Il corpo a corpo con la madre.

“Se qualcuno prova a darmi dell’omofoba, sparo. (…) Non è sopportabile che un adulto, etero o omosessuale che sia, abusi della sua posizione di potere per privare una creatura piccola di qualcosa di essenziale com’è il corpo a corpo con la madre”.

Marina Terragni, Io Donna, sabato 22 gennaio 2010

Per paura di morire mandiamo a morte le relazioni.

Amedeo Modigliani, Jeanne Hebuterne

(Il) consumismo sessuale, quella “smania del tutto e subito” radicata nella paura della morte. Il paradosso è questo: che per sfuggire alla morte ci manteniamo al suo cospetto per tutto il tempo. Che per paura di morire anticipiamo la morte scegliendo la solitudine, e mandiamo a morte le relazioni, o meglio non le facciamo neanche nascere, e non facciamo nascere più nulla.
Ma questo tenersi lontani dalla nascita, categoria cara ad Hannah Arendt (e lontani dalla rinascita cristiana, mediante la Resurrezione, in una vita non più minacciata dalla morte), non può forse essere letto come eccesso di maschilità del mondo? Scola conclude parlando di castità, e riconducendo il termine al suo significato originario, che non è quello di privazione, ma vuole semplicemente dire “tenere pulito, in ordine”, attività che le donne hanno sempre praticato con pazienza meticolosa.
Il senso di questa misura e di questa regola ce lo portiamo misteriosamente dentro, come un’impronta indelebile. Perfino certi sesso-dipendenti, tipo David Kepesh e altri disperati protagonisti dei romanzi dello spiritualissimo Philip Roth, con il loro disordine compulsivo non fanno altro che testimoniare la struggente mancanza del “bell’amore”, agitandosi intorno al vuoto scavato dalla mancanza di Dio.

Marina Terragni, Il Foglio, 21 luglio 2010

Quella radicale apertura che è il soggetto umano.

Amedeo Modigliani, La giovane donna di Montmartre

Il concetto di emancipazione trattiene in sé e ipostatizza l’idea della schiavitù. La donna ha sempre tenuto il posto dell’altro, e gli ha sempre fatto spazio in sé. Ma se anche lei si scorda vendicativamente di questo, se non vuole più essere l’Altra ed elimina l’Altro dalla sua strada, se non è più lì a testimoniare con il suo corpo schiuso quella radicale apertura che è il soggetto umano, inestricabile dal suo oggetto (certa psicoanalisi è giunta a parlare di oggetti-sé), quel dinamismo spirituale che nell’esperienza della maternità diventa carne, chi lo farà al suo posto suo? Viviamo in un affascinante tempo di lotta tra l’epica dell’individuo e il “bell’amore” di cui ci parla Scola, quella relazionalità che ci segna  fin nella nostra fisiologia più minuta, e che neuroscienze e scienza sociale, da Giacomo Rizzolatti a Jeremy Rifkin, classificano come empatia. In questa lotta la questione della differenza sessuale e del rapporto con il nostro primo altro – l’uomo per la donna, la donna per l’uomo – è un passaggio decisivo.

Marina Terragni, Il Foglio 21 luglio 2010

Senza l’ingombro di un padre.

Edward Hopper

(..) In cerca di quella ragionevole felicità che si incontra solo quando si smette di credere nell’individuo irrelato, triste chimera che ci sta divorando e che oggi seduce più le donne, neofite dell’individualità, che gli uomini.

Convinte di poter fare tutto da sole, lavoro, casa e anche figli, da tirare su senza l’ingombro di un padre, tendono a diventare loro stesse la copia conforme di quegli uomini da cui si tengono accuratamente lontane. Il rischio dunque è che l’esito di quella millenaria “perversione” dei rapporti tra i sessi (giudizio inequivoco di Joseph Ratzinger) che è stato il dominio dell’uomo sulla donna, sia una perversione ben più subdola e sottile, una nuova e più perfetta forma di dominio: l’asservimento delle donne al modo maschile di concepire la sessualità, le relazioni, il lavoro, il mondo.
Marina Terragni, Il Foglio, 21 luglio 2010

Se hai il cuore sufficientemente grande.

Ti puoi anche disperare, come Julianne Moore, moglie anni Cinquanta in “Lontano dal Paradiso”, di fronte al coming out del tuo amato sposo, ma non puoi non comprendere. E dopo un ragionevole periodo di assestamento, se hai un’anima sufficientemente grande, puoi anche continuare ad amare.

