Fare i conti con la realtà significa accettare di non sapere, di non capire, di aver bisogno di imparare da quello che accade.

Fare i conti con la realtà significa accettare di non sapere, di non capire, di aver bisogno di imparare da quello che accade.

©P.B.

(…) Nessuno ha idea di cosa ci aspetta nel futuro anche prossimo. Fare i conti con la realtà, come don Julián Carrón ha detto e ripetuto, per me adesso significa accettare di non sapere, di non capire, di aver bisogno di imparare da quello che accade.

Anch’io, come molti hanno iniziato a fare in questi giorni, sto cercando di fissare ciò che imparo. Ad esempio, è cambiato il suono delle parole. Di quelle che già conoscevo e di quelle che sto sentendo in questi giorni.

Parole che mi ritrovo a scrivere spesso, come “persona unica e irripetibile”, oggi mi muovono dentro e mi fanno supplicare che nessun malato venga lasciato senza respiratore. E se, come mi è capitato poche sere fa, sento un medico impegnato in trincea non limitarsi a dire: “è il mio dovere”, ma anche aggiungere: “ho fatto questo lavoro perché voglio bene alle persone, i miei pazienti sono come miei fratelli”, allora capisco quanta strada ho ancora da fare.

A proposito di parole, quante polemiche appaiono pretestuose. Non perché non si debbano muovere critiche, ma perché non è più possibile fare sconti alla superficialità, alla mancanza di argomentazione, alla slealtà, allo stare senza serietà “sul pezzo”. E infatti il tono di quelli che la sanno lunga sono più fastidiosi del solito. Parole come “senso civico”, “rispetto”, “istituzioni”, in questo momento hanno improvvisamente perso il loro accento retorico. E non me lo sarei aspettato.

Come non mi sarei mai aspettato che l’isolamento potesse diventare una forma particolare di socialità; che così in tanti, obbligati a guardare in faccia se stessi, avrebbero potuto scoprire gli altri; che in molti potessero sperimentare una forma di libertà diversa da quella che conoscevano e che non è limitata dalla responsabilità. Soprattutto non mi aspettavo che così tanti oggi fossero disponibili a dare la vita, il tempo, i soldi per altri.

Tutti ci stiamo chiedendo se questa situazione ci renderà delle persone migliori. Io non so rispondere. So solo che per risollevarci dal disastro, il nostro cambiamento personale e quello nei rapporti umani è una strada obbligata.

Giorgio Vittadini, http://www.ilsussidiario.net

Aderire all’unico segno attraverso cui seguire l’ignoto.

Aderire all’unico segno attraverso cui seguire l’ignoto.

©P.B.

Ma “la ragione non tollera, impaziente, di aderire all’unico segno attraverso cui seguire

l’Ignoto, segno così ottuso, così cupo, così non trasparente, così apparentemente casuale, come

è il susseguirsi delle circostanze: è come sentirsi in balia di un fiume che ti trascina in qua e in là

In queste settimane ciascuno potrà vedere quale posizione prevale in sé: se una disponibilità ad aderire al segno del Mistero,

a seguire la provocazione della realtà, oppure il lasciarsi trascinare da qualunque “soluzione”, proposta, spiegazione, pur di

distrarsi da quella provocazione, evitare quella vertigine.

Ciascuno di noi potrà poi verificare la reale consistenza delle “soluzioni” in cui ha cercato rifugio.

Julián Carrón, Lettera alla Fraternità di Comunione e Liberazione, marzo 2020

Fino alla soglia del destino (mi dispiace solo che la tua prova sia più grande della mia).

Fino alla soglia del destino (mi dispiace solo che la tua prova sia più grande della mia).

Così possiamo stare davanti a qualsiasi circostanza, come ci ha testimoniato una nostra carissima amica davanti alla morte, in un dialogo che ha avuto con il marito (che me lo ha scritto) quando ha saputo quello che stava per succedere: «Mi ha detto: “Io sono tranquilla, non ho paura, perché c’è Gesù. Ora nemmeno
sono più angosciata per te e per i bimbi, perché so che siete nelle mani di un Altro”. E io: “Ma non sei triste?”. “No, non sono triste. Sono certa di Gesù, anzi, sono curiosa di quello che mi capiterà, di quello che il Signore mi sta preparando. Forse dovrei essere triste, ma non lo sono. Mi dispiace solo che la tua prova sia più grande della mia”. “Ma va’”. “Certo, sarebbe stato meglio il contrario”. E io, sorridendo perché già incredibilmente confortato dal miracolo
appena visto, le dico: “È proprio vero, soprattutto per i bambini”. Questo è stato senza dubbio uno dei più bei momenti dei diciassette anni (dodici di matrimonio e cinque di fidanzamento) passati insieme. Se non il più bello». Con una consistenza così si può guardare tutto, fino alla soglia del destino.

