Il dolore ti fa spaventare di te stessa (è così umiliante).

Il dolore ti fa spaventare di te stessa (è così umiliante).

 

E’ che i dolori ti fanno sentire così sola-, e qui la forza d’animo tornò ad abbandonarla e la lasciò a singhiozzare nelle mani giunte- -e’ così umiliante.

-Non c’è nulla di umiliante.

-C’è, c’è, – pianse lei. – Non essere capaci di badare a se stessi, questo patetico bisogno di farsi consolare…

-Date le circostanze, non c’è proprio nulla di umiliante.

-Ti sbagli, tu non sai. La schiavitù, l’impotenza, l’isolamento, la paura…E’ tutto così orribile e vergognoso. Il dolore ti fa spaventare di te stessa. E’ orribile questa sua assoluta alterità.

Philip Roth, Everyman, Einaudi.

Non c’era più una ragione di vivere.

Non c’era più una ragione di vivere.

Protraeva il gemito, quasi volesse strappargli l’anima.

Demka non vedeva il suo viso rigato di lacrime, le ciocche di capelli gli s’infilavano negli occhi. Morbide, titillanti.

Cercava qualcosa da dirle, ma non ci riusciva. Le stringeva semplicemente la mano, fortissimo, perché smettesse. Aveva compassione di lei più che di se stesso.

“Perché vi-vere?” singhiozzava lei. “Per-ché?”

A questa domanda, Demka avrebbe potuto rispondere qualcosa dalla sua confusa esperienza, ma non avrebbe potuto definirla con esattezza. Anche se l’avesse saputo, a giudicare dai lamenti di lei, né lui né chiunque altro avrebbe potuto convincerla. L’esperienza di Asja non poteva darle altro: non c’era più una ragione di vivere.

Aleksandr Solgenitsin, Divisione cancro, Garzanti

Anzi, è l’unico termine utilizzabile tra noi.

P.Picasso, Amicizia, 1908

«Caro don Giussani, spero tu possa leggere queste poche righe prima degli Esercizi della Fraternità, a cui mancherò per il secondo anno consecutivo a causa di una forma di tumore che mi ha ripreso e che mi vede qui in ospedale lontana dai miei cari. Se in questi anni non avessi incontrato te e gli amici del movimento e, tramite voi, il volto buono del Mistero che fa tutte le cose, che cosa sarebbe, ora, della mia vita?

Sarei totalmente annichilita. E prima di tutto per ringraziarti, dunque, che ti scrivo; e poi perché ho chiesto a tutti i miei amici di pregare per me e per la mia guarigione: non posso non chiederlo, particolarmente, anche a te, che sei il padre di tutti noi. Spero tu possa rivolgere questa preghiera al Signore durante gli Esercizi della Fraternità dove i nostri cuori saranno più uniti che mai in Cristo ed anche il mio e i vostri nella offerta di queste sofferenze che porto. Ringrazio di cuore per questa preghiera in cui già confido e ti abbraccio».

«”La sterile che ha obbedito è diventata generatrice di figli”. Questa frase che ho sentito da lei, caro padre, mi riempie il cuore di speranza. Chiedo allo Spirito Santo e ai teneri volti dei miei amici di custodirmi nella obbedienza a questa storia. Grazie per la fermezza e la chiarezza con la quale ci sostiene e ci consola nel cammino. A presto a Rimini. Con affetto».

Amici, su diciassettemila, in quanti ci conosciamo direttamente? Eppure nessuno di noi sente disagio, esagerazione, improprietà,nell’uso di questo termine: «amici». Anzi, è l’unico termine veramente utilizzabile tra noi.

Luigi Giussani, Esercizi della Fraternità di Comunione e Liberazione.

È un’altra cosa Dio, per questo si chiama Mistero.

Kasimir Malevich, Peasant women at church.

(Domanda) Mia madre ha una grave malattia. Come accettare che le risposte che mi vengono date dalla compagnia a questo fatto non mi soddisfano? E questo mi stanca nella domanda, è come se non mi facesse domandare più.

