Se l’io non esiste, tutto è permesso tranne essere se stessi.

Se l’io non esiste, tutto è permesso tranne essere se stessi.

Queste pagine bruciano anche quando finiscono, il fuoco passa dalla carta al
cuore e incenerisce i nostri giorni vuoti di memoria, pensieri, parole, opere, per lasciarci fiamme d’attesa, dolore, vita. Sono pagine a dimensioni iperboliche, quasi bibliche. La prima dimensione si può ironicamente definire larghezza: è l’Unione Sovietica, la società-scatoletta dei “nemici di tutti i misteri” che tentò invano di comprimere Santa Madre Russia, la società dove ciò che non si può spiegare non esiste e dove, in contrappasso perfetto, l’agire più diffuso – inganno, ipocrisia, imbroglio, sfruttamento, simulazione, cortigianeria,
tradimento – nasce dall’impossibilità di essere se stessi (siccome l’io è tra
le cose che non si possono spiegare, l’io non può esistere: e, seguendo Dostoievskij, se l’io non esiste allora tutto è permesso, tranne essere se stessi).

Emmanuel Exitu, Il Foglio, 7 aprile 2012

Ma a chiunque dovrebbe rilucere il dubbio che l’io sia di natura abissale.

Ma a chiunque dovrebbe rilucere il dubbio che l’io sia di natura abissale.

E fu allora che avvenne l’episodio più dolente e però rivelatore del nostro argomento. Qegli uomini coraggiosi e di mestieri diversi, tra i quali persino un lottatore, per la maggior parte crollarono, come non avevano fatto nepure negli interrogatori. Così, svestiti di tutto quanto era consueto al loro io; privati persino del loro odore, questi uomini prima straordinari si guardarono. Alcuni piansero, altri scongiurarono le ottuse guardie baltiche di lasciargli almeno il pettine o la foto di una figlia o la penna, in cupa disperazione. Furono costoro, osserva Lusseyran, i primi a morire.”Devo aggiungere che le condizioni di vita a Buchenwald erano molto dure. Ma essere erano per quegli uomini non più dure che per gli altri. Essi erano – come non avrei questo potuto capirlo – morti per difetto di io.” Il loro io, insomma, per possedersi abbisognava delle cose e proprio la privazione di esse li aveva uccisi, abbrutiti fino alla morte. E certo: quello di Lusseyran è esempio estremo, distante dall’odierna esistenza sceneggiata in calcoli televisivi. Ma a chiunque dovrebbe rilucere il dubbio che l’io sia di natura abissale, quindi irriducibile alle cose, e però in allargamento di se stesso, dal vuoto a emanarle tutte.

Geminello Alvi, Il capitalismo. Verso l’ideale cinese Marsilio

Io non ho un io.

Io non ho un io.

Si tratta pur sempre di un’intepretazione: in mancanza di un io, se ne interpretano alcuni, e dopo un po’ si interpreta meglio quello che ti aiuta a cavartela meglio. Se tu mi dicessi che ci sono delle persone, come l’uomo dell’ultimo piano al quale ora minacci di consegnarti, che hanno in realtà un forte senso di se stessi, dovrei dirti che stanno solo facendo la parte di persone con un forte senso di se stesse (..).

Tutto ciò che posso dirti con certezza è che io, per esempio, non un io, e che non voglio o non posso assoggettarmi alla buffonata di un io.

Philip Roth, La controvita, Einaudi

C’è un altro “Tu” prima che deve emergere nel nostro io.

(..) quanto più uno usa la parola «io» con la coscienza di una responsabilità verso un «Tu» (esattamente come un bambino quando ha lì la mamma o come un uomo che voglia veramente bene a una donna), quanto più uno dice: «Io» con la responsabilità di fronte a un «Tu», perciò è un «io» in cui traspare un «Tu» («Vivo, non io, sei Tu che vivi in me»), quanto più uno vive questo, tanto più cresce il suo sentimento degli altri, la sua capacità di rispetto degli altri, la sua inclinazione potente a servire gli altri. Pensate, per favore, a come senza questo sia impossibile che un uomo e una donna realmente si rispettino, secondo il bellissimo formulario del matrimonio: «Prometto di amarti e onorarti per tutta la vita». È impossibile!
C’è un altro «Tu» prima – prima! –, che deve emergere nel nostro io, altrimenti né padre, né madre, né moglie, né figli, come neanche te stesso, rispetterai. Così la realtà, specialmente la realtà dei rapporti umani, non sarà più la proiezione delle tue pretese, ma un riconoscimento, il grande riconoscimento, che tu accetterai nella forma magari sbiadita o nella forma deformata con cui ti si presenta nell’istante passeggero, e abbraccerai il lebbroso come l’uomo abbraccia la sua donna (come ha fatto Francesco d’Assisi). Ti troverai a non proiettare più le tue pretese, ma a riconoscere il grande destino (..).

