Il luogo privilegiato dell’incontro è la carezza della misericordia di Gesù Cristo.

Il luogo privilegiato dell’incontro è la carezza della misericordia di Gesù Cristo.

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Tutto, nella nostra vita, oggi come al tempo di Gesù, incomincia con un incontro. Un incontro con quest’Uomo, il falegname di Nazaret, un uomo come tutti e allo stesso tempo diverso. Pensiamo al Vangelo di Giovanni, là dove racconta del primo incontro dei discepoli con Gesù (cfr 1,35-42). Andrea, Giovanni, Simone: si sentirono guardati fin nel profondo, conosciuti intimamente, e questo generò in loro una sorpresa, uno stupore che, immediatamente, li fece sentire legati a Lui…
Parlando dell’incontro mi viene in mente “La vocazione di Matteo”, quel Caravaggio davanti al quale mi fermavo a lungo in San Luigi dei Francesi, ogni volta che venivo a Roma. Nessuno di quelli che stavano lì, compreso Matteo avido di denaro, poteva credere al messaggio di quel dito che lo indicava, al messaggio di quegli occhi che lo guardavano con misericordia e lo sceglievano per la sequela. Sentiva quello stupore dell’incontro.
Il luogo privilegiato dell’incontro è la carezza della misericordia di Gesù Cristo.
(Papa Francesco)

E’ un Altro che salva la nostra vita (Buon Natale).

E’ un Altro che salva la nostra vita (Buon Natale).

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«La fede, per me, è nata dall’incontro con Gesù. Un incontro personale, che ha toccato il mio cuore e ha dato un indirizzo e un senso nuovo alla mia esistenza. Non si tratta di qualcosa di esteriore o di forzato, dunque,
ma di qualcosa che emana da dentro e che si impone da sé. Gesù in effetti colpisce, spiazza, innova».
(Papa Francesco)

«È un Altro che prende iniziativa verso la nostra vita, così è un Altro che salva la nostra vita, la porta alla conoscenza del vero, la porta all’adesione alla realtà, la porta all’affezione per il vero, la porta all’amore alla realtà. Se si accetta quest’annuncio come un’ipotesi di lavoro, allora il respiro ritorna, tutto diventa più semplice, si dice pane al pane e vino al vino, vita alla vita e morte alla morte, amico all’amico, si diventa più contenti e tutto diventa ancor di più origine di stupore. E quanto più uno cerca di vivere questo tanto più capisce la sproporzione, e cammina umilmente, perché questo Altro che interviene mi prende ogni momento, mi prende e mi riprende, mi rilancia, e compirà l’opera che ha iniziato: ci fa giungere al destino».
(Luigi Giussani)

L’incontro è ferita.

Matteo Rosselli, Angelica cura Medoro

Giussani lo richiama: “Questo è l’importante per il mondo: impedire all’uomo di raggiungere la propria ferita, cioè di raggiungere sé stesso.” È una frase stupefacente: come può essere che raggiungere sé stessi coincida con il raggiungere la propria ferita? È perché l’io avviene sempre in un incontro, nell’urto e nella felicità di una continua emorragia di sangue ricevuto e donato.

L’incontro è ferita, perché l’apparire di qualcosa che risveglia il mio desiderio e nello stesso tempo sfugge al mio potere, qualcosa che allo stesso tempo mi esalta e mi umilia.

Fabrice Hadjadj, 28 agosto 2010, Meeting di Rimini

Non hai voluto riconoscere la ferita della bellezza.


Ecco, ad esempio tu incontri Beatrice, oppure Aspasia. (..)

Ed è in questo momento che la volontà di potenza, il potere, ti sussurra all’orecchio“Questa musica non è che un’illusione prodotta dal tuo testosterone. Prendi un preservativo e vai a letto con Aspasia, offriti una stanza d’albergo e scopati Beatrice. Vedrai che il miraggio si dissiperà.

Ma così facendo tu stupri Beatrice, anche se lei è consenziente, soprattutto se lei è consenziente, tu la stupri, perché tu fai violenza a ciò che avevi intravisto, perché tu sputi sulla musica, perché tu calpesti la danza dell’essere che ti si era manifestata nell’incontro. Infine perché tu non hai voluto riconoscere la ferita della bellezza, quella ferita che non è diminuzione del tuo essere, ma offerta di un essere che è più grande del tuo potere, e che ti innalza umiliandoti, ti divinizza distruggendo il tuo orgoglio.

Fabrice Hadjadj, 28 agosto 2010, Meeting di Rimini

Lo sforzo per soffocare il desiderio.

