Il Mistero come misericordia resta l’ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia.

Il Mistero come misericordia resta l’ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia.

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Il mistero della misericordia sfonda ogni immagine umana di tranquillità o di disperazione; anche il sentimento di perdono è dentro questo mistero di Cristo. Questo l’abbraccio ultimo del Mistero, contro cui l’uomo anche il più lontano e il più perverso o il più oscurato, il più tenebroso non può opporre niente, non può opporre obiezione: può disertarlo, ma disertando se stesso e il proprio bene. Il Mistero come misericordia resta l’ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia. Per cui l’esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo. Il sacrificio più grande è dare la propria vita per l’opera di un Altro.

L.Giussani L’avvenimento cristiano, Bur, Milano 2003

E’ un Altro che salva la nostra vita (Buon Natale).

E’ un Altro che salva la nostra vita (Buon Natale).

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«La fede, per me, è nata dall’incontro con Gesù. Un incontro personale, che ha toccato il mio cuore e ha dato un indirizzo e un senso nuovo alla mia esistenza. Non si tratta di qualcosa di esteriore o di forzato, dunque,
ma di qualcosa che emana da dentro e che si impone da sé. Gesù in effetti colpisce, spiazza, innova».
(Papa Francesco)

«È un Altro che prende iniziativa verso la nostra vita, così è un Altro che salva la nostra vita, la porta alla conoscenza del vero, la porta all’adesione alla realtà, la porta all’affezione per il vero, la porta all’amore alla realtà. Se si accetta quest’annuncio come un’ipotesi di lavoro, allora il respiro ritorna, tutto diventa più semplice, si dice pane al pane e vino al vino, vita alla vita e morte alla morte, amico all’amico, si diventa più contenti e tutto diventa ancor di più origine di stupore. E quanto più uno cerca di vivere questo tanto più capisce la sproporzione, e cammina umilmente, perché questo Altro che interviene mi prende ogni momento, mi prende e mi riprende, mi rilancia, e compirà l’opera che ha iniziato: ci fa giungere al destino».
(Luigi Giussani)

La rosa è senza perché.

La rosa è senza perché.

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Il vero fondamento non ha perché. L’uomo – scrive Martin Heidegger – “vive guardando agli effetti che produce nel proprio mondo, a ciò che il mondo ritiene da lui e pretende da lui”. Ebbe tra le mani “Il pellegrino cherubico”, un poema di Angelo Silesio, mistico tedesco del Seicento e annotò questo verso: “La rosa è senza perché; fiorisce perché fiorisce, di se stessa non si cura, non chiede di essere vista”. Il poiché non ha un perché e sono i ciuri tutti i poiché. E già è passato il mese di maggio.

Pietrangelo Buttafuoco

Un tentativo estenuante di afferrare l’oltre, l’irraggiungibile, l’infinito.

Un tentativo estenuante di afferrare l’oltre, l’irraggiungibile, l’infinito.

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Il sesso e il mistero profondo. Il piacere della carne e ciò che sta nel suo fondo, il
trascendente, l’estasi dello spirito. La continua ricerca della soddisfazione del corpo, e anche della ostentazione del corpo e del sesso nella pornografia, come tentativo estenuante di afferrare l’oltre, l’irraggiungibile, l’infinito. In sostanza, di toccare l’eternità.

Paolo Rodari, Il Foglio 15 dicembre 2012.

All’ascolto del mistero profondo.

All’ascolto del mistero profondo.

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Ma anche una certezza.
Una certezza che (..) non lo aveva mai abbandonato. Che il corpo martoriato
dal piacere non può essere mai il Fine, ma semmai lo strumento di una ricerca
estenuante. La molla per tendersi e flettersi, per inarcarsi, potremmo qui dire,
all’ascolto del mistero profondo.

Andrea Minuz

E perfino quel niente che ti rimane (Sì a me delle donne).

E perfino quel niente che ti rimane (Sì a me delle donne).

Street photographers, dalla rete

Sì, a me delle donne
l’amore coi loro misteri
tutto mi piace
ascoltarle e parlargli
tra le loro braccia,
in quel morbido dormire,
le mani sentire,
sognarle mi piace.

E perfino quel niente
che ti rimane
quando abbracciano e poi
se ne vanno via lontano…

Perché a me delle donne
l’amore coi loro misteri
tutto mi piace.

Franco Loi-Bobo Rondelli

Ma a chiunque dovrebbe rilucere il dubbio che l’io sia di natura abissale.

