? Forse un vecchio prete,
restato a guardia della tomba umana?

E’ solo; e ancora a mezzodì ripete
l’Angelus, ed a rincasare invita,
morti, voi, che sotterra ora mietete.

Socchiudo l’uscio. – Antica ombra smarrita,
che in cerca erri del corpo; ultima foglia,
che stridi ancora dove fu la vita;

qual vento t’ha portato alla mia soglia,
vecchio ramingo, ultima foglia morta
d’albero immenso che non più germoglia?

Ma tu sei vivo: hai fame! E qui ti porta
necessità. Sei vivo: soffri! Vivo
sei: piangi!  Ed ecco, dunque, apro la porta:
entra, fratello; ché ancor io…sì, vivo. –

VI

Entra, vegliardo, antico ospite: ed ecco
l’azimo antico degli eroi, che cupi
sedeano all’ombra della nave in secco

(si levarono grandi sulle rupi
l’aquile; e nella macchia era tra i rovi
un inquieto guaiolar di lupi…):

il pane della povertà, che trovi
tu, reduce aratore, esca veloce,
che sol s’intrise all’apparir dei bovi:

il pane dell’umanità che cuoce
mezzo a tutti, sopra l’ara, e intorno
poi si partisce in forma della croce:

il pane della libertà, che il forno
sdegna venale; cui partisci, o padre,
tu, nelle più soavi ore del giorno:

ognuno in cerchio mangia le sue quadre;
più, i più grandi, e assai forse nessuno;
o forse n’ebbe più che assai la madre,
cui n’avanza da darne un po’ per uno.

VII

Azimo santo e povero dei mesti
agricoltori, il pane del passaggio
sei, che s’accompagna all’erbe agresti;

il pane, che, verrà tempo e nel raggio
del cielo, sulla terra alma, gli umani
lavoreranno nel calendimaggio.

Ché porranno quel dì su gli altipiani
e tende, e nel comune attendamento
l’arte ognun ciberà delle sue mani.

Ecco il gran fuoco, che s’accende al vento
di primavera. Ma in disparte, gravi,
ulla palma le bianche onde del mento,

parlano i vecchi di non so che schiavi
d’altri e di sé:  ma sembrano parole
sepolte, dei lontani avi degli avi.

Guardano poi la prole della prole
seder concorde, e, con le donne loro
e i loro figli, in terra sotto il sole,
frangere in pace il pane del lavoro.

Giovanni Pascoli

Arriva inaspettata. (Felicità).

Arriva inaspettata. (Felicità).

Talmente presto che fuori è ancora quasi buio.
Sto alla finestra con il caffè
E le solite cose della mattina presto
Che passano per pensieri.
A un tratto vedo il ragazzo e il suo amico
Venire su per la strada
Per consegnare il giornale.
Portano il berretto e il maglione
E uno la borsa a tracolla.
Sono così felici
Che non dicono niente, questi ragazzi.
Mi sa che se potessero, si prenderebbero sottobraccio.
Il mattino è appena sorto
E stanno facendo questa cosa insieme.
Avanzano lentamente.
Il mattino si fa più luminoso,
anche se la luna pende ancora pallida sul mare.
Una tale bellezza che per un attimo
La morte e l’ambizione, perfino l’amore
Non riescono a intaccarla.
Felicità. Arriva
Inaspettata. E va al di là, davvero,
di qualsiasi chiacchiera mattutina sull’argomento.

Se polve ed ombra sei, tant’alto senti?

Se polve ed ombra sei, tant’alto senti?

 

XXXI – SOPRA IL RITRATTO Dl UNA BELLA DONNA SCOLPITO NEL MONUMENTO SEPOLCRALE DELLA MEDESIMA

 

Tal fosti: or qui sotterra
Polve e scheletro sei. Su l’ossa e il fango
Immobilmente collocato invano,
Muto, mirando dell’etadi il volo,
Sta, di memoria solo
E di dolor custode, il simulacro
Della scorsa beltà. Quel dolce sguardo,
Che tremar fe, se, come or sembra, immoto
In altrui s’affisò; quel labbro, ond’alto
Par, come d’urna piena,
Traboccare il piacer; quel collo, cinto
Già di desio; quell’amorosa mano,
Che spesso, ove fu porta,
Sentì gelida far la man che strinse;
E il seno, onde la gente
Visibilmente di pallor si tinse,
Furo alcun tempo: or fango
Ed ossa sei: la vista
Vituperosa e trista un sasso asconde.
Così riduce il fato
Qual sembianza fra noi parve più viva
Immagine del ciel. Misterio eterno
Dell’esser nostro. Oggi d’eccelsi, immensi
Pensieri e sensi inenarrabil fonte,
Beltà grandeggia, e pare,
Quale splendor vibrato
Da natura immortal su queste arene,
Di sovrumani fati,
Di fortunati regni e d’aurei mondi
Segno e sicura spene
Dare al mortale stato:
Diman, per lieve forza,
Sozzo a vedere, abominoso, abbietto
Divien quel che fu dianzi
Quasi angelico aspetto,
E dalle menti insieme
Quel che da lui moveva
Ammirabil concetto, si dilegua.

