La passione amorosa, come il dolore, può farci piangere.

La passione amorosa, come il dolore, può farci piangere.

Gaetano Previati, Paolo e Francesca

Il piacere, spinto al suo estremo, ha su di noi lo stesso effetto devastante del dolore. Il desiderio di un’unione che soltanto la carne può mediare, ma che poi la stessa carne rende irraggiungibile per via dei nostri corpi che si escludono a vicenda, può avere la stessa grandiosità di un’indagine metafisica. La passione
amorosa, come il dolore, può farci piangere.

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“Scusa, non adesso, sto leggendo”.

“Scusa, non adesso, sto leggendo”.

E causa del declassamento del romanzo, anche, di quella femminilizzazione della letteratura, che non ha mai più riacquistato la sua purezza (quindi le donne non soltanto sono perdute, ma la potenza di quel baratro ha provocato la perdizione e l’harmonyzzazione della letteratura mondiale) “Pornolettrici”, le chiama con ironia Francesca Serra, come Marilyn Monroe che, seminuda e con i capelli al vento, viene fotografata con l’“Ulisse” di Joyce sulla spiaggia di Long Island (le ultime pagine, quindi lo scandaloso monologo di Molly Bloom). Un’idea peccaminosa di libertà, curiosità, salto nel buio, viaggio di Alice nel paese delle meraviglie, da cui non si tornerà mai come prima.

E adesso, come ha scritto Mario Vargas Llosa disperandosi, il lettore è tremendamente femmina. Pare che sia un male. Significa che gli uomini hanno cose più importanti da fare, e che la lettura è paragonabile al bridge. Secondo Vargas Llosa la letteratura “è stata relegata, come certi vizi incoffessabili, ai margini della vita sociale”. Cioè alle donne, colpevoli anche dell’imbarbarimento. Se i buoni romanzi scarseggiano, è colpa delle pornolettrici. Avide, insaziabili, dipendenti. Talmente perdute in questa folle ninfomania da avere sostituito il mal di testa con il libro.

Annalena Benini

Le brave ragazze non leggono romanzi.

Le brave ragazze non leggono romanzi.

La prima cosa da fare, se si è donne, è bruciare tutti i romanzi. Non leggere mai più. Lavorare a maglia, piuttosto, andare a pilates o a farsi iniezioni di botox, ma non toccare un libro. “Mai nessuna vergine ha letto dei romanzi”, scrisse Jean-Jacques Rousseau nella prefazione di “Giulia o la Nuova Eloisa” (1761), il best seller che tutte le fanciulle in fiore di quegli anni leggevano di nascosto in camera da letto, dopo che era stato vietato loro di sfogliarlo. La donna che legge è destinata alla perdizione, alla dissolutezza, alla ninfomania. Le lettrici, con la mente piena di immagini pericolose, di troppo sottili confini fra il bene e il male, si affacciano sul baratro morale (e sessuale), si liberano dell’innocenza per sempre e vanno incontro a destini pericolosi (forse anche più divertenti del botulino). Secondo il saggio di Francesca Serra, “Le brave ragazze non leggono romanzi” (Bollati Boringhieri), il libro è, storicamente, la tentazione più erotica che esista: basta aprirlo per dire addio alla castità e trasformarsi in una nuova Madame Bovary (la più grande lettrice della letteratura ottocentesca), che da ingorda consumatrice di romanzi diventa una vorace adultera e non riesce più a fermarsi.

Annalena Benini

Il piacere occorre meritarselo mettendosi in gioco.

Il piacere occorre meritarselo mettendosi in gioco.

Il piacere occorre meritarselo mettendosi in gioco, abbandonandosi nel corpo e ancor di più nell’anima, con quell’amore per l’altro che tanto differisce dalla
brutalità ma anche dall’idealizzazione. Dal profondo sud, dalla maschilista Catania, Brancati ha avuto il coraggio di denunciare tutto ciò: per un eccesso d’idealizzazione il bell’Antonio non riesce a far l’amore con la bellissima Barbara. Il film di Bolognini fornirà un pertinente lieto fine: Mastroianni perde la Cardinale ma mette incinta una spaurita camerierina – sempre loro, le cameriere, il sale e il pepe della terra. Non c’è niente da ridere, così funzionano le cose dell’amore, e così è giusto che funzionino. Non la bellezza del partner provoca il piacere, ma la bellezza di quel desiderio che in ciascuno alberga e che spesso, per viltà o calcolo, viene preservato, nell’avaro timore di consumarlo, quando invece lo si perde proprio perché non lo si dona. Abbandonarsi all’altro per scoprirsi differente da quel che si è sempre pensato, pare un’impresa tropo arrischiata, addirittura imbarazzante o funesta.

Umberto Silva, Il Foglio, 17 maggio 2011.

Vaccate sacre.

Vaccate sacre.