(don Giussani) Dobbiamo rispondere amaramente come rispondiamo amaramente a noi stessi in questi casi, e sono tanti al giorno se si fa attenzione. È perché non crediamo – se non per una emergenza rara, di circostanze rare -, noi non crediamo che il disegno del mondo è di Dio, è volontà di Dio. Non crediamo in Dio, non crediamo esistenzialmente in Dio: Dio è un fattore della meccanica universale come per il razionalismo dell’Ottocento. E invece Dio è alla radice di ogni pianta, di ogni erba, di ogni fiore, di ogni uomo e di ogni sasso. È un’altra cosa Dio, per questo si chiama Mistero, e non è concepibile, non è immaginabile. Ma è diventato uomo: su questo possiamo sentire, esigere di sentire, di provare, di paragonare e, soprattutto, di sperimentare noi stessi cambiati. Ma non quando pare e piace a noi: quando vuol Lui, a suo tempo. E se uno interrompe prima il cammino, è fuorigioco.

Luigi Giussani, Si può (veramente?!) vivere così?, BUR

Ti fa accettare ed abbracciare dell’altro anche quello che non vorresti accettare.

Che sia più vero si capisce dal fatto che ti fa accettare e abbracciare dell’altro anche quello che non vorresti accettare. Mi viene in mente una cosa che forse non ho mai raccontato… l’ho raccontato sì, qualche volta. Appena detto Messa sono stato ammalato tre anni. Il primo anno sono stato all’ospedale di Desio per tre mesi e a un certo punto, nella camera vicino, han portato una bellissima bambina con il croup. Sono riusciti a salvarla, e allora c’erano ancora metodi non evoluti. Poi ho conosciuto il papà e la mamma. Nella mamma si intravedeva ancora la permanenza di un certo volto che aveva avuto, perché era una bellissima donna, bellissima. Poi le era venuta una malattia, per cui era ripugnante a vedersi. Il marito, dopo, parlando insieme, diceva tutta la delusione che aveva avuto, dapprima la ripugnanza… ma era riuscito a superarla ed era rimasto fedele: non per tutta la consapevolezza che a noi è stata data, e che perciò ci rende più responsabili, ma – caso eccezionale – per una lealtà naturale, per una religiosità naturale. Per una religiosità naturale che esprimeva come poteva, quell’uomo lì è stato fedele, ha accettato l’altro secondo un possesso così totale che l’ha accettato anche con quella malattia. Mentre se il rapporto fosse stato dettato come tutti i rapporti sono dettati, non sarebbe potuto sussistere.

Infatti, non esiste rapporto che non si crepi. Perché ad un certo punto qualcosa dell’altro non si porta, il che vuol dire
che uno non possiede tutto l’altro.

Luigi Giussani, “Tu” o dell’amicizia, BUR 1997

Non esiste un rapporto che non si crepi.

Caravaggio, La buona ventura

Appena detto Messa sono stato ammalato tre anni. Il primo anno sono stato all’ospedale di Desio per tre mesi e a un certo punto, nella camera vicino, han portato una bellissima bambina con il croup. Sono riusciti a salvarla, e allora c’erano ancora metodi non evoluti. Poi ho conosciuto il papà e la mamma. Nella mamma si intravedeva ancora la permanenza di un certo volto che aveva avuto, perché era una bellissima donna, bellissima. Poi le era venuta una malattia, per cui era ripugnante a vedersi. Il marito, dopo, parlando insieme, diceva tutta la delusione che aveva
avuto, dapprima la ripugnanza… ma era riuscito a superarla ed era rimasto fedele: non per tutta la consapevolezza che a noi è stata data, e che perciò ci rende più responsabili, ma – caso eccezionale – per una lealtà naturale, per una religiosità naturale. Per una religiosità naturale che esprimeva come poteva, quell’uomo lì è stato fedele, ha accettato l’altro secondo un possesso così totale che l’ha accettato anche con quella malattia. Mentre se il rapporto fosse stato dettato come tutti i rapporti sono dettati, non sarebbe potuto sussistere.
Infatti, non esiste rapporto che non si crepi.
certo punto qualcosa dell’altro non si porta, il che vuol dire
che uno non possiede tutto l’altro.

Luigi Giussani Tu o dell’amicizia, BUR, Milano 1997

Divorarsi nella pretesa 2.