Desiderii infiniti
E visioni altere
Crea nel vago pensiere,
Per natural virtù, dotto concento;
Onde per mar delizioso, arcano
Erra lo spirto umano,
Quasi come a diporto
Ardito notator per l’Oceano:
Ma se un discorde accento
Fere l’orecchio, in nulla
Torna quel paradiso in un momento.

Natura umana, or come,
Se frale in tutto e vile,
Se polve ed ombra sei, tant’alto senti?
Se in parte anco gentile,
Come i più degni tuoi moti e pensieri
Son così di leggeri
Da sì basse cagioni e desti e spenti?

Giacomo Leopardi

Le fabbriche incendiate ululano per il cupo avvio dei treni (Periferia)

Le fabbriche incendiate ululano per il cupo avvio dei treni (Periferia)

 

 

Sento l’antico spasimo
– è la terra
che sotto coperte di gelo
solleva le sue braccia nere –
e ho paura
dei tuoi passi fangosi, cara vita,
che mi cammini a fianco, mi conduci
vicino a vecchi dai lunghi mantelli,
a ragazzi
veloci in groppa a opache biciclette,
a donne,
che nello scialle si premono i seni –

E già sentiamo
a bordo di betulle spaesate
il fumo dei comignoli morire
roseo sui pantani.

Nel tramonto le fabbriche incendiate
ululano per il cupo avvio dei treni…

Ma pezzo muto di carne io ti seguo
e ho paura –
pezzo di carne che la primavera
percorre con ridenti dolori.

All’ultimo tumulto dei binari (3 dicembre).

All’ultimo tumulto dei binari (3 dicembre).

©A.B.

3 dicembre

All’ultimo tumulto dei binari
hai la tua pace, dove la città
in un volo di ponti e di viali
si getta alla campagna
e chi passa non sa
di te come tu non sai
degli echi delle cacce che ti sfiorano.

Pace forse è davvero la tua
e gli occhi che noi richiudemmo
per sempre ora riaperti
stupiscono
che ancora per noi
tu muoia un poco ogni anno
in questo giorno.

Vittorio Sereni, Poesie, Meridiani

Amante es la palabra que los dioses auguran en la fiesta (Amante).

Amante es la palabra que los dioses auguran en la fiesta (Amante).

Amante es la palabra que los dioses

auguran en la fiesta

de las estaciones en las que cantan

los lagartos

y reptan en la tibieza de la tierra.

 

Graciela Aráoz, El protegido del ciervo, Samuele Editore

È che (tipo l’amore).

È che (tipo l’amore).

Copyright Matt Weber

Coney Island, 2008 (copyright Matt Weber)

È che dicevi le cose giuste

quando avevo bisogno

di parole giuste

e quando sorridevi

mi scardinavi l’anima

o quello che ne resta

poi

dormirti addosso

succedevano alcune cose

alcune meraviglie

tipo

che la mattina

ritenevo plausibile

l’implausibile

tipo quelle robe da film

da romanzo

tipo l’amore

tipo fare colazione assieme

tipo un mondo migliore.

 

(Da twitter)

 

Nell’adolescenza dell’anno venne Cristo la tigre.

Nell’adolescenza dell’anno venne Cristo la tigre.

cappella-baglioni

(…)

Ora penso
Che la storia abbia molti passaggi nascosti, e corridoi tortuosi
E varchi, e che ci inganni con bisbiglianti ambizioni,
E che ci guidi con le vanità. Ora penso che dia
Quando la nostra attenzione è distratta,
E che quanto ci dà lo dia con turbamenti
Così lusinghieri che il dato affama ciò che si desidera. E ci dà
Troppo tardi ciò in cui più non si crede, o se ancora
Ci crediamo, soltanto nel ricordo, come passioni riconsiderate.
E troppo presto dà in deboli mani, ciò che è pensato può essere
Dispensato, finché il rifiuto propaga la paura. Penso
Che né paura né coraggio ci salvino.

(…)

Gerontion, T.S.Eliot

Che ti porti il sogno, il caffè e la poesia (ti meriti un amore).

Che ti porti il sogno, il caffè e la poesia (ti meriti un amore).

frida_kahlo

Ti meriti un amore

Ti meriti un amore che ti voglia
spettinata,

con tutto e le ragioni che ti fanno
alzare in fretta,

con tutto e i demoni che non ti
lasciano dormire.

Ti meriti un amore che ti faccia
sentire sicura,

in grado di mangiarsi il mondo
quando cammina accanto a te,

che senta che i tuoi abbracci sono
perfetti per la sua pelle.

Ti meriti un amore che voglia ballare
con te,

che trovi il paradiso ogni volta che
guarda nei tuoi occhi,

che non si annoi mai di leggere le
tue espressioni.

Ti meriti un amore che ti ascolti
quando canti,

che ti appoggi quando fai la ridicola,
che rispetti il tuo essere libera,

che ti accompagni nel tuo volo,
che non abbia paura di cadere.

Ti meriti un amore che ti spazzi via le
bugie
che ti porti il sogno,
il caffè
e la poesia.

Frida Kahlo