 

Marina Terragni, Gli uomini, i trans e quel mondo dove non c’è posto per le donne, Corriere della Sera, 28 ottobre 2009

Il rapporto con la realtà

Leaving Bodø to Å, Norway 2009

Leaving Bodø to Å, Norway 2009

(..) quando, per esempio, fai il mestiere del giornalista, che è quello di cui so meglio. Lì si tratta di raccontare fedelmente la realtà.
Per fedelmente intendo con fiducia, dandole credito, non resistendole.
Permettendole di penetrarti.
Quando si dà fiducia alla realtà e la si accoglie,allora la realtà fa a sua volta uno strano lavoro, si ammorbidisce, si smaglia, lascia passare luce attraverso la sua trama, si svela.
(..) Si tratta di non resistere, di lasciarsi attraversare, di farsi ponte.
Di ricondurre, in fondo, te stesso e la realtà, il dentro e il fuori, alla stessa matrice originaria.

Marina Terragni, Dentro è fuori, Il Foglio, 23 luglio 2009

1984

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“(..) perfino Mary Warnock, madre della liberalissima bioetica anglosassone ha chiarito con ragionamenti piuttosto stringenti che il diritto ad avere figli non ha alcun fondamento. Diritto che, invece, secondo Veronesi, una donna può lietamente esercitare “anche senza scegliere un padre, basta che si rivolga ad una banca per la fecondazione”.
Ma presto non sarà più necessario, perchè “la donna può clonare sè stessa e l’uomo no”. Uno spaventoso paese dei Balocchi in cui la donna, Puella Aeterna, potrà giocare divinamente con se stessa senza mai la noia di doversi misurare con l’Altro. E perfino riprodursi da sè -oddio, e se poi ti nasce un maschio?- Un nuovo fondamento archetipico per le fantasie, già attualissime, di tutte quelle ragazzine che in giro per l’Occidente sognano di farsi il bambino da sole, o fingono un provvisorio sogno d’amore per poi espellere l’Altro non appena dà segni della sua alterità.
Ed ecco tutte quelle famigline, asfittiche ed infelici, la mamma ed il suo bambino, l’una carceriere dell’altro, senza nessun terzo a fare il lavoro di necessario incomodo nella simbiosi fatale.
Oppure -libertà alternativa- nessun bambino, l’indipendenza totale, l’automutilazione di quell’Altro di cui l’umanità femminile, in questo sì migliore, ha sempre fatto il suo bizzarro baricentro, spostato fuori di sè.”

Marina Terragni, “L’incubo della dominatrice”, Il Foglio 12 agosto 2009.

Necessità biologiche?

umberto-veronesi
Umberto Veronesi, nel suo articolo di ieri su Repubblica, si chiede: “Se la donna sarà pari all’uomo nei ruoli decisionali, che farà della sua necessità di procreare ed accudire figli?” Ed in risposta non trova di meglio da dire se non che “la donna dovrà scegliere e ridefinirsi”.
Non provavo un disgusto simile, una sensazione di straniamento e di angoscia come quello che ho provato leggendo l’illustre luminare, dai tempi della mia prima lettura di “1984” di George Orwell. Io non so rispondere, se non con la pancia, alle argomentazioni di Veronesi, che mi sembrano de-vitalizzate, astratte, disincarnate, prive del senso della fatica, della realtà, lontane dalla vita. Per questo rimando il lettore volonteroso al bellissimo articolo che una grande donna, femminista, Marina Terragni, ha scritto sul Foglio di oggi.
Io non sono capace di rispondere: ma più di due anni fa mi colpì ed affascinò, in un blog che leggo spesso, la poesia che ora trascrivo.

Perchè è carne, è vita, è bellezza: lontana, grazie a Dio, dal mondo che Veronesi prefigura e nel quale io non voglio vivere.

SCOPAMI

Scopami,
non soltanto col pensiero,
non far caso ai tuoi fianchi
ingrossati ed ai seni che
si preparano a nutrire

prendi il prossimo treno
ed irrompi in questa casa fiorentina,
fatti attraversare dalle mie mani
e dal mio membro teso

scopami
e portami via lo sguardo che sai,
che non lo possa usare più

scopami, baisez-moi,
rape me
e smetterò di farti ingelosire,
di ubriacare i viali di parole
e vagabondaggi di notte
e persino di fumare

scopami
e lasciami disteso ad osservare
le ferite che guariscono
sulle mie mani oneste
e dentro la scatola d’ossa del petto

e quando chiuderai la porta,
attenta a non lasciare
il mio amore sulle scale.

Aldo Oliva