Luigi Giussani, L’io rinasce in un incontro, BUR 2010

Le cose più belle che abbiamo ricevuto sono quelle che sconvolgono i nostri piani.

Georgia O'Keeffe, Sunflower

Questa concezione magistrale e spettacolare fa della vita una cosa, l’oggetto dell’io. Gli si passano le briglie, la si può trasformare in spettacolo, se ne ha non solo l’usufrutto, ma la proprietà. Ci si considera eroi e capi d’azienda dei nostri giorni. Ma si tratta di orgoglio e disonestà. Vedere tutto nell’orizzonte della padronanza significa chiudersi all’incontro, all’imprevisto, all’altro. le cose più belle che abbiamo ricevuto sono sempre state quelle che sconvolgevano i nostri piani: una moglie che non immaginavamo, una paternità che non credevamo tanto straordinaria.

Fabrice Hadjadj, Farcela con la morte, Cittadella

Ammettere che l’Io e l’Altro esistono è quanto di più impervio.

Quel che si nega non esiste: ecco il pensiero magico caro ai dittatori, sicché una mattina degli anni Trenta il Duce dichiarò risolta la questione
meridionale semplicemente non mettendola all’ordine del giorno. Scrive Simone Weil che: “La quantità di genio creatore di un’epoca è rigorosamente proporzionale alla quantità di attenzione estrema, e quindi di autentica religione”. Ammettere che l’Io e l’Altro esistono è quanto di più impervio. Perché qualcosa e non il nulla? Perché c’è sguardo. Occorre audacia, lealtà e impegno per costruirsi uno sguardo, e finché c’è sguardo il mondo esiste.
Sennò il caos. Non il caos primordiale, selvaggio e denso di attesa, ma il caos finale, l’estenuazione, il pensiero indebolito dalla chiacchiera, il degradarsi dell’audacia a trasgressione. Spargere fuffa, confondere le acque è nelle odierne società civili ed evolute il metodo migliore per negare.
Non più le fosse di Katyn, i morti nascosti sotto la nuda terra; non per sottrazione oggi si agisce ma per addizione, seppellendo urgenze e grida di dolore sotto un cumulo di distinguo, precauzioni, timidezze, incertezze, diplomazie, attendismi. Il negazionismo di Ahmadinejad, che liquida la Shoah come un’invenzione ebraica, è chiaramente strumentale all’allestimento di una nuova Shoah, un delitto premeditato. Ma la mollezza dell’Onu e di tanti paesi del mondo verso Ahmadinejad, il fingere che la sua voglia di sangue sia contenibile al pari del petrolio oceanico, è un crimine ancora più disgustoso, complicità in guanti bianchi.

Umberto Silva, Il Foglio 13 maggio 2010

Come una resa profonda e totale.

R.Magritte, L'épreuve du sommeil

Si avvicinò al letto. L’occupante, tuttora invisibile, russava profondamente.

In quel suo russare c’era come una resa profonda e totale. Non tanto uno sfinimento, quanto una resa, come se avesse finalmente detto basta, avesse allentato la sua presa su quell’insieme di orgoglio, di speranza, di vanità e di paura, su quella forza di restare attaccati alla disfatta come alla vittoria, che costituisce l’Io-Sono, la rinuncia al quale di solito è la morte.

W.Faulkner, Luce d’agosto, Adelphi

Volere sistemare il desiderio dell’Infinito.

Edward Munch, Melankol

Che noi siamo rapporto con l’Infinito è documentato da questi fatti: il disagio, la tristezza, l’insufficienza, sono segni di questo, non sono anomalie, come tante volte pensiamo, non sono malattie da guarire con i farmaci (come sempre più accade, confondendo l’inquietudine del cuore con l’ansia o il panico). È di quella irriducibilità dell’io che noi siamo che tutti questi segni sono la documentazione. Perciò, amici, è inutile volere sistemare il desiderio dell’Infinito, non ci riusciamo, anche se facciamo della distrazione il sistema di vita.

Julián Carrón, Rimini, dicembre 2009

Più che mai occorre l’io.

Siamo immersi in un cambiamento epocale. Non siamo nati in una circostanza storica in cui c’è, diciamo, una tradizione che si tramanda quasi
meccanicamente. Ci troviamo davanti a una diversità che ci costringe a scegliere, a dare delle ragioni sul perché scegliamo una cosa piuttosto che un’altra. Non è più possibile salire sul tapis roulant, per essere portati meccanicamente. Non c’è più il tapis roulant, come poteva essere nel passato
dove uno, per il fatto di nascere in un certo ambiente, in un certo Paese, era come facilitato. Per vivere oggi, senza essere travolti dal torrente della confusione, più che mai occorre l’io, e questo lo vede ciascuno di noi.

Julian Carròn, Rimini, dicembre 2009Pi