“Un morto” (domandammo che c’era).

“Un morto” (domandammo che c’era).

Verso Cannizzaro un elegante calesse signorile oltrepassò la nostra modesta carrozza da nolo. Giammai si è tanto umiliati dal contrasto come in simili casi. Consoli, che era forse il più matto della compagnia, gridò al cocchiere:
«Dieci lire se passi quel calesse!».
Il cocchiere frustò a sangue le rozze, che cominciarono a correre disperatamente, facendoci sbalzare in modo da esser sicuri di ribaltare; e siccome le povere bestie non correvano come egli voleva, Consoli salì in piedi sul sedile dinanzi per togliere le redini e la frusta dalle mani del cocchiere. Allora cominciò un alterco fra quegli che non voleva cederle e Consoli che le voleva ad ogni costo, mentre il legno correva alla meglio. Tutt’a un tratto i cavalli si arrestarono; Abate ed io, sorpresi di vederci fermati sì bruscamente, domandammo che c’era.
«Un morto»: fu la risposta laconica del cocchiere.
Un convoglio funebre attraversava lentamente lo stradone; esso era semplicissimo: un prete, un sagrestano che portava la croce, un ragazzo che recava l’acqua benedetta, e tre o quattro pescatori; il feretro, coperto di raso bianco e velato di nero, era portato da quattro domestici abbrunati, e una carrozza signorile, in gran lutto, lo seguiva.

Giovanni Verga, Una peccatrice

Cristo è venuto per rendere la vita degna di essere vissuta (In morte di una donna cristiana).

Cristo è venuto per rendere la vita degna di essere vissuta (In morte di una donna cristiana).


(…) Il vuoto lasciato dalla mamma (moglie), la sua mancanza restano, è una ferita aperta che rimane ma questo non può non farci riconoscere il regalo che vostra mamma (moglie) vi ha fatto: quando ogni mattina entrate nella giornata e ogni sera vi apprestate a chiudere una giornata, questa ferita aperta in un qualche modo vi costringerà a stare di fronte alla vita e ai vostri desideri in maniera non ridotta, non da “scemi”,  vi costringerà ad una serietà di fronte alla vita che vi potrà facilitare il riconoscimento del Mistero presente a voi nella vostra vita.
Secondo la mentalità comune se si lascia entrare Cristo dentro alla nostra vita, dentro al nostro cuore là dove si originano i pensieri e i sentimenti  si perde qualcosa, si deve rinunciare a qualcosa, il cristiano è quello che è sempre un pò di meno degli altri perchè non va bene che faccia i soldi come gli altri, non va bene che desideri le donne, etc etc….e questa mentalità prende anche noi. Ma Cristo non è venuto a portare via niente all’uomo ma a rendere la vita degna di essere vissuta, non toglie niente di ciò che rende la vita bella, piena e all’altezza di ciò che il cuore umano desidera. Allora, di fronte a quello che è successo, Cristo vi ha portato via la mamma (moglie) o è venuto a donarvi qualcosa? Questa è la sfida di fronte alla quale siete voi ma anche noi tutti.

Appunti dall’omelia funebre di don Eugenio Nembrini

La sua pietà non ci lasci nel cammin, nel nostro ultimo giorno.

La sua pietà non ci lasci nel cammin, nel nostro ultimo giorno.

Per Te Signore, padrone potente e glorioso,
tutta la terra sia come un unico coro.
Di lode a Te: è il nostro canto per Te,
voce del popolo tuo.
Solo amor che vivendo ci doni la vita,
e nella vita da morte ci hai sempre salvato.
Alleluia: è il nostro grido a Te,
voce del popolo tuo.
Lode al Signore, il male è ormai perdonato,
Egli ha promesso un luogo eterno di pace.
La sua pietà non ci lasci nel cammin,
nel nostro ultimo giorno.

Provi a segare le gambe del letto.

Provi a segare le gambe del letto.

Street photography, dalla rete.

