Allora perché attendiamo?

Allora perché attendiamo?

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Com’è grande il pensiero che veramente nulla a noi è dovuto. Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?

Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Einaudi 1973

“Un morto” (domandammo che c’era).

“Un morto” (domandammo che c’era).

Verso Cannizzaro un elegante calesse signorile oltrepassò la nostra modesta carrozza da nolo. Giammai si è tanto umiliati dal contrasto come in simili casi. Consoli, che era forse il più matto della compagnia, gridò al cocchiere:
«Dieci lire se passi quel calesse!».
Il cocchiere frustò a sangue le rozze, che cominciarono a correre disperatamente, facendoci sbalzare in modo da esser sicuri di ribaltare; e siccome le povere bestie non correvano come egli voleva, Consoli salì in piedi sul sedile dinanzi per togliere le redini e la frusta dalle mani del cocchiere. Allora cominciò un alterco fra quegli che non voleva cederle e Consoli che le voleva ad ogni costo, mentre il legno correva alla meglio. Tutt’a un tratto i cavalli si arrestarono; Abate ed io, sorpresi di vederci fermati sì bruscamente, domandammo che c’era.
«Un morto»: fu la risposta laconica del cocchiere.
Un convoglio funebre attraversava lentamente lo stradone; esso era semplicissimo: un prete, un sagrestano che portava la croce, un ragazzo che recava l’acqua benedetta, e tre o quattro pescatori; il feretro, coperto di raso bianco e velato di nero, era portato da quattro domestici abbrunati, e una carrozza signorile, in gran lutto, lo seguiva.

Giovanni Verga, Una peccatrice

Proteggi il nostro Paese, perché rimanga un Paese credente.

Proteggi il nostro Paese, perché rimanga un Paese credente.

Santa Maria, Madre di Dio, ti salutiamo nella tua casa. Qui l’arcangelo Gabriele ti ha annunciato che dovevi diventare la Madre del Redentore; che in te il Figlio eterno del Padre, per la potenza dello Spirito Santo, voleva farsi uomo. Qui dal profondo del tuo cuore hai detto: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”.Così in te il Verbo si è fatto carne. Proteggi il nostro Paese, perché rimanga un Paese credente; perché la fede ci doni l’amore e la speranza che ci indica la strada dall’oggi verso il domani. Tu, Madre buona, soccorrici nella vita e nell’ora della morte. Amen.

Benedetto XVI, preghiera per l’Italia.

11 settembre.

“L’islam ha demograficamente in mano il futuro dell’Europa. Tutti gli anni gli italiani diminuiscono di 130 mila. Ma aumentiamo di 100 mila immigrati, che sono in gran parte musulmani. In Europa inoltre c’è un vuoto religioso enorme che viene riempito dall’islam. I musulmani hanno una forte fede religiosa e pregano addirittura in pubblico”.

Piero Gheddo, intervistato da Giulio Meotti, Il Foglio 10 settembre 2010

Sei italiani.

I talebani hanno ucciso sei soldati italiani. Avevano una nazione, una bandiera, un onore e un nome. Erano eroi del quotidiano, lontanissimi da casa, ma capaci di ricordare che esistono i doveri e non solo i diritti, sono lo specchio di un popolo che spesso indulge a dipingersi come pavido e opportunista, ma che è invece capace di gesti di grande eroismo, come quello di Fabrizio Quattrocchi, il fornaio senza diploma che ci ha mostrato “come vive un italiano” (nelle parole di George W. Bush). Il nostro eroismo non si nutre delle virtù militari, emerge di fronte all’offesa e all’ingiustizia. Di fronte alle scuole distrutte in Afghanistan dai talebani con il loro islamismo apocalittico, di fronte alle bambine a cui viene gettato acido in faccia, di fronte alle mine piazzate al passaggio di un gruppo di alunni. Quei sei italiani erano la mano che impedisce all’oscurantismo di tornare a riempire gli stadi di adultere da lapidare. Sono il volto migliore della nostra partecipazione a questa guerra dei cent’anni. I loro nomi non devono essere lambiti dagli opposti cretinismi nostrani e dalla cupidigia della resa senza condizioni. Siamo in Afghanistan per una vittoria da difendere dal fanatismo della peggior specie, siamo lì per testimoniare il nostro contributo orgoglioso alla libertà. Siamo andati in Afghanistan per difenderci in una guerra che ci è stata dichiarata e per confermare, combattendo il terrore, quel che siamo: uomini e donne liberi, figli di quest’occidente che più che geografia, è destino e storia. I nostri di Kabul sono caduti in una guerra che è stata dichiarata al mondo di cui l’Italia fa parte. Un mondo attaccato dal totalitarismo di chi idolatra la morte più della vita. Terroristi e predoni di bambini che uccidono liberatori e liberati. Sono gli italiani migliori, che esercitano la difesa in divisa e che cadono, prima sotto i colpi dei banditi di Saddam a Nassiryah, e poi dei tagliagole talebani a Kabul. Sono soldati immortali come nel celebre frammento di Teognide: “Morendo non perirono, eterni essi s’ergevano a monumento”.

Giulio Meotti, Il Foglio, 17 settembre 2009