Di riuscire ancora a provare orrore. Cioè di essere sensibili, sì, ma non assuefatti.

Di riuscire ancora a provare orrore. Cioè di essere sensibili, sì, ma non assuefatti.

(…) Una foto oggi non può più essere neutrale, non sa esserlo: addirittura può arrivare a “distorcere” il significato dell’accaduto che vorrebbe rappresentare poiché si applica e si diffonde attraverso la “suggestione” e non con l’approfondimento o il racconto, nonché tramite una metodologia moderna che ha un nome preciso e per cui non bisognerebbe mai fare il tifo: la “viralità”.
In definitiva dovrebbe essere questione di orrore.

Di riuscire ancora a provare orrore. Cioè di essere sensibili, sì, ma non assuefatti. E invece la “viralità” assuefà. Dovrebbe riguardare questo: di non curarsi se la foto di un bambino cadavere ci stia o no informando su una questione cruciale che riguarda noi e il mondo, di non parlare di opportunità, di deontologia, di giornalismo, di domandarsi se si poteva raccontare quello stesso fatto senza quella foto, o di scrivere questo stesso articolo, perfino: ma solo di provare orrore. Di vomitare. Il banale e dimenticato orrore, quel moto dell’animo che ci fa venire voglia di mettere una musica di Brahms o di infilarci in silenzio nella camera di nostro figlio per sentire che rumore fa il suo respiro mentre dorme o di telefonare alla persona che più amiamo solo per farci dire che sta bene, che è arrivata in ufficio; di combattere con tutte le armi in nostro possesso contro la sconvolgente idea che sia davvero possibile destarsi un mattino da sogni agitati e trovarsi trasformati nel proprio letto in un enorme insetto.

Stefano Sgambati (Il Foglio)

Adesso che gli uomini non sanno esser soli, non possono reggere al buio.

Adesso che gli uomini non sanno esser soli, non possono reggere al buio.

Oggi nessuno, a distanza di cinquant’anni da questi avvenimenti, può udire la notte; nessuno ambisce ad udirla. Per udire la notte, e anelarne l’arrivo, bisogna
possedere nell’intimo della propria essenza segreta una vasta metafora che regoli
tutto il resto: una convinzione del male insito nella natura dell’uomo, e la necessità di fronteggiare quel male il cui simbolo è il buio, la cui immagine vivente, ancora, è l’uomo solo. Adesso che gli uomini non sanno esser soli, non possono reggere al buio.

Allen Tate, I nostri padri

Dio non ci rimette mai sulla strada diritta.

Dio non ci rimette mai sulla strada diritta.

Franz Liszt aveva posto tutta la sua vita sotto la protezione del buon ladrone. Ora, è una storia singolare quella del buon ladrone. ecco qualcuno che fa di tutto per fuggire il bene, per fuggire Dio, e ci riesce anche, poiché è un malfattore, ed è il Vangelo stesso, la parola di Dio stessa, che lo designa come malfattore. Ed eccolo in fondo all’abisso, cioè sulla cima del Calvario, crocifisso, blasfemo, disperato. Ma in quel luogo, nell’angoscia più profonda, chi si trova alla sua sinistra, dal lato del suo cuore? Sì, la misericordia divina si serve di tutto il suo complicato vagabondare per fuggire Dio proprio per farlo giungere diritto alla destra di Dio, alla destra di Gesù. E questo poveretto che si è sforzato di sprofondare all’inferno, nella misura in cui accoglie questa misericordia inattesa, diventa il primo ad entrare in Paradiso. Commento spesso questo ribaltamento dicendo che Dio non ci rimette mai sulla strada diritta, no, non ci rimette sulla strada diritta, perché si serve delle nostre svolte, dei nostri vagabondaggi, delle nostre deviazioni, per inventare una strada nuova, la strada unica di ciascuno, propria di ciascuno.

Fabrice Hadjadj, Meeting di Rimini, 25 agosto 2011

Lo scarto.

Pieve Cesato. Una frazione di Faenza. Luogo anonimo, casolari vecchi e villette nuove si alternano nel paesaggio piatto. Cielo striato di rosso, varicoso. A ridosso di Faenza ci sono le colline che iniziano l’appennino tosco-romagnolo ben più interessante. Ma verso nord la pianura. Ettari di frutteti. In mezzo al paesello la pieve. Nella pieve un presepio unico nel suo genere: in segatura.
Con materiale di scarto del legno, impastato con acqua e colla, statue a grandezza naturale.
I presepi sono belli in sé, ma questo è veramente particolare perché i due artisti che hanno scolpito una bellissima natività sono partiti da uno scarto.