(..) Coppie sempre appiccicate, quasi simbiotiche, capaci di lavorare nella stessa stanza o di stare ore seduti in silenzio. Quadretti da far venire i brividi alla schiena a chi, pur vivendo da solo, se deve scrivere o lavorare o ascoltare musica
chiude la porta dello studio, non si sa mai. A chi non riesce a stare nella stessa
stanza con una persona senza (almeno) chiacchierarci, possibilmente non del tempo che farà, ma di libri, film, serie tv. I due memoir valgono come frammenti di un discorso sul lutto, e come discorsi sul buon funzionamento di un matrimonio. Joyce e Joan raccontano il primo anno di vedovanza, concordando sul fatto che questo è il punto di svolta. Passati i dodici mesi, non è più necessario porre ogni giorno la questione: “Soffro meno se mi comporto come se lui fosse ancora vivo, oppure cambio abitudini, orari, mobili di casa, guardaroba?”. Per quanto simbiotiche, capita nelle coppie che quel che piace all’uno non piaccia all’altro, e qui la faccenda si complica.
Cosa fare del giardino che Mr Smith curava amorevolmente, e Mrs Oates distrattamente ammirava? Joyce Carol Oates, un po’ meno incline al pensiero magico della collega (adepta dello zen e della teoria del complotto), decide che terrà il giardino, piantando però solo vegetazione bisognosa di poche cure. Fantastica soluzione, apparentata con la storiella del tizio che va dal rabbino, dopo molte sedute dallo psicoanalista, per esporgli un problema irrisolto.
“Dottore, sotto il mio letto ci sono mostri che si agitano tutta la notte e non mi fanno dormire”. Il rabbino guarda il questuante senza scomporsi, e con più prontezza di uno strizzacervelli suggerisce: “Provi a segare le gambe del letto”.

Mariarosa Mancuso, Il Foglio, 19 novembre 2011

Il destino di Giovanni si è compiuto.

Il destino di Giovanni si è compiuto.

Al termine della cerimonia la mamma di Giovanni – Ester Poncato – ha avuto la forza di prendere in mano il microfono per riferire della telefonata avuta il giorno precedente con Julián Carrón, alla guida di Comunione e liberazione dopo don Giussani. «Mi ha detto che la consolazione sostanziale, che non si basa quindi sul sentimento, è quella di sapere che il destino di Giovanni si è compiuto. Carrón mi ha detto: “gli hai voluto bene e adesso gode di un bene più intenso”».

Neanche davanti alla morte dobbiamo essere rassegnati!

Neanche davanti alla morte dobbiamo essere rassegnati!

Arnold Bocklin, L'isola dei morti

(…) uno deve cercare di diventare responsabile, deve tendere a diventare responsabile. Tendere a diventare responsabile vuol dire tendere a essere capaci di rispondere a ciò che ci è chiesto nella vita: responsabile, rispondere. Tendere a rispondere a ciò che ci è chiesto nella vita significa tendere a diventare protagonisti. Ciò che ci è chiesto è per essere protagonisti nella vita, cioè per essere generatori: «protagonista» vuol dire letteralmente in greco
«generatore», il «primo agente», ciò che fa scaturire le cose. Se uno non tende a questo, la sua vita è come se fosse prevista o destinata a essere piatta o, nel miglior dei casi, a essere rassegnata. Ora, neanche le cose più gravi possono
diventare motivo per vivere rassegnati, neanche la morte deve farci vivere rassegnati; neanche davanti alla morte dobbiamo essere rassegnati!

Luigi Giussani, Affezione e dimora, BUR

Uno strappo verticale che grida verso il Cielo.

Uno strappo verticale che grida verso il Cielo.

Non tutto dunque è così cattivo in questi tempi della sparizione annunciata. L’ora è tragica, ma la tragedia risveglia la nostra dignità più alta, quello di uno strappo verticale che grida verso il Cielo, e quella di una carità soprannaturale, forte come la Morte. penso alle ultime parole dell’Elettra di Jean Giraudoux. Una donna chiede in mezzo al disastro: “Come si chiama questo, quando si leva il giorno, come oggi, e che tutto è rovinato, che tutto è saccheggiato, e che tuttavia l’aria si respira, e che si è perso tutto, e che tutta la città brucia, e che gli innocenti si uccidono tra loro, ma che i colpevoli agonizzano, in un angolo del giorno che si leva?” Ed un mendicante risponde alla donna: “Questo ha un nome molto bello, donna Narsès. Si chiama aurora.”

Fabrice Hadjadj, Meeting di Rimini, 25 agosto 2011