Per ricordarmi queste cose mentre ti stringo fra le braccia (Tre fiammiferi accesi).

Per ricordarmi queste cose mentre ti stringo fra le braccia (Tre fiammiferi accesi).

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Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte
Il primo per vederti tutto il viso
Il secondo per vederti gli occhi
L’ultimo per vedere la tua bocca
E tutto il buio per ricordarmi queste cose
Mentre ti stringo fra le braccia.

Jacques Prévert

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-d-autore/poesia-130358?f=a:1295>

Un luogo amato e lontano.

Un luogo amato e lontano.


Il nostro passato, una cara persona morta, esistono soltanto quando ci pensiamo. E quale sia lo strazio per averli perduti, abbiamo almeno la certezza che perduti
sono, e che nessuno sforzo ce li potrebbe ridare. Ma un luogo amato e lontano è
come una salma che dipenda da noi risuscitare, e che chieda continuamente di essere risuscitata: tormenta, distrae, divide la nostra vita; ed assale talvolta in pieno giorno, nell’attenzione delle opere, col suo fresco, reclamante fantasma.

Alberto Arbasino, America amore, Adelphi

Ti dice:”Cosa pensi?”, stai pensando a lei.

E’ esattamente la traiettoria di uno che si innamorasse – veramente però, e questo è difficile! -, avendo lì la donna, vive con quella donna: prima la memoria è a pezzetti (la memoria è un notes con tanti punti, e il meglio è nei punti che son vuoti); col tempo, quanto più uno è abituato a scrivere sugli appunti della memoria (come dice l’inizio della Vita Nova di Dante), tanto più quella memoria diventa permanente. E dapprima diventa permanente come bisogno – se lei va via… oddio, che stringimento! -; dopo, vada o stia, sarà più doloroso o gioioso, ma è lo stesso. Nell’essere esistenza siamo una cosa, una. Così se uno, venendo lì, di soppiatto, improvvisamente ti dicesse:”A cosa pensi?”, “Ah, sto pensando al lavoro”; un’altra volta, vedendoti lì un po’ assorto, ti dice:”Cosa pensi?”, stai pensando a lei.

Luigi Giussani, Si può (veramente?!) vivere così?, BUR

Conservare un ricordo di lei.

Henry de Toulouse-Lautrec

Quando lui si svegliò era notte. Scese dal letto, accese la lampada, si chinò su sua moglie. Dormiva. Appena le si era avvicinato, lei si era messa un braccio sugli occhi  e, nel sonno, aveva conservato quella posa infantile. La contemplò con una felicità così dolce e intensa che a voce alta, nel silenzio, si ritrovò a dire: ”Come sto bene, santo cielo, come va tutto bene!”. Sfiorò timidamente co una mano la spalla nuda e l’avambraccio sottile di Agnès. Non era tanto una carezza, quanto il tenero tentativo di conservare un ricordo di lei, di lei com’era quella sera. Avrebbe forse dimenticato il suono della sua voce che, con l’età, sarebbe cambiata, così come il suo corpo, i suoi lineamenti; ma l’impronta leggera delle sue forme, quel polso ancora gracile, quel braccio dalla curva soave e delicata, quel seno che il sonno sollevava e abbassava, gli sembrava di poterli conservare per sempre nella sua mano.

Irène Némirovsky, I doni della vita, Adelphi

La materialità dell’odore.

Alain Saguez, Il tallone d'Achille

Tendiamo superficialmente a considerare l’odore come qualcosa di volatile, inconsistente, puramente estemporaneo e a sottovalutarne quindi il suo terribile potere.

Un solo tipo di memoria può essere considerata davvero indelebile, quella olfattiva.

A distanza di anni riconosciamo come se fosse ieri (e ne siamo totalmente rapiti) quel particolare odore che sentivamo da bambini.

Evoca. L’odore evoca, ci chiude gli occhi e ricostruisce immagini nitide.

Scatena. L’odore più di ogni altro senso arriva dritto al nostro istinto superando ogni filtro di coscienza. E scatena reazioni senza darci il tempo di dominarle. Scatena la fame, la passione, il disgusto… Caratterizza. Un momento, una persona, un luogo se non fossero associati ad un odore perderebbero parte del loro fascino e della loro unicità; resterebbero incompleti.

Un odore ci segue, ci perseguita, ci ferisce. Ci tiene imbrigliati più di un laccio. S’impregna nei tessuti. Ci infiamma, ora ci calma. Ci annienta.

Ed ecco che la sua presenza s’impone a noi molto più del visibile e del materiale.

Post ricevuto da Donatella

Stoviglie color nostalgia

Incontro

E correndo mi incontrò lungo le scale,
quasi nulla mi sembrò cambiato in lei,
la tristezza poi ci avvolse come miele,
per il tempo scivolato su noi due.
Il sole che calava già rosseggiava la città
già nostra e ora straniera e incredibile e fredda:
come un istante “déjà vu“, ombra della gioventù, ci circondava la nebbia…

Auto ferme ci guardavano in silenzio, vecchi muri proponevan nuovi eroi,
dieci anni da narrare l’uno all’ altro, ma le frasi rimanevan dentro in noi:
“cosa fai ora? Ti ricordi? Eran belli i nostri tempi,
ti ho scritto è un anno, mi han detto che eri ancor via”.
E poi la cena a casa sua, la mia nuova cortesia, stoviglie color nostalgia…

E le frasi, quasi fossimo due vecchi, rincorrevan solo il tempo dietro a noi,
per la prima volta vidi quegli specchi, capii i quadri, i soprammobili ed i suoi.
I nostri miti morti ormai, la scoperta di Hemingway,
il sentirsi nuovi, le cose sognate e ora viste:
la mia America e la sua diventate nella via la nostra città tanto triste…

Carte e vento volan via nella stazione, freddo e luci accesi forse per noi lì
ed infine, in breve, la sua situazione uguale quasi a tanti nostri films:
come in un libro scritto male, lui s’ era ucciso per Natale,
ma il triste racconto sembrava assorbito dal buio:
povera amica che narravi dieci anni in poche frasi ed io i miei in un solo saluto…

E pensavo dondolato dal vagone “cara amica il tempo prende il tempo dà…
noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa…
restano i sogni senza tempo, le impressioni di un momento,
le luci nel buio di case intraviste da un treno:
siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno…”

Francesco Guccini

L’attenzione è una ferita

Leaving Storslett, Norway 2009

Leaving Storslett, Norway 2009

L’attenzione è l’apertura dell’essere umano a ciò che lo circonda e, nondimeno, a ciò che trova dentro di sè, verso se stesso. E’ una disposizione e una chiamata alla realtà.
L’attenzione è come una ferita sempre aperta e della ferita possiede la passività, l’essere piaga, impronta del reale, lo stare come una cavità vivente conformata per ricevere la realtà e lasciarla passare oltre se stessa: verso la pienezza della coscienza, che è giudizio e ragione, o verso le profondità della memoria, comprese quelle estreme, abissali conche dell’oblio.

Maria Zambrano Per l’amore e per la libertà, Marietti 1820