Ma a chiunque dovrebbe rilucere il dubbio che l’io sia di natura abissale.

E fu allora che avvenne l’episodio più dolente e però rivelatore del nostro argomento. Qegli uomini coraggiosi e di mestieri diversi, tra i quali persino un lottatore, per la maggior parte crollarono, come non avevano fatto nepure negli interrogatori. Così, svestiti di tutto quanto era consueto al loro io; privati persino del loro odore, questi uomini prima straordinari si guardarono. Alcuni piansero, altri scongiurarono le ottuse guardie baltiche di lasciargli almeno il pettine o la foto di una figlia o la penna, in cupa disperazione. Furono costoro, osserva Lusseyran, i primi a morire.”Devo aggiungere che le condizioni di vita a Buchenwald erano molto dure. Ma essere erano per quegli uomini non più dure che per gli altri. Essi erano – come non avrei questo potuto capirlo – morti per difetto di io.” Il loro io, insomma, per possedersi abbisognava delle cose e proprio la privazione di esse li aveva uccisi, abbrutiti fino alla morte. E certo: quello di Lusseyran è esempio estremo, distante dall’odierna esistenza sceneggiata in calcoli televisivi. Ma a chiunque dovrebbe rilucere il dubbio che l’io sia di natura abissale, quindi irriducibile alle cose, e però in allargamento di se stesso, dal vuoto a emanarle tutte.

Geminello Alvi, Il capitalismo. Verso l’ideale cinese Marsilio

Per spiegare quella presenza, quel dato, dobbiamo ammettere qualcosa d’altro.

Per spiegare quella presenza, quel dato, dobbiamo ammettere qualcosa d’altro.

Che semplicità occorre per lasciarsi attirare da quella presenza, che, per la vibrazione che provoca in me, diviene così interessante da fare scattare la ricerca! Se questa ricerca non si ferma, non si blocca, per spiegare quella
presenza, quel dato, dobbiamo ammettere qualcosa d’altro. Ma spesso noi blocchiamo questa ricerca, e lo si vede dalle innumerevoli volte in cui sentiamo dire: perché davanti alla realtà dobbiamo tirare in ballo il Mistero, il Tu, Dio? Si domanda questo come se il rimando a un altro fattore oltre e dentro ciò che si vede, non fuori, ma oltre e dentro ciò che si vede, non fosse contenuto in ciò che si vede, nell’esperienza di ciò che si vede, nel dato, ma fosse costruito da noi. Certamente questo rimando è colto dal soggetto, ma appartiene all’oggetto, alla cosa, all’esperienza della cosa.

Julián Carrón, Milano, 1 ottobre 2011

Non puoi dire “Ho finito”.

Non puoi dire “Ho finito”.

Questa diversità è grazia nel senso che ciò che l’altro è – e che ti appare e che tu scopri diverso – è un segno dell’Essere, è una partecipazione al Mistero. Come il Mistero, così tutto ciò che partecipa, che è visto partecipare al Mistero, è inesauribile; non puoi dire: «Ho finito». L’amicizia serve a ridestare e alimentare questa scoperta e questa ricerca. Nell’amicizia questa scoperta è sempre fresca e – è paradossale! – la tensione a conoscere e ad abbracciare, cioè la tensione a possedere, è sempre più grande, ma è sempre diversa: non è più il possesso operato da te, ma – non so come dire – è come qualcosa che ti rende più grande.
Per esempio, uno la sera ha il desiderio di sentir musica. Se prende un bel pezzo di Beethoven o di Schubert, questo desiderio si ingrandisce enormemente, si precisa e si ingrandisce. Dovrebbe limitarsi e invece no: fa diventar più grande e l’attesa e il desiderio; precisando la risposta li fa diventare più grandi, perché non si esauriscono nella risposta. Ciò che si esaurisce nella risposta, ciò che si esaurisce come risposta, ciò che si pone come risposta e si esaurisce in ciò con cui si pone, è fraudolento, inganna, è un’illusione.

Luigi Giussani, “Tu” (o dell’amicizia), BUR

Privi di meraviglia, restiamo sordi al sublime.

Privi di meraviglia, restiamo sordi al sublime.

L’assoluto stupore è per l’intelligenza della realtà di Dio ciò che la chiarezza e la distinzione sono per la comprensione delle idee matematiche. Privi di meraviglia, restiamo sordi al sublime.

A.J. Heschel, Dio alla ricerca dell’uomo, Boria, Torino 1969