Julián Carrón, La vita come vocazione.

È la lotta che ci tiene svegli.

È la lotta che ci tiene svegli.

In che cosa consiste, dunque, la nostra maturazione? È la maturazione della nostra autocoscienza, è la generazione di un soggetto in grado di avere consistenza in mezzo a tutte le vicende della vita. Perché le circostanze introducono una lotta: «Allora, è la lotta che ci tiene svegli, e questa
lotta è la trama normale della vita: ci tiene svegli, cioè ci matura la consapevolezza di ciò che è la nostra consistenza o la nostra dignità, che
è un Altro» (L. Giussani, Certi di alcune grandi cose. 1979-1981, op. cit., p. 389). Le circostanze, perciò, ci sono date perché maturi in noi la consapevolezza
di ciò che è la nostra consistenza, affinché noi prendiamo veramente coscienza che la nostra consistenza è un Altro.

Julián Carrón, La vita come vocazione.

La vita può essere un’altra cosa!

La vita può essere un’altra cosa!

(…) Una carissima amica mi aveva fatto notare tutta una serie di particolari di me, di come stavo lavorando e di come mi stavo approcciando alla realtà, che mi facevano perfettamente capire che io invece avevo un modo assolutamente analitico di lavorare, esattamente come tutti, quindi con contributo al mondo pari a zero. E questa è la prima verifica. Succede un fatto. Faccio la cardiologa, ho iniziato da poco a lavorare e, vuoi l’inesperienza vuoi la paura di sbagliare vuoi tante cose, comincio la guardia, e ricevo una chiamata per una consulenza a una donna di cui peraltro mi aveva già parlato un mio collega. Secondo me non era una richiesta da fare, non c’era bisogno di chiamarmi; questa donna era stata già valutata dal centro di riferimento il giorno prima, quindi cosa potevo aggiungere io?
Già durante la chiamata non le ho mandate a dire alla collega che mi aveva coinvolto. E con questa posizione assolutamente ridotta e preconfezionata, come se la realtà fosse il luogo della paura, sono andata su. Faccio la mia consulenza, chiudo la cartella e me ne vado a casa. Ma a me non tornavano i conti, non mi tornavano proprio! Avevo un vuoto dentro, clamoroso. Tu continui a dire: «La verifica è un io diverso»; io invece mi ritrovavo ad aver lavorato come tutti: ridotta io, ridotto tutto il mio desiderio di costruire sul lavoro, ridotto il rapporto con quella paziente (infatti l’ho anche guardata poco). Non mi tornavano i conti.
E perché non ti tornavano i conti? Perché non avevi fatto la performance?
No, clinicamente io non avevo dubbi, ma non era la verità di me che mi dicevi tu, non era la verità di quella realtà. E mi colpiva perché dentro quella realtà io mi stavo rendendo conto che invece io sono stata guardata diversamente, e quelle parole che continuavano a rimbombarmi nella testa mi ridicevano la strada. Per cui oggi prendo e ritorno in quel reparto, ritrovo la persona con cui ho parlato al telefono e le dico: «Io innanzitutto mi voglio scusare per come mi sono approcciata ieri». E da lì è partita una discussione interessantissima, mi si è aperto un mondo, al punto che alla fine le ho detto: «Senta, io non sono tornata qui per un dubbio clinico, ma proprio per me, per questo dubbio di verità». Alla fine riprendo la cartella e vado a riparlarne con il consulente di quel reparto, che ci capisce più di me; ritirando fuori tutto il caso mi ha fatto anche notare dei
particolari clinici che non avevo approfondito. Per cui ritorno per la terza volta in quel reparto – l’orgoglio è un mio tratto inconfondibile, non sarei mai tornata indietro per un’idea o per un pensiero –, ricerco quella collega e le dico: «Mi scusi, ieri l’ho quasi insultata e oggi sono qui…». Alla fine mi ha detto: «Ma no, si impara, è dinamica la cosa. Grazie di esser tornata». E io ho pensato: con questo approccio diverso, che mi ha permesso di avere un visione completa sulla realtà, addirittura Cristo mi insegna a lavorare! Io con la mia analisi non ero riuscita a venirne fuori, era un rapporto ridottissimo che svuotava me. Oggi, quando sono tornata a casa, mi son detta: questa è un’altra vita, è un’altra possibilità. Io questa cosa l’ho verificata, non me la tolgo più.
Grazie. La vita può essere un’altra cosa!

Julián Carrón, Scuola di Comunità 2012

Siamo riscattati di continuo.

Siamo riscattati di continuo.

Georges de la Tour, Natività

E’ con questi fatti negli occhi che possiamo entrare nel mistero di questo Natale, evitando il rischio del “devoto ricordo”, di ridurre la festa ad un puro atto di pietà, a devozione sentimentale. In fondo tante volte la tentazione più grande è di non aspettarsi granché dal Natale. Ma a chi è data la grazia più grande che si possa immaginare – vederlo all’opera in segni e fatti che lo documentano presente – è impossibile cadere nel rischio di celebrare la nascita di Gesù come un “devoto ricordo”. Non ci è consentito! E non perché siamo più bravi degli altri fratelli uomini, non perché non siamo fragili come tutti, ma perché siamo riscattati di continuo da questo nostro venir meno per la forza di Uno che accade ora e che revoca la nostra condanna.

Julián Carrón, L’Osservatore Romano, 24 dicembre 2012

Quello che desideriamo come libertà è per sempre.

Quello che desideriamo come libertà è per sempre.

(..) Questo è molto interessante, di nuovo, perché è vero che è un giudizio; ma il problema è: quando diciamo: «Libertà», che cosa stiamo dicendo? Se Giussani dice che soltanto in un caso l’uomo è libero, se è diretto rapporto con l’infinito, che cosa vuol dire? Se l’uomo è soltanto un pezzo del meccanismo delle circostanze, noi dipendiamo da come vanno le cose; quando qualcuno ci loda ci
rallegriamo, e quando non lo fa affondiamo, come tutti. Che novità c’è in questo? Nessuna. Questo è la libertà? No, questa sarebbe una libertà a tempo: quando si compiono più o meno i nostri sogni, allora siamo liberi; e quando no, ci arrabbiamo. Ma – dice Giussani – quello che desideriamo come libertà, cioè come soddisfazione, non è soltanto per un momento, ma per sempre. Questo si vede quando ci troviamo davanti a uno da cui ci difendiamo, o quando qualcuno ci ferisce. La libertà è un bene molto scarso se dipendiamo, come tutti, dal flusso delle circostanze: quando le cose vanno bene, siamo contenti; quando le cose vanno male, affondiamo. Logico. Ma qui dice un’altra cosa, qui dice che la libertà è rapporto diretto con il Mistero! Allora quale errore occorre capire? Che non
soltanto io guardo l’altro in modo parziale, ma io guardo prima di tutto me stesso in modo parziale! Perché se io mi rendo conto che sono rapporto con il Mistero, e che è questo che mi rende libero e che mi soddisfa, allora siccome ho già in anticipo questa soddisfazione, posso essere libero dal fatto che qualcuno mi conceda le briciole che cadono dal suo tavolo. Se io non sono a questo livello di
libertà come esperienza, dipendo come tutti dalle briciole; e allora parlare di libertà diventa patetico. Per questo, o noi dipendiamo da Dio e allora siamo liberi da qualsiasi circostanza, o non dipendiamo da Dio e allora siamo schiavi di qualsiasi circostanza.

Julián Carrón

 

Il destino di Giovanni si è compiuto.

Il destino di Giovanni si è compiuto.

Al termine della cerimonia la mamma di Giovanni – Ester Poncato – ha avuto la forza di prendere in mano il microfono per riferire della telefonata avuta il giorno precedente con Julián Carrón, alla guida di Comunione e liberazione dopo don Giussani. «Mi ha detto che la consolazione sostanziale, che non si basa quindi sul sentimento, è quella di sapere che il destino di Giovanni si è compiuto. Carrón mi ha detto: “gli hai voluto bene e adesso gode di un bene più intenso”».

Per spiegare quella presenza, quel dato, dobbiamo ammettere qualcosa d’altro.

Per spiegare quella presenza, quel dato, dobbiamo ammettere qualcosa d’altro.

Che semplicità occorre per lasciarsi attirare da quella presenza, che, per la vibrazione che provoca in me, diviene così interessante da fare scattare la ricerca! Se questa ricerca non si ferma, non si blocca, per spiegare quella
presenza, quel dato, dobbiamo ammettere qualcosa d’altro. Ma spesso noi blocchiamo questa ricerca, e lo si vede dalle innumerevoli volte in cui sentiamo dire: perché davanti alla realtà dobbiamo tirare in ballo il Mistero, il Tu, Dio? Si domanda questo come se il rimando a un altro fattore oltre e dentro ciò che si vede, non fuori, ma oltre e dentro ciò che si vede, non fosse contenuto in ciò che si vede, nell’esperienza di ciò che si vede, nel dato, ma fosse costruito da noi. Certamente questo rimando è colto dal soggetto, ma appartiene all’oggetto, alla cosa, all’esperienza della cosa.

Julián Carrón, Milano, 1 ottobre 2011