Bo Bartlett

Satana è la scimmia di Dio, diceva san Gerolamo ed è per questo che il mondo deve farsi più moralizzatore della Chiesa. Anche quando il mondo ti dichiara “Tu devi godere” è ancora a un “Tu devi” perché il suo scopo essenziale dietro questo ordine di godere immediatamente, ciecamente e -diciamocelo- tristemente, l’intenzione che si nasconde dietro questo ordine di godere e di far godere, che è anzitutto un ordine di dominazione e di performance, e non un ordine di incontro e di comunione, l’ordine di tristezza profonda che  si dissimula dietro questo ordine superficiale, come per un maiale all’ingrasso, è lo sforzo per soffocare il desiderio.

Come fare per resuscitare?

Henri Matisse, Black and Red

Un peso insostenibile incombe su di noi, o meglio un’insostenibile leggerezza incombe su di noi: come fare per resuscitare, come fare perché il nostro incontro sia una rinascita? Può darsi che la domanda sia mal posta, forse non si tratta di fare a partire dal mio progetto, dal mio discorso, un discorso brillante, un discorso che seduce la platea, non ci sarebbe veramente nessun incontro, nessun avvenimento, tutto sarebbe l’effetto di un programma e perderebbe la freschezza zampillante di una nascita. Come fare perché non sia soltanto un fare? Come disporsi all’incontro? Come permettere all’incontro di accadere in modo tale da essere pronti a lasciarsi trasformare da ciò che capita?

Come essere cambiato dall’altro in modo tale che il cambiamento non sia un’alienazione, ma un compimento, una resurrezione?

Fabrice Hadjadj, 28 agosto 2010, Meeting di Rimini

Una corrispondenza alla vita secondo la totalità delle sue dimensioni.

Giorgio Morandi, Paesaggio (1942)

Solo un cristianesimo che si presenta secondo la sua vera natura, cioè quella di “fatto storico” che si documenta in una diversità umana, può essere in grado di dare un vero contributo a questa situazione problematica.

E allora, «dove si può ritrovare […] la persona?» si domandava don Giussani. «Quella che sto per dare non è una risposta alla situazione in cui versiamo […]; è una regola, una legge universale da quando l’uomo c’è: la persona ritrova se stessa in un incontro vivo, vale a dire in una presenza in cui si imbatte e che sprigiona un’attrattiva, […] vale a dire provoca al fatto che il cuore nostro, con quello di cui è costituito, con le esigenze che lo costituiscono, c’è, esiste». È una presenza che muove, che produce uno sconvolgimento carico di ragionevolezza, una sommossa del nostro cuore. Quella presenza fa ritrovare l’originalità della propria vita, cioè «una corrispondenza alla vita secondo la totalità delle sue dimensioni. Insomma, la persona si ritrova quando si fa largo in essa una presenza – questa è la prima evidenza – che corrisponde alla natura della vita, e così l’uomo non è più nella solitudine ».

Julián Carrón, Milano 18 marzo 2010

Nell’incontro c’è sempre Altro e Altro resta Altro, inassimilabile.

Le parole illuminano le cose anche quando le oscurano, dalle parole occorre partire.
‘Omosexualität’ è un neologismo coniato dallo scrittore Karl-Maria Kertbeny nella seconda metà dell’Ottocento per designare la natura degli uomini che desiderano e talvolta amano altri uomini. Un termine ottenuto assemblando il greco “omos”, “omoios”, “simile”, “eguale”, “stesso”, con il germanico sexualität. Sexualitas è maccheronico e non esiste in latino, che si ferma a sexualis, e siamo già nel tardo impero. Prima c’è “sexus”, molto prima. Forza oscura e luminosa, la sessualità è ben altro e ben oltre il sesso, l’erotismo, il sessuale.
“Omosessualità”, una parola dal suono ombroso e lumacoso e dalla scandalosa storia che odora di patologia e di patibolo. Ma soprattutto omosessualità è una parola, e una pratica, impossibile, come impossibile è il matrimonio tra l’acqua e il fuoco. Differendo dalla genitalità e consistendo nella propria e singolare avventura in cui ciascuno si trova a pensare, parlare e fare, mai la sessualità potrà essere omos, mai sarà la stessa per due individui.

Scandalosa non è l’omosessualità; il vero scandalo, la vera audacia, è di ammettere finalmente, dopo un secolo e mezzo di pasticci, che l’omosessualità non esiste, non può esistere, poiché ciascun umano vive in una sua particolarità, ciascun uomo ama a suo modo; solo lo stupro è di gruppo. Gay, travestiti, machi, lesbiche, eremiti, fidanzatini… tutti siamo eterosessuali poiché nell’incontro c’è sempre Altro, e Altro resta Altro, inassimilabile; una passione per lo sconosciuto, una forza che ci spinge verso quell’ignoto che ispira ogni tipo di amore.

 

Umberto Silva, Il Foglio 31 ottobre 2009