Ipocriti

Santorotravaglio

Ora sono costretti a pregiudicare anche la loro filosofia relativista del sesso, del desiderio, del piacere che non conosce disciplina moralistica, sostanza etica: ora non si può nemmeno fare l’amore in pace con un trans, bacchettoni sessuofobici che non siete altro.

Giuliano Ferrara, Il Foglio

Il vero e rischioso esercizio dell’autorità.

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La scuola pubblica e i principi educativi correnti irrigidiscono fino a cancellarli, al di là di ogni ragionevole dubbio, il rapporto autoritativo e la maieutica dell’insegnamento.

Il nostro modello educativo sottrae nel massimo grado possibile ogni forma di energia, di eros, di vero e rischioso esercizio dell’autorità, all’insegnamento, a quello che Strauss definiva l’allevamento dei cuccioli della nostra specie, che in nome di principi giudeo-cristiani, greci, romani ed umanistici dovrebbero ricevere e dare qualcosa di decisivo, appunto nel rischio dell’amore e della filìa, dell’amicizia, nell’incontro delle generazioni in vista della conoscenza, del sapere e della formazione politica.
L’unica istituzione che lo conservi almeno in parte, questo principio, è la chiesa cattolica; e infatti il suo clero, nell’America protestante e postmoderna,è martirizzato, al di là dei casi accertati e sanzionabili, dalle furiose campagne di denuncia e dalle corrispondenti richieste di risarcimento che irrigidiscono ulteriormente, fino alla completa criminalizzazione del modello seminariale monosessuale,
l’ultimo scampolo di una educazione occidentale tramandataci attraverso il medioevo dall’età classica poi cristianizzata.

Giuliano Ferrara

Morire facendo le valigie

Collassare in albergo senza saperlo: sicuri che sia il meglio?

Morire sì, non essere aggredito dalla morte: così il poeta Vincenzo Cardarelli in altri tempi. Ma siete proprio così sicuri che il meglio dell’esistenza umana stia in una morte improvvisa, inaspettata, rapida come un fulmine e possibilmente inconsapevole? Siete sicuri che sia meglio morire senza saperlo, facendo le valigie in un albergo, come è capitato a Mike Bongiorno? E’ un pensiero quasi automatico, che afferra persone di insospettabile intelligenza e sensibilità, quello della morte senza significato, la morte che cancella la vita senza che la vita se ne renda conto. E’ un pensiero che non ammette repliche, nei casi più rozzi, perché riflettere sulla morte, tenerla presente in una giusta e delicata misura per vivere meglio, saperla abbordare con tutta la forza della vita e con tutta l’ironia possibile dell’intelligenza, questo è giudicato bigotto invece che saggio, se non come l’intollerabile augurio di una fine lenta e dolorosa.

In queste cose ciascuno fa per sé, e Dio per tutti, come si dice. Ma abbiamo davvero una penosa incapacità di stare, come si sta, tra la vita e la morte, di stare come d’autunno sugli alberi le foglie, se è vero che l’autodeterminazione di Eluana, per bocca paterna, doveva voler dire morte procurata, mentre l’autodeterminazione scandalosa e dolorosa di un carcerato tunisino con tre figli, che si diceva innocente e non ha più mangiato, è stata negata con un trattamento sanitario obbligatorio fuori tempo massimo. E’ che non ne sappiamo più niente, di questa cosa che ci riguarda e nutre la nostra vita, con tutti i suoi significati, perché la vita non ha più statura sacra. Tanto che perderla facendo le valigie, ma per una destinazione sconosciuta e senza il tempo della prefigurazione, è considerato da chi rimane a terra il colmo della felicità.

Giuliano Ferrara, Il Foglio, 10 settembre 2009

In dubio pro reo: noi non siamo migliori di loro.

Un editoriale molto bello di Paolo Franchi sul Corriere di oggi ricorda a tutti che il garantismo, ovvero la presunzione che i latini esprimevano con la frase in dubio pro reo, non può essere esercitato a corrente alternata.

E che, soprattutto, ben poche sono state le voci che lo hanno realmente difeso -Il Foglio di Giuliano Ferrara fra questi- a prescindere dalla vicenda Boffo.

Mette mestizia parlare di queste cose, perchè il moralismo, ovvero le regole distaccate dalla realtà e da un significato più grande, produce la ferocia disumana di queste giornate. Dove, in nome appunto delle regole morali da rispettare, si arriva a distruggere una persona, un uomo.

Don Giussani, quando alla fine degli anni ’70 dovevamo assistere ogni giorno ad omicidi e delitti dei terroristi, ci ricordava, con grande realismo, che “noi non siamo migliori di loro”. Forse varrebbe la pena pensarci più spesso.

Politically correct: come censurare l’identità in nome del multikulti.

Hans Christian Andersen

Hans Christian Andersen

Claudio Magris, in un articolo sul Corriere Cultura di domenica 30 agosto, dà notizia di quanto avvenuto in Danimarca, circa una favola di Andersen, epurata dal “(..) finale cristiano o comunque degli elementi cristiani, per non offendere i fedeli di altre chiese. Nella sua timorata stupidaggine, questa è una tappa decisiva nella storia universale della censura”. Così Magris: che riesce a vedere, nonostante tutto, nella notizia del buono poichè, se l’iniziativa danese di diffondesse, molti altri testi, compresi Dante e Omero, andrebbero emendati, dando lavoro a schiere di letterati disoccupati. Ora, a prescindere dal fatto che, se fossi letterato, mi chiederei se la collaborazione ad un simile scenario orwelliano varrebbe la pena del lavoro, a me sembra che il problema non sia appena di censura, ma di censura dell’identità.

E, chiamando le cose con il loro nome, di identità cristiana.

Ciò di cui dà notizia Magris è preoccupante, come lo è la situazione dell’Olanda, dove l’assassinio di Theo Van Gogh rischia di essere dimenticato e dove si mandano in esilio coloro che hanno il coraggio di denunciare l’islamizzazione. Sempre per chiamare le cose con il loro nome.

L’illusione del multikulti, la cui applicazione in Olanda ha fatto sì che Rotterdam divenisse, de facto, una città araba e che, nella capitale inglese, si possa parlare ormai apertamente di Londonistan, con i cristiani timorosi e ghettizzati, con le corti islamiche sempre più alle prese con l’applicazione della sharia, parte da un’impostazione sbagliata alla radice. Ovvero che, per dialogare, si debba rinunciare alla propria identità, mentre solo chi è consapevole della propria identità è in grado di valorizzare quelle altrui, dialogando con esse a partire da un’ipotesi.

In Italia non siamo arrivati ancora a questo punto, e mi auguro che mai ci arriveremo. Ma ricordo bene quanto accadeva negli asili della meravigliosa Reggio Emilia, patria del comunismo realizzato in salsa emiliana, dove da molti anni la festa della  Nascita di Nostro Signore Gesù Cristo viene presentata, naturalmente per non offendere nessuno, come la festa di Babbo Gelo. Forse si dovrebbe riproporre l’idea, mi pare avanzata da Giuliano Ferrara qualche tempo fa, di evitare di offendere i seguaci di altri culti, per esempio obbligandoli a lavorare nel giorno di Natale, a Pasqua, per l’Epifania.