Quello di cui la morte non potrà mai essere accusata.

Quello di cui la morte non potrà mai essere accusata è di aver dimenticato a tempo indeterminato nel mondo qualche vecchio, solo per invecchiare sempre di più, senza alcun merito o altro motivo visibile“. (J.Saramago)

Josè Saramago, premio Nobel per la letteratura, scomparso ieri.

Saramago è stato dunque un uomo e un intellettuale di nessuna ammissione metafisica, fino all’ultimo inchiodato in una sua pervicace fiducia nel materialismo storico, alias marxismo. Lucidamente autocollocatosi dalla parte della zizzania nell’evangelico campo di grano, si dichiarava insonne al solo pensiero delle crociate, o dell’inquisizione, dimenticando il ricordo dei gulag, delle “purghe”, dei genocidi, dei samizdat culturali e religiosi.

Claudio Toscani, Osservatore Romano 19 giugno 2010

Non lasciare nulla, nemmeno un motivo per meritarsi il Nobel*.

Jean Marie Gustave Le Clézio

Quando sarò morto non avrò lasciato niente. Quando avrò reso il mio respiro al freddo, quando avrò reso la mia carne alla terra, quando avrò restituito la mia anima al mondo, non avrò lasciato niente. Non sarò partito. Non sarò in pace. Avrò smesso di sapere, ma in fondo niente sarà cambiato. sarò sempre vivo, sparso nel mondo senza orizzonte, sarò sempre, qui o là, nella lotta per la vita. (..) Avrò aperto il sacco della mia autonomia, allora avrà luogo il movimento soave e sereno dell’osmosi. Mi spanderò.

J.M.G.Le Clézio, L’extase matéreielle, Gallimard 1993

*Per la letteratura, ça va sans dire.

La fine della letteratura: il premio Nobel

Panda

Perde la letteratura come noi la conosciamo, e come dovrebbe continuare ad essere se non vuole fare la fine dei panda.

Qualcosa che, oltre ad essere materia per gli specialisti che si accostano ai romanzi muniti di bisturi per la dissezione, procuri quei piaceri che gli scrittori davvero grandi non si sono mai vergognati di procurare ai loro lettori. Non deve essere per forza Philip Roth. Anche Joyce Carol Oates sta tra i meritevoli. Amos Oz, o magari Aharon Applefeld, sarebbero state ottime scelte. Ma i signori del Nobel o non leggono abbastanza o mancano di coraggio.

Annalena Benini, Il Foglio, 9 ottobre 2009

Il Nobel per la letteratura: una boiata pazzesca.

Herta-Muller-premio-Nobel-letteratura-large

Dunque anche quest’ anno il più grande scrittore del mondo (non segue dibattito) è stato ignorato dall’ Accademia Reale Svedese. Ha vinto Herta Müller (chiii?) confermando la vecchia battuta di Giuseppe Pontiggia. Che era la seguente: «Ogni anno ci sono due premi Nobel per la letteratura: quello dato al vincitore e quello non dato a Jorge Luis Borges».

Così Antonio D’Orrico, seguace e -giustamente- appassionato di Philip Roth sul Corriere della Sera. A prescindere dalla precedenza nella vittoria che chi scrive, personalmente, assegnerebbe a Cormac McCarthy, resta l’impressione, a questo punto suffragata da voci ben più autorevoli, che per vincere il Nobel per la letteratura occorra rientrare non solo in tutti i canoni nel politically correct ma, soprattutto, sia indispensabile ricercare elementi per cui il premiato sia perlopiù ignoto, oscuro, distante. Con questi criteri, se la Corazzata Kotiomkin, Fantozzi_Corazzata_Potemkindi fantozziana memoria, fosse stata recitata in slovacco, con sottotitoli in lingua parsi o in urdu, avrebbe vinto a mani basse il Nobel per il cinema, ovvero il Festival di Venezia o quello di Cannes. Manca solo, nella giuria, la presenza di Guido Ubaldo Maria Ricciardelli.

Letteratura: cani, odori di pioggia e vuoto assoluto

Il Corriere Cultura del 13 settembre propone l’elenco delle parole che alcuni scrittori, presenti al Festival della Letteratura di Mantova, hanno indicato come simbolicamente rappresentative del nostro tempo.
A parte le amenità ambientaliste quali quelle proposte “(..) dalla poetessa canadese Anne Michaels che è anche il titolo dell’ultimo capitolo del suo ultimo romanzo «La cripta d’inverno». (Essa) ha adottato la parola «petrichor». «Un termine scientifico che indica l’odore della pioggia, quell’odore meraviglioso che viene rilasciato dalle sostanze che sono intrappolate nella pietra quando questa viene bagnata dalla pioggia. Il motivo per cui è importante è che questo è un odore meraviglioso di cui noi facciamo esperienza solo quando viene lavato via. E questo in un momento in cui così tanto è a rischio anche da un punto di vista ecologico e ambientale ci porta a riflettere su quanto è importante quello che rischiamo di perdere».
Mentre riflettiamo sul Petrichor, come dimenticare ciò che ci ricorda Alicia Giménez Barlett: «Un cane non eredita i peccati dei padri, le colpe delle generazioni passate, non ha fatto l’Olocausto. Un cane non mente né tradisce, non compra né vende. Mi siedo a scrivere davanti al pc mentre i miei due cani mi sfiorano le gambe e posso dire che sono felice».
Nella tristezza che prende alla gola, letteralmente, un barlume di speranza lo offre Vicktor Erofeev, perchè parla di tradimento: e se anche sappiamo di non essere definiti dal limite, perlomeno che ci sia uno scrittore, un uomo, cosciente del proprio peccato ti fa guardare quella persona con simpatia. Forse perchè ha vissuto il periodo di Stalin, la sua coscienza pare molto più larga e profonda di chi riesce a sintetizzare la realtà nell’odore della pioggia da preservare o nella presenza di un cane accanto a sè.
Una cosa, tuttavia, dopo questo Festival è più chiara e, questa sera, si potrà dormire più sereni: se questo è il Festival della Letteratura, è giusto che Dario Fo abbia vinto il Nobel.