Pierre Auguste Renoir, I coniugi Sisley

(..) In uno studio pubblicato sulla rivista Cancer ricercatori del Seattle Cancer Care Alliance hanno analizzato le statistiche dei casi di divorzio di 515 pazienti colpiti da varie forme di tumore al cervello e da sclerosi multipla, seguiti per un arco temporale di cinque anni, dal 2001 al 2006. I risultati hanno confermato quanto era già emerso dai pochi studi sul tema svolti in passato: circa il 12 per cento delle coppie va incontro a divorzio o separazione se uno dei due coniugi sviluppa il cancro. Ma ben il 21 per cento delle coppie tende a separarsi quando ad ammalarsi è lei, mentre soltanto il 3 per cento dei matrimoni s’infrange se è l’uomo ad essere colpito dalla malattia. La rottura è più frequente nelle coppie giovani (quelle con una storia insieme più breve o formate da persone di giovane età), mentre i coniugi anziani o sposati da lungo tempo sembrano reggere meglio l’impatto. Un fatto, comunque, risulta evidente: la separazione influisce negativamente sia sulla qualità di vita residua dei malati che sulle terapie. I pazienti soli, infatti, hanno più probabilità di venire ricoverati in ospedale e minori chance di partecipare a sperimentazioni o di sottoporsi a diversi cicli di trattamenti.

La coppia scoppia, dopo. «Nella mia realtà confermo in pieno i dati dello studio americano – commenta Patrizia Pugliese, responsabile del Servizio di psicologia all’Istituto Tumori Regina Elena di Roma – : se un’unione va in crisi nella stragrande maggioranza dei casi è il marito che se ne va e la separazione riguarda soprattutto le persone giovani o le unioni formate da poco. Ma scoppiano davvero sole le coppie che avevano già dei problemi, magari trascurati, lasciati sopire per anni. E la malattia li mette in evidenza, li esaspera». Di solito, spiega l’esperta, marito e moglie restano molto uniti finché «c’è da fare»: intervento chirurgico, chemio e radioterapia, accompagnamenti per le visite, gestione di casa, famiglia e figli mentre il coniuge è più debole o ricoverato. I problemi arrivano dopo, nel follow up. Quando c’è tempo per riflettere e bisogna tornare alla «normalità», raccogliere le forze dopo la paura che la malattia porta con sé, programmare il futuro facendo i conti con il cancro e i cambiamenti avvenuti. Quando si torna a casa, alla quotidianità. E all’intimità, che troppo spesso non prevede il sesso.

Storie di silenzi…:«Mio marito è stato splendido», racconta Roberta, 47 anni, operata quattro anni fa di un carcinoma al seno e ora in cura per una recidiva. «Si è fatto carico di tutto. Era onnipresente, per me e per nostra figlia: portava me alle visite e lei a scuola, ai corsi di nuoto, la seguiva alle gare. Coordinava i turni in ospedale e mi è stato molto vicino. Casa, spesa, vacanze, pensava a tutto lui. Cucinava, persino, e sorrideva». Eppure ora sono in crisi: lui rivendica gli sforzi fatti e mette in evidenza l’abisso che separa i suoi molti impegni rispetto a quanto fanno normalmente «gli altri uomini». Lei ringrazia, ma si sente sola. Con il dolore, la paura di morire e la sensazione sgradevole di non sentirsi più amata né desiderata, solo accudita. «Luca fa, fa tantissimo, si sente Superman in confronto ad amici e colleghi – continua Roberta -. Ma non mi parla, non mi vuole ascoltare. Quando ho tentato di parlargli delle mie ansie, ha sempre tagliato corto. E se mi vede pensierosa o solitaria s’infastidisce piuttosto che chiedermi cos’ho. Mi basterebbe un “come stai?” di tanto in tanto. E una carezza, un bacio, magari qualcosa in più». L’incapacità di comunicare i bisogni emotivi è uno degli scogli più grandi da superare: il malato si sente senza appoggio, incompreso, abbandonato a timori che il cancro ha scatenato. E il partner non sempre è in grado d’intuire cosa sta succedendo. «Comunicare è l’unica soluzione – dice Pugliese -. Bisogna esporre chiaramente pensieri e bisogni, da entrambe le parti. Perché i silenzi sedimentano e si creano mura invalicabili».

Vera Martinella Corriere della Sera, 5 luglio 2010

Divorarsi nella pretesa.