Così mi viene in mente “Gran Torino”.
Prendere uno scarto, in quel caso della società, e farne qualcosa di bello è ciò che riesce in effetti a Walt Kowalski l’operaio vedovo interpretato da Eastwood in “Gran Torino”, film dalle riprese splendide seppure su limitatissimi soggetti: due case con travi di legno chiare, classiche del midwest rurale americano col praticello antistante, una stradicciola di periferia, l’interno di un negozio da barbiere, la Gran Torino del ’72, una di quelle macchine da fantascienza che facevano anni fa, prima che dalla smania di uniformare tutto si è deciso restyling dopo restyling di costruirle tutte uguali.  Con così poco, con una location che starebbe in un carro del Carnevale di Viareggio ne esce un film animato di un’umanità straripante. Vibrante e intenso, tragico e comico. E soprattutto educativo.
Per il giovane con gli occhi a mandola che non parla, che non spicca il volo da solo, e per lo stesso vecchio Kowalski che intorpidito da una vita troppo normale si definisce come persona aiutando il ragazzo a trasformarsi da bruco in farfalla, mettendolo a confronto con i bulli, quelli cattivi sul serio, quelli disposti ad uccidere, loro per davvero con la segatura nel cervello. Scolpendo il suo Pinocchio dal zocco di legno scartato trova la ragione del vivere, ma per farlo deve confrontarsi con il male, contro il male.

Quel male sempre pronto a distruggere una bella cosa.
Nonostante spesso faccia fare il salto di qualità, al film e ai suoi personaggi generalmente, e soprattutto alle persone, nella vita di tutti i giorni, riuscendo a farci estrarre il meglio di noi stessi per affrontarlo, quando arriva il male, quello vero, mi è troppo difficile trovare un comportamento ideale tra le poche alternative: quella un po’ sbiadita del porgere l’altra guancia, del lasciar fare, alla quale si contrappone quella sempre cristiana dell’ascolto, della tentata riappacificazione con il male,  del conclusivo perdono.
Ma se il male è indicibile, inarrestabile, debordante, come Chigurh in “Non è un paese per vecchi” di McCarthy? Tralasciando il cinema che raramente perdona e propende per la vendetta, nella vita reale quando la cattiveria è esagerata anche le precedenti alternative mostrano i segni dell’usura.
Quando si incontra Chigurh non ho risposte.

Torno così a Pieve Cesato, al presepe fatto di segatura.
Forse l’unica soluzione in definitiva è aumentare il bene, moltiplicarlo.
Almeno farlo nascere.

Stefano Tassinari, Faenza (Ra)

Il Foglio, 14 gennaio 2010

Immacolata Concezione

Maria Immacolata ci aiuta riscoprire e difendere la profondità delle persone. Spirito e corpo sono coerenti nella Madonna, ci insegna la purezza e ad aprirci a Dio a partire dal cuore. A guardare con misericordia e amore specialmente quelli più soli, disprezzati, sfruttati. Voglio rendere omaggio a tutti coloro che in silenzio con i fatti si sforzano di praticare la legge dell’amore che manda avanti il mondo. Sono tanti qui a Roma che non fanno notizia, che sanno che non serve lamentarsi e rispondono al male con il bene. Questo cambia le persone e migliora la città. Prestiamo orecchie alla voce di Maria, ognuno di noi possa trovare la grazia a partire dal cuore dalla vita. Grazie Madre Santa per il messaggio di speranza, grazie per la silenziosa ma eloquente presenza nella città.

Benedetto XVI, Roma, 8 dicembre 2009

Non è l’ultima parola sull’uomo.

“I cristiani dicono di norma che siamo tutti peccatori. Non è una frase di maniera, è vero. Ma forse, per capire, è più utile pensare alla differenza tra san Pietro e Giuda. San Pietro ha ammesso che c’era qualcuno che potesse perdonare il suo peccato,

Giuda ha creduto che nessuno potesse perdonarlo e ha preferito uccidersi.

Non esiste idea laica di peccato, sbaglio, errore se non si ammette che quella non è l’ultima parola sull’uomo”

Marianna Rizzini, Il Foglio, 29 ottobre 2009

Poter pensare che se hai fatto la cazzata non è tutto perduto.

Ma se ti viene lo stesso da prendere il bicchiere e romperlo che fai? “Certo che ti viene da rompere il bicchiere”, risponde il giovane, “ed è per questo che ci dev’essere qualcuno che ti dice di non buttarlo, di non fare il pirla. La prima regola, però, è non mortificare, non dire in modo automaticamente bacchettone: ‘Non si può’. Il punto è fare il bene in modo che sia desiderabile perte, è poter pensare che se hai fatto la cazzata non è tutto perduto”.

Marianna Rizzini, Il Foglio, 29 ottobre 2009