Vaccate sacre.

Vaccate sacre.

Quando mi chiedono con quali criteri ho scelto gli artisti da segnalare a Sgarbi per la Biennale rispondo: il piacere. Gli interlocutori fanno sempre delle facce contrariate: il piacere non sta bene, se un’opera d’arte non fa soffrire non è contemporanea, pare. Sono bigotti hegeliani convinti non solo che lo Spirito del Tempo esiste, e fin qui, ma che davanti a esso bisogna obbligatoriamente
prostrarsi. Inutile discutere: lo Zeitgeist è un dogma. Potrebbe almeno essere uno Spirito benigno? No, nemmeno la sua natura sadica e sgradevole può essere oggetto di contestazione. Scrive Jean Clair in un prezioso volumetto intitolato “Breve storia dell’arte moderna” (Skira) che l’estetica del disgusto ha preso il posto dell’estetica del gusto: “Nella misura in cui i pubblici poteri sembrano incoraggiare queste manifestazioni che d’acchito risultano scioccanti, e trovarle quasi necessarie, sarei tentato di credermi in presenza dell’espressione di una nuova sacralità, ma una sacralità al contrario, negativa”. Mi viene in mente l’atteggiamento reverenziale di Letizia Moratti verso i bambini impiccati e i medi alzati, le vaccate sacre di Maurizio Cattelan. La recente confessione di François Pinault, padrone di Gucci e di Palazzo Grassi, toglie spazio ai dubbi residui: “L’arte è diventata la mia religione. Altri vanno in chiesa a pregare”. Certo, lui preferisce inginocchiarsi davanti ai feticci in decomposizione di Damien Hirst.

Camillo Langone