Quando mi chiedono con quali criteri ho scelto gli artisti da segnalare a Sgarbi per la Biennale rispondo: il piacere. Gli interlocutori fanno sempre delle facce contrariate: il piacere non sta bene, se un’opera d’arte non fa soffrire non è contemporanea, pare. Sono bigotti hegeliani convinti non solo che lo Spirito del Tempo esiste, e fin qui, ma che davanti a esso bisogna obbligatoriamente
prostrarsi. Inutile discutere: lo Zeitgeist è un dogma. Potrebbe almeno essere uno Spirito benigno? No, nemmeno la sua natura sadica e sgradevole può essere oggetto di contestazione. Scrive Jean Clair in un prezioso volumetto intitolato “Breve storia dell’arte moderna” (Skira) che l’estetica del disgusto ha preso il posto dell’estetica del gusto: “Nella misura in cui i pubblici poteri sembrano incoraggiare queste manifestazioni che d’acchito risultano scioccanti, e trovarle quasi necessarie, sarei tentato di credermi in presenza dell’espressione di una nuova sacralità, ma una sacralità al contrario, negativa”. Mi viene in mente l’atteggiamento reverenziale di Letizia Moratti verso i bambini impiccati e i medi alzati, le vaccate sacre di Maurizio Cattelan. La recente confessione di François Pinault, padrone di Gucci e di Palazzo Grassi, toglie spazio ai dubbi residui: “L’arte è diventata la mia religione. Altri vanno in chiesa a pregare”. Certo, lui preferisce inginocchiarsi davanti ai feticci in decomposizione di Damien Hirst.

Camillo Langone

Il colore di questa vita è acqua (colori neurali).

Gustav Klimt, L'albero della vita

Nell’affanno dell’orgasmo – diceva lei, e ripeteva – si sentiva sommergere da un caldo mare verde attraverso il quale, offuscati dall’oscurità che vi regnava, passavano una serie di piccoli soli, come riflettori di un palco girevole, carosello elettrico che vorticava in un etere verde. Il colore dell’invidia è quello del suo piacere, e quale il colore del dolore? E’ davvero il nero come dicono? E la rabbia è sempre rossa? Blu è il colore di quella triste sfumatura di noia chiamata depressione, ma non il blu del cielo o del mare, un blu più amaro, intriso di rimpianto, che scolorisce ai bordi. Il mezzogiorno di un cieco è bianco, e la sua mezzanotte pure? E se lo sente sulla pelle come un pesce? Vede tutto rosa anche dov’è nero? E il giallo, colore del sole e dell’urina, se lo ricorda? Colori neurali, come le fugaci tinte dei sogni.

Il colore di questa vita è acqua.

Cormac McCarthy, Suttree, Einaudi

Il Cristianesimo come bellezza.

È soltanto un cristianesimo come bellezza, come attrattiva, l’unico in grado di rispondere alla sfida del cuore, l’unico in grado di fare fronte, di affrontare questa esigenza di totalità che il cuore ha, l’unico in grado di vincere la lontananza, se il cuore cede alla sua attrattiva. Senza Cristo non c’è pienezza, e perciò non c’è verginità, che consente un rapporto vero con tutto: con le cose, con le persone, con tua moglie, con i figli, con quelli che lavorano con te, senza che il potere decida tutto. Un rapporto gratuito, un rapporto di una persona affettivamente compiuta, che non usa gli altri per riempire il vuoto che ancora resta. Senza questo è inutile tutto il moralismo, perché prima o poi soccombiamo. Per questo il Papa usa in tante occasioni la parola «attrae»: «Il Dio incarnato ci attrae» e ripete in continuazione il verbo «attrarre», il verbo «attirare». Sant’Agostino dice: «Se il poeta ha potuto dire [cita Virgilio, Ecl. 2 ]: “Ciascuno è attratto dal suo piacere”, non dalla necessità ma dal piacere, non dalla costrizione ma dal diletto; a maggior ragione possiamo dire che si sente attratto da Cristo l’uomo che trova il suo diletto nella verità, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, in tutto ciò, insomma, che è Cristo».

Julian Carròn

Ordinare l’istinto allo scopo.

Dove è la falsità di questa riduzione del desiderio a voglia, a istinto? Dice don Giussani: «L’uomo a differenza degli animali e delle altre cose è consapevole del rapporto che passa tra il suo emergente istinto e il tutto, cioè l’ordine delle cose». L’istinto non può essere staccato dalla totalità dell’io, con tutto lo slancio infinito che ha dentro. Perciò non c’è soltanto la voglia: io sono una istintività che ha la coscienza del fine, che ha tutta l’apertura all’infinito. Perfino uno come Pavese lo riconosce: «Quello che l’uomo cerca nel piacere è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di raggiungere questo infinito». Qual è allora il fine di questa istintività, di questa urgenza? Dice ancora don Giussani: «L’ordinare l’istinto allo scopo, cioè al tutto, [questo] è il fondamentale dono di sé al tutto». Questa istintività, urgenza, energia (questo complesso di dati) ci è stata data per darci, per ordinarla al tutto, perché è nel darsi al tutto che l’uomo si ritrova, come l’esperienza amorosa suggerisce. «L’amore – dice papa Benedetto nell’enciclica – è “estasi”, ma estasi non nel senso di un momento di ebbrezza, ma estasi come cammino, come esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio».

L’ideale cristiano non è essere sassi, affettivamente handicappati; la questione è che la mia energia, tutto il mio desiderio di pienezza, con la mia istintività, trova compimento soltanto nel darsi al tutto, nel darsi all’infinito.

Julian Carròn