L’ideale è più della vita (Buon 2012).

L’ideale è più della vita (Buon 2012).

Così, la nostra coscienza scatta, la nostra vita scatta quando il primo dato, cioè il primo oggetto che ci interessa, è ciò che abbiamo incontrato. Ciò che abbiamo incontrato è il contenuto della fede: una compagnia, il cui significato, la cui consistenza è una cosa più grande di chi la compone, cioè Cristo. Fare credito, dunque, a questa compagnia; fare credito, credere se alicui, abbiamo studiato nella grammatica latina, «affidarci a», «darci a», cioè «appartenere», questo è ciò che ci definisce: siamo definiti da una appartenenza, l’appartenenza a Cristo,
che è astratta idea se non è dentro la modalità storica in cui l’abbiamo incontrato. La modalità storica fa ridere, ma senza di essa non Gli apparteniamo.
È una compagnia tra noi, quindi, «non come riparo dai colpi», come è stato detto stamattina argutamente, non quando paga, è stato detto altrettanto argutamente, ma come sostegno della mia posizione personale, come richiamo, alimento e correzione della mia posizione personale, cioè della mia fede, del mio riconoscere Cristo. Questa è, perciò, forse, la formula che dobbiamo perseguire
in questo primo pezzo di cammino che dobbiamo svolgere dopo questi mesi nuovi: «La vita non è più dell’ideale, la vita non può essere più dell’ideale, ma l’ideale è più della vita», secondo quanto è stato detto stamattina.
La vita è più dell’ideale quando le circostanze,tante circostanze, quelle che magari più premono individualmente, si sottraggono al giudizio e alla carica, all’attacco, dell’ideale: rifiutiamo il problema, la lotta e il problema; allora la vita diventa più dell’ideale e l’ideale si raccoglie in un angolo, come una nicchia a cui anche tributiamo incenso in certi momenti. Ma è l’ideale più della vita: «La tua grazia vale più della vita», come dice un Salmo che abbiamo ripetuto tante volte. Cioè: «La Tua presenza vale più della vita».
Arrivederci, auguri!

Luigi Giussani, Certi di alcune grandi cose (1979-1981), BUR 2007

L’inanità idealistica.

L’inanità idealistica.

Fortunato Depero, Marinetti temporale patriottico

Allora apertamente un ideale, almeno come «Patria», c’era; adesso invece un ideale per la vita è come scomparso da tutti. Tant’è vero che in noi, con tutto quello che abbiamo, quanto tempo occorre perché l’ideale vero della vita faccia sentire la sua linea di presenza! Non lo possiamo capire perché è un po’ oscurata questa difficoltà dalla tradizione pietistica; abbiamo una tradizione pietistica alle spalle per cui tutti confondono la fede con un sentimento, la religione con una tradizione, per cui c’è un certo rispetto anche se le si sputa addosso.
«Tu sol pensando, o ideai, sei vero», Mazzini di Carducci,  la sapete? È una delle poesie belle di Giosuè Carducci; descrive Genova come un monumento marmoreo – allora era più piccola, più decente – sulle rocce della Liguria, e
finisce con la figura di Mazzini con la faccia appoggiata al palmo della mano: «Tu sol pensando, o ideai, sei vero» che è letteralmente giusta, nonostante l’origine, il significato e quindi l’inanità idealistica.
Per l’ideale della Patria pensate quanti – centinaia, milioni – han dato la vita. Io mi ricordo che ho visto in un libro di fotografie della guerra ’15-’18 una collina vicino al Pasubio, coperta di soldati – intatti sembravano – caduti in avanti per una nube di gas, morti improvvisamente, forse mille, in un attacco, per una nuvola di gas estremamente tossico. Io guardavo quella figura e dicevo: «Ma per che cosa han dato la vita?». La ragione di chi guardava era distrutta.

Luigi Giussani, “Tu” o dell’amicizia.

Un po’ come si tace una speranza ineffabile.

Un po’ come si tace una speranza ineffabile.


«E tutto cospira a tacere di noi, un po’ come si tace / un’onta, forse, un po’ come si tace una speranza ineffabile».

Alla radice di quella insicurezza e di quella paura ansiosa, che ci fa fare tanta resistenza a riconoscere l’annuncio più evidente che esista nella storia dell’uomo, per lo sguardo dell’uomo, alla radice di quella inconsistenza sta questa vergogna di sé: «E tutto cospira a tacere di noi, un po’ come si tace / un’onta
[questa vergogna di noi], forse, un po’ come si tace R.M. Rilke, «Seconda Elegia», in Elegie duinesi, Einaudi, Torino 1978.

Luigi Giussani, Uomini senza patria (1982-1983)