Io appartengo all’essere e non lo so dire.

Io appartengo all’essere e non lo so dire.

 

Copyright by Hans Pollner

Copyright by Hans Pollner

Io sono spaccata, io sono nel passato prossimo, io sono sempre cinque minuti fa, il mio dire è fallimentare, io non sono mai tutta, mai tutta, io appartengo all’essere e non lo so dire, non lo so dire,

io appartengo e non lo so dire io sono senza aggettivi, io sono senza predicati, io indebolisco la sintassi, io consumo le parole, io non ho parole pregnanti, io non ho parole cangianti, io non ho parole mutevoli, non ho parole perturbanti,

io non ho abbastanza parole, le parole mi si consumano, io non ho parole che svelino, io non ho parole che puliscano, io non ho parole che riposino, io non ho mai parole abbastanza, mai abbastanza parole, mai abbastanza parole

ho solo parole correnti, ho solo parole di serie, ho solo parole fallimentari, ho solo parole deludenti, ho solo parole che mi deludono, le mie parole mi deludono, sempre mi deludono, sempre mi deludono, sempre mi mancano io non sono mai tutta, mai tutta, io appartengo all’essere e non lo so dire, non lo so dire, io appartengo e non lo so dire, non lo so dire, io appartengo all’essere, all’essere e non lo so dire.
Mariangela Gualtieri
(da Fuoco centrale e altre poesie per il teatro, Einaudi, 2003)

Thanks to R.L.

Annunci

Ciò che definisce l’identità è l’appartenenza.

Ciò che ci deve muovere è quel presentimento di felicità che è la letizia del vivere. Allora il cerchio rosso dell’Icaro di Matisse cosa significa e simboleggia? È per quel cuore che l’uomo, la figura dell’uomo si libra negli spazi e il tempo e lo spazio non sono solo tomba, ma anche spunto per uno slancio. Quel cuore simboleggia che la figura di Icaro è legata, aspira, cioè dipende da qualcosa d’altro, dipende. Dipende da qualcosa d’altro. Se non ci fosse qualcosa d’altro, anche evanescentissimo, quella figura cadrebbe su se stessa, cadrebbe giù, si spiaccicherebbe, come, infatti, è il destino di questa fiaba nella mentalità pagana. Nella mentalità pagana, cioè nella mentalità mondana, l’Icaro è destinato a distruggersi a terra, perché il cuore non tiene, cioè le ali non tengono. Invece quel cuore è il simbolo del rapporto con qualcosa.
Una foglia lontana dal proprio ramo non è più una foglia. Che sia ancora foglia è la sopravvivenza di un’apparenza, perché incomincia a marcire! Allora vuole dire che per essere foglia deve essere legata al ramo, come il ramo al tronco; vale a dire, bisogna che appartenga! Questo è l’Icaro di Matisse, esile fin quanto volete, ma ha la percezione di appartenere a qualcosa d’altro.
Ciò che definisce l’identità, la forza e la letizia di un soggetto – o di una realtà – è la sua appartenenza, è ciò cui appartiene.
L. Giussani, L’io rinasce in un incontro, Bur.

Politically correct 2: come essere certi di smarrire l’identità

Bandiera Italiana

Il Corriere della Sera on line di oggi dà notizia del licenziamento di una dirigente scolastica della provincia di Padova che l’anno scorso non avrebbe proceduto alla cerimonia dell’alzabandiera per “non offendere (sic) la sensibilità dei bambini stranieri”. Il licenziamento di Maria Grazia Bollettin, viene spiegato, è tuttavia avvenuto per ragioni gestionali, mentre l’episodio della bandiera viene definito marginale.

La Patria, ha detto Giulio Tremonti nel suo intervento al Meeting di Rimini, è la terra dove riposano le ossa dei nostri padri. Se dopo i crocefissi neppure le bandiere vanno bene, dobbiamo seppellire altrove i nostri padri per rispetto delle identità altrui?

Impressioni di settembre

Quante gocce di rugiada intorno a me
cerco il sole, ma non c’è.
Dorme ancora la campagna, forse no,
è sveglia, mi guarda, non so.
Già l’odor di terra, odor di grano
sale adagio verso me,
e la vita nel mio petto batte piano,
respiro la nebbia, penso a te.
Quanto verde tutto intorno, e ancor più in là
sembra quasi un mare d’erba,
e leggero il mio pensiero vola e va
ho quasi paura che si perda…
Un cavallo tende il collo verso il prato
resta fermo come me.
Faccio un passo, lui mi vede, è già fuggito
respiro la nebbia, penso a te.
No, cosa sono adesso non lo so,
sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso.
No, cosa sono adesso non lo so,
sono solo, solo il suono del mio passo.
e intanto il sole tra la nebbia filtra già
il giorno come sempre sarà.

Premiata Forneria Marconi

Politically correct: come censurare l’identità in nome del multikulti.

Hans Christian Andersen

Hans Christian Andersen

Claudio Magris, in un articolo sul Corriere Cultura di domenica 30 agosto, dà notizia di quanto avvenuto in Danimarca, circa una favola di Andersen, epurata dal “(..) finale cristiano o comunque degli elementi cristiani, per non offendere i fedeli di altre chiese. Nella sua timorata stupidaggine, questa è una tappa decisiva nella storia universale della censura”. Così Magris: che riesce a vedere, nonostante tutto, nella notizia del buono poichè, se l’iniziativa danese di diffondesse, molti altri testi, compresi Dante e Omero, andrebbero emendati, dando lavoro a schiere di letterati disoccupati. Ora, a prescindere dal fatto che, se fossi letterato, mi chiederei se la collaborazione ad un simile scenario orwelliano varrebbe la pena del lavoro, a me sembra che il problema non sia appena di censura, ma di censura dell’identità.

E, chiamando le cose con il loro nome, di identità cristiana.

Ciò di cui dà notizia Magris è preoccupante, come lo è la situazione dell’Olanda, dove l’assassinio di Theo Van Gogh rischia di essere dimenticato e dove si mandano in esilio coloro che hanno il coraggio di denunciare l’islamizzazione. Sempre per chiamare le cose con il loro nome.

L’illusione del multikulti, la cui applicazione in Olanda ha fatto sì che Rotterdam divenisse, de facto, una città araba e che, nella capitale inglese, si possa parlare ormai apertamente di Londonistan, con i cristiani timorosi e ghettizzati, con le corti islamiche sempre più alle prese con l’applicazione della sharia, parte da un’impostazione sbagliata alla radice. Ovvero che, per dialogare, si debba rinunciare alla propria identità, mentre solo chi è consapevole della propria identità è in grado di valorizzare quelle altrui, dialogando con esse a partire da un’ipotesi.

In Italia non siamo arrivati ancora a questo punto, e mi auguro che mai ci arriveremo. Ma ricordo bene quanto accadeva negli asili della meravigliosa Reggio Emilia, patria del comunismo realizzato in salsa emiliana, dove da molti anni la festa della  Nascita di Nostro Signore Gesù Cristo viene presentata, naturalmente per non offendere nessuno, come la festa di Babbo Gelo. Forse si dovrebbe riproporre l’idea, mi pare avanzata da Giuliano Ferrara qualche tempo fa, di evitare di offendere i seguaci di altri culti, per esempio obbligandoli a lavorare nel giorno di Natale, a Pasqua, per l’Epifania.