Letteratura

Mi era sfuggito. Era da mettere nella sezione citazioni, ovvero quando qualcuno dice qualcosa meglio di te, ma ho preferito farne un post.

Dal Corriere on line del 9 marzo 2009.

Il lamento di Bloom: è un Nobel per idioti

Le Clézio illeggibile. La Lessing? Ha scritto un solo libro Amo Cormac McCarthy. Salinger sarà dimenticato

Mentre il resto dei critici li buttava alle ortiche in quanto «elitari e non rappresentativi delle altre culture», Bloom ha riesumato i cosiddetti «maschi europei bianchi e defunti». Beccandosi l’accusa di razzismo, elitismo e sessismo. «I miei autori preferiti restano Dante, Shakespeare, Cervantes, Faulkner, Omero, Proust e Wilde — annuncia in tono di sfida —, perché espandono la nostra coscienza senza deformarla. E toccano l’individuo, senza pretese di cambiare il mondo».
Tra gli «intramontabili», Bloom annovera i grandi poeti yiddish Jacob Glatshteyn and Moyshe-Leyb Halpern ma non il premio Nobel Isaac Bashevis Singer. «Un autore mediocre. Al suo posto meritavano di vincere Chaim Grade, artefice dello splendido Yeshiva e Israel Joshua Singer, fratello maggiore ben più talentuoso di Bashevis che ci ha lasciato il bellissimo I Fratelli Ashkenazi ».

Dario Fo
Dario Fo

Le sue crociate anti Nobel, d’altronde, sono ben note. «L’hanno dato ad ogni idiota di quinta categoria — si lamenta —, da Doris Lessing, che ha scritto un solo libro decente quarant’anni fa, e oggi firma fantascienza femminista, a Jean-Marie Gustave Le Clézio, illeggibile, a Dario Fo, semplicemente ridicolo». Persino Toni Morrison non sarebbe degna del premio: «Siamo vecchi amici e le voglio bene. Ma dopo Amatissima ha scritto solo supermarket fiction, perseguendo una crociata socio-politica. Eppure nell’era di Obama è obsoleto sostenere che la pigmentazione, l’orientamento sessuale o l’etnia di uno scrittore contino». Gli ultimi Nobel meritati? «Harold Pinter, una voce autentica, anche se discepolo di Beckett. E José Saramago, con cui ho litigato perché è uno stalinista che si è fatto espellere da Israele accusandolo di aver creato una nuova Auschwitz a Gaza».

Tra i contemporanei Bloom detesta J.K. Rowling, Stephen King e Adrienne Rich («spazzatura») e ama Cormac McCarthy («Meridiano di sangue è un libro straordinario »), Philip Roth («Pastorale Americana e Il teatro di Sabbath sono capolavori»), Thomas Pynchon («L’incanto del lotto 49 è eterno »), e Don DeLillo («Underworld è eccellente, ma la prima parte è meglio della seconda »). Più tiepido nei confronti di Salinger: «Il giovane Holden continua a commuovere, ma tra 30 anni sarà demodé».
Troppo severo? «La critica letteraria non può essere impersonale», ribatte. «Al contrario di T.S. Eliot, penso che debba essere personale, appassionata e viscerale. Ma socializzare con gli autori che recensisci è un errore. Meglio conoscerli dalle loro opere». «Se non parliamo noi male dei morti, chi lo farà?», aggiunge con un sorriso birbone, passando a rassegna alcuni grandi autori scomparsi di recente. Da Updike («uno scrittore minore con un grande stile») a Mailer («uomo generoso e appassionato ma la sua opera migliore è stata, appunto, Norman Mailer») e da Bellow («un vero pazzo, una persona per molti versi impossibile») a David Foster Wallace («molto dotato ma ogni suo libro era incompleto »).

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L’unico nome che gli fa, seppur momentaneamente, perdere la flemma, è quello di NaomiWolf, che nel 2004 lo accusò di molestie sessuali a Yale, dieci anni prima. «L’ho ribattezzata la figlia di Dracula perché suo padre e il più noto esperto di Bram Stoker. È un mostro, una barzelletta internazionale, una bugiarda patologica al soldo dei politically correct intenti a distruggermi. Non è mai stata una mia studentessa». A difenderlo, all’indomani dello scandalo, fu l’ex discepola Camille Paglia (scoperta da Bloom, al quale deve il lancio della carriera), con un articolo di fuoco su Salon, dove fece a pezzi la guru femminista. «Camille ed io siamo rimasti molto amici—spiega —. Lei mi chiama papà».
Tra i suoi tanti fan Bloom annovera anche papa Wojtyla. «Amici comuni mi dissero che aveva letto e apprezzato tutti i miei libri e m’offriva un’udienza, se mi fossi recato a Roma. Rifiutai». Il motivo non era di natura personale. «Cristianità è sinonimo di antisemitismo, come dimostrano tutti i testi chiave del Nuovo Testamento, a partire dal Vangelo di Giovanni—dice—. E come dimostra l’atteggiamento di Benedetto XVI nei confronti del vescovo negazionista Richard Williamson». Il suo rapporto con Dio? «Non posso capire un Dio potente ed onnisciente che abbia permesso Auschwitz e la schizofrenia», replica Bloom, il cui primogenito, Daniel Jacob, è affetto da una grave forma di schizofrenia sin dalla nascita.