Il destino di Giovanni si è compiuto.

Il destino di Giovanni si è compiuto.

Al termine della cerimonia la mamma di Giovanni – Ester Poncato – ha avuto la forza di prendere in mano il microfono per riferire della telefonata avuta il giorno precedente con Julián Carrón, alla guida di Comunione e liberazione dopo don Giussani. «Mi ha detto che la consolazione sostanziale, che non si basa quindi sul sentimento, è quella di sapere che il destino di Giovanni si è compiuto. Carrón mi ha detto: “gli hai voluto bene e adesso gode di un bene più intenso”».

Il corpo a corpo con la madre.

“Se qualcuno prova a darmi dell’omofoba, sparo. (…) Non è sopportabile che un adulto, etero o omosessuale che sia, abusi della sua posizione di potere per privare una creatura piccola di qualcosa di essenziale com’è il corpo a corpo con la madre”.

Marina Terragni, Io Donna, sabato 22 gennaio 2010

L’educazione è aiutare l’uomo a camminare verso il suo destino.

L.Le Nain, Famiglia di contadini, 1640

L’immagine solita (della famiglia) è fallace, perché – come abbiam detto tante volte – si può mettere bambini al mondo senza coscienza dello scopo della loro esistenza, come le gatte mettono al mondo gattini: non è tanto l’espulsione di un feto, quanto l’educazione di un uomo e l’educazione è aiutare l’uomo a camminare verso il suo destino. Senza questo non esistono paternità e maternità.

Luigi Giussani, “Tu” o dell’amicizia, BUR

Nel mezzo di noi stessi c’è questa ferita.

Il segno che la vita è continuamente ricevuta per essere offerta è anche altrove, per esempio nel nostro ombelico. (..) Ma se davvero ti guardi l’ombelico, che  cosa scopri? Una cicatrice. La tua prima cicatrice, che è la testimonianza ineffabile del tuo rapporto con un altro, della tua relazione con tua madre, che fu per te la prima dimora. E se non l’avessi incontrata non saresti mai nato. Cosicché  il nostro ombelico ci ricorda la nostra dipendenza originale da un altro, ci ricorda che non ci siamo fatti da noi stessi e che nel mezzo di noi stessi c’è questa ferita, questa ferita che è il segno di un dono, questa ferita che ci chiama a donare a nostra volta, a non temere le ferite se sono per dare la vita.

Fabrice Hadjadj, 28 agosto, Meeting di Rimini

Il padre dov’è? Si è dileguato da tempo.

E così è: il maschietto italiano è tanto consapevole della sua inattitudine a uscire dall’oikos e fondare una famiglia in età sana che se ne fa vanto. Ma insomma, mettetevi un po’ nei panni di stellín: se a casa hai chi ti fa il letto e rimbocca le coperte pure alla fidanzatina, chi ti prepara la cena e ti lascia il pranzo nel forno, chi ti paga le bollette e ti passa la paghetta extra se quella ordinaria l’hai dilapidata anzitempo, chi ti mette le mutande in lavatrice e te le stira, se hai gratis un albergo a cinque stelle altrimenti definibile come un sistema personalizzato di welfare fondato su mammà (e il padre dov’è? Si sa, si è dileguato
da tempo), un dono unilaterale che il ventre infinito e tellurico della Grande Madre, dell’ape regina, concede all’oggetto delle sue coccole.
Cosicché, se a scuola marca male è responsabilità degli insegnanti che non capiscono, se il primo stipendio non arriva, è colpa della società che non capisce quant’è intelligente e creativo il ragazzo, e quando arriva è meglio spenderselo il sabato piuttosto che nell’affitto del primo appartamentino di periferia. Per cui, se a diciott’anni vuoi andar via, in te c’è qualcosa che non va, un’infezione di ribellismo di cui parlare con lo psicanalista.

Angelo Mellone, Il Foglio, 31 dicembre 2009

Dentro di noi c’è un debito: il flusso della coscienza

Sironi(..) Dentro di noi c’è un patrimonio che non abbiamo accumulato da soli. Inevitabilmente si viene al mondo con un debito aperto con le generazioni del passato. Dentro le nostre azioni c’è la carezza di nostra madre, l’occhiata di traverso di nostro padre che valeva cento sgridate della mamma, il corteo nella nebbia del IV novembre per portare la corona d’alloro ai caduti della Grande guerra, il parroco inginocchiato nella sua tonaca nera a fare il ringraziamento dopo la Messa.

E poi gli occhi del papà che sta per morire e dice a te e alla donna che ami “fate la vostra vita e siate felici”, tuo figlio che cerca il tuo sguardo per capire se sta pensando nel modo giusto, l’Inter che perde ai rigori la finale di Uefa con lo Schalke 04 e tu sei lì a San Siro e non c’è niente da fare, l’Inter che vince il quarto scudetto consecutivo, e tu sei lì a San Siro e per gli altri non c’è niente da fare (..).

Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro Dentro di noi c’è un debito, Il Foglio 7 agosto 2009

Treni nella notte: la casa e l’accoglienza

Treno della notte
Quando ero studente universitario e pendolavo da e per Milano, i treni delle FFSS facevano vergognare come adesso, pur con una velocità media, perlomeno a mio ricordo, più lenta. Ma non è questo che conta. Conta che, molto spesso, quando la nebbia era tale e non si vedeva nulla, il treno si fermasse in mezzo alla Pianura Padana e, non sapendo quanto potesse durare, in tanti ci alzassimo, guardando fuori dal finestrino -allora si potevano aprire- nella notte.
Pativo quei viaggi, mi facevano stare male: mi allontanavano da casa e mi portavano in una città che pure ho sempre amato e che continuo ad amare follemente, Milano appunto. E quando ritornavo i ritardi consumavano il tempo prezioso che volevo passare con i miei.
Però quando ci fermavamo io guardavo le luci soffuse nella nebbia dei casolari dispersi. E sognando ad occhi aperti mi pensavo pronto ad uscire dal treno, a camminare nei campi, a suonare in una di quelle case, immaginandomi sempre la stessa scena: una donna, che mi abbracciava e, come mia madre, mi faceva mettere a mio agio e poi mi lavava i capelli. Solo un’altra persona mi ha lavato i capelli, dopo mia madre, e anche lei non c’è più.

1984

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“(..) perfino Mary Warnock, madre della liberalissima bioetica anglosassone ha chiarito con ragionamenti piuttosto stringenti che il diritto ad avere figli non ha alcun fondamento. Diritto che, invece, secondo Veronesi, una donna può lietamente esercitare “anche senza scegliere un padre, basta che si rivolga ad una banca per la fecondazione”.
Ma presto non sarà più necessario, perchè “la donna può clonare sè stessa e l’uomo no”. Uno spaventoso paese dei Balocchi in cui la donna, Puella Aeterna, potrà giocare divinamente con se stessa senza mai la noia di doversi misurare con l’Altro. E perfino riprodursi da sè -oddio, e se poi ti nasce un maschio?- Un nuovo fondamento archetipico per le fantasie, già attualissime, di tutte quelle ragazzine che in giro per l’Occidente sognano di farsi il bambino da sole, o fingono un provvisorio sogno d’amore per poi espellere l’Altro non appena dà segni della sua alterità.
Ed ecco tutte quelle famigline, asfittiche ed infelici, la mamma ed il suo bambino, l’una carceriere dell’altro, senza nessun terzo a fare il lavoro di necessario incomodo nella simbiosi fatale.
Oppure -libertà alternativa- nessun bambino, l’indipendenza totale, l’automutilazione di quell’Altro di cui l’umanità femminile, in questo sì migliore, ha sempre fatto il suo bizzarro baricentro, spostato fuori di sè.”

Marina Terragni, “L’incubo della dominatrice”, Il Foglio 12 agosto 2009.

Necessità biologiche?

umberto-veronesi
Umberto Veronesi, nel suo articolo di ieri su Repubblica, si chiede: “Se la donna sarà pari all’uomo nei ruoli decisionali, che farà della sua necessità di procreare ed accudire figli?” Ed in risposta non trova di meglio da dire se non che “la donna dovrà scegliere e ridefinirsi”.
Non provavo un disgusto simile, una sensazione di straniamento e di angoscia come quello che ho provato leggendo l’illustre luminare, dai tempi della mia prima lettura di “1984” di George Orwell. Io non so rispondere, se non con la pancia, alle argomentazioni di Veronesi, che mi sembrano de-vitalizzate, astratte, disincarnate, prive del senso della fatica, della realtà, lontane dalla vita. Per questo rimando il lettore volonteroso al bellissimo articolo che una grande donna, femminista, Marina Terragni, ha scritto sul Foglio di oggi.
Io non sono capace di rispondere: ma più di due anni fa mi colpì ed affascinò, in un blog che leggo spesso, la poesia che ora trascrivo.

Perchè è carne, è vita, è bellezza: lontana, grazie a Dio, dal mondo che Veronesi prefigura e nel quale io non voglio vivere.

SCOPAMI

Scopami,
non soltanto col pensiero,
non far caso ai tuoi fianchi
ingrossati ed ai seni che
si preparano a nutrire

prendi il prossimo treno
ed irrompi in questa casa fiorentina,
fatti attraversare dalle mie mani
e dal mio membro teso

scopami
e portami via lo sguardo che sai,
che non lo possa usare più

scopami, baisez-moi,
rape me
e smetterò di farti ingelosire,
di ubriacare i viali di parole
e vagabondaggi di notte
e persino di fumare

scopami
e lasciami disteso ad osservare
le ferite che guariscono
sulle mie mani oneste
e dentro la scatola d’ossa del petto

e quando chiuderai la porta,
attenta a non lasciare
il mio amore sulle scale.

Aldo Oliva