Le fabbriche incendiate ululano per il cupo avvio dei treni (Periferia)

Le fabbriche incendiate ululano per il cupo avvio dei treni (Periferia)

 

 

Sento l’antico spasimo
– è la terra
che sotto coperte di gelo
solleva le sue braccia nere –
e ho paura
dei tuoi passi fangosi, cara vita,
che mi cammini a fianco, mi conduci
vicino a vecchi dai lunghi mantelli,
a ragazzi
veloci in groppa a opache biciclette,
a donne,
che nello scialle si premono i seni –

E già sentiamo
a bordo di betulle spaesate
il fumo dei comignoli morire
roseo sui pantani.

Nel tramonto le fabbriche incendiate
ululano per il cupo avvio dei treni…

Ma pezzo muto di carne io ti seguo
e ho paura –
pezzo di carne che la primavera
percorre con ridenti dolori.

Gonfia di verità.

Il Duomo di notte

Piroette di sabbia e le guglie del Duomo
differenza tra pietra e le voglie di un uomo
che ha per vita una gabbia
liberata dal sesso, gonfia di verità
partorita con gioia nel lontano ricordo
con le doglie sincere di una maternità
che alla luce, di notte, nella piazza e con rabbia
ha donato, confusa, il suo figlio balordo.

E la vera ragione delle notti impegnate,
dei romanzi creduti, degli amori sbagliati
non la devi cercare dentro i mari delusi
che ti scusano i sogni, le ignoranze, i delitti
il suo posto lo trovi nella ruota del giorno,
nello scrigno privato di egoismi e di abusi
e le mani affrettate a cercare gioielli
nella sabbia han trovato, confuse, i relitti.

Il dispetto felice sulla voglia che nasce
contrappeso all’istinto, alla cosa che piace
la condanna del tempo, della gente, del posto
e il ritorno dal viaggio che ti ha fatto sperare
e la stella seguita si è stancata di darti
e brillare.

Alberto Fortis

Amici di noia.

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Il treno per la Bovisa

Un paio di sere fa. Un Treno dalla Bovisa, con inciso noia sui vetri strisciava rumoroso verso casa. Ci sono dei ragazzi di qualche anno in meno di me, non si curano della mia presenza. Non ridono mentre lo fanno, guardano fisso attraverso, guardano Milano che sfugge alle loro attese. Eppure ci danno tante cose mi dico, vale la musica i concerti dell’ Alcatraz, il Rolling Stone. Notti sui navigli di birre chiare e scure. Oppure l’Holliwood, con bellissime ragazze infighettate, tirate a lustro. Ma ci ritroviamo a incidere “noia” con le chiavi di casa, sul treno di ritorno delle ventidue trentasette.
Fede, il capo gruppo, con la mano ripassa una, due, tre volte. Nell’altro vagone la stessa tragica solitudine nascosta sotto il trench di un buon capufficio. Barba ben rasata, capelli a cercare con qualche strana acrobazia di coprire la testa pelata. Già più rassegnato del buon diciassettenne. Mi chiedono se voglio comprare del fumo, hanno un panetto intero, ma gli rispondo che sono a posto così grazie. Dove vanno le cose del mondo, che vanno, che vanno ? Mi scriveva un amico poeta.
E noi ultimi squinternati, dell’ultimo treno dallo Bovisa verso la city, dove andiamo. In queste notti cosi pulite, cosi pulite, cosi forse anche poco milanesi, tra le stelle e lampioni a confondersi, tra il duomo e uno schermo gigantesco, dove andiamo…Senza maestri non si va, e non si cammina. Perchè ricordo l’angoscia dei diciassette anni, e le varie incisioni, i vari buchi, le varie canne. Ma ricordo anche una professoressa che mi disse: se sei qui è perchè qualcuno ti ha voluto, chissà che cose grandi devi fare della tua vita. Così mi viene da suggerire al ragazzo sommerso dal north face bianco: cerca cerca qualcuno da seguire e porta con te questa noia per condividerla con il maestro. Ma nell’ultimo treno dalla Bovisa le parole non escono e ci si saluta come amici di noia, sperando semplicemente di rivedersi, per dirsi con una occhiata: ti capisco.

Martino Sartori, Milano (Il Foglio, 22 ottobre 2009)

Putrida sabbia di ciminiere.

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Sironi, Il gasometro


DOMENICA MILANESE

Felici tenerezze
Milano smemora d’adolescenza,
funebri accordi precipitando
di campane
su anonima folla
che svilisce.
Fastidio di smorte luci –
su acciottolato di periferia
da pioggia recente
in pozzanghere sconciato –
inverno ambascia
con putrida sabbia di ciminiere
che libertà sòffocano.

Rancori
in consueto tedio decaduti
occhi svelano incauti,
e coppie illude
domenicali
evasione di cinematografo.

ALBERTO MONDADORI (da “Quasi una vicenda”, 1957)

Treni nella notte: la casa e l’accoglienza

Treno della notte
Quando ero studente universitario e pendolavo da e per Milano, i treni delle FFSS facevano vergognare come adesso, pur con una velocità media, perlomeno a mio ricordo, più lenta. Ma non è questo che conta. Conta che, molto spesso, quando la nebbia era tale e non si vedeva nulla, il treno si fermasse in mezzo alla Pianura Padana e, non sapendo quanto potesse durare, in tanti ci alzassimo, guardando fuori dal finestrino -allora si potevano aprire- nella notte.
Pativo quei viaggi, mi facevano stare male: mi allontanavano da casa e mi portavano in una città che pure ho sempre amato e che continuo ad amare follemente, Milano appunto. E quando ritornavo i ritardi consumavano il tempo prezioso che volevo passare con i miei.
Però quando ci fermavamo io guardavo le luci soffuse nella nebbia dei casolari dispersi. E sognando ad occhi aperti mi pensavo pronto ad uscire dal treno, a camminare nei campi, a suonare in una di quelle case, immaginandomi sempre la stessa scena: una donna, che mi abbracciava e, come mia madre, mi faceva mettere a mio agio e poi mi lavava i capelli. Solo un’altra persona mi ha lavato i capelli, dopo mia madre, e anche lei non c’è più.