Il giudizio è paragonare tutto quello che accade con le esigenze elementari.

Il giudizio è paragonare tutto quello che accade con le esigenze elementari.


(..) lei ha dato un giudizio. E così dimostra in maniera solare che il cammino che lei ha fatto – perché è vero quello che dici, che tutto dipende da quello che è successo, ma dobbiamo poterlo verificare – ha ridestato così potentemente il suo io da poter vedere la televisione e non andare dietro a quello che dice la televisione, bensì giudicarlo. Stampatevelo in testa: solo avendo ridestato tutto il mio io sono in grado di giudicare! Che cos’è il giudizio? Paragonare tutto quello che accade con le esigenze elementari. Quanto più è chiara l’evidenza di queste esigenze elementari tanto più sono in grado di giudicare; e non di giudicare su questioni teologiche, ma di giudicare proprio la situazione politica, cioè quello
che sento dire alla televisione.
Julián Carrón, Tracce n.3, Marzo 2011

Giudicare è un bisogno!

Giudicare è un bisogno!


(…) tante volte la difficoltà che abbiamo nel giudizio è la stessa: noi il giudizio lo pensiamo come qualcosa di aggiunto, di appiccicato al reale (e allora dire che occorre giudicare è qualcosa per gente che si complica la vita). E se uno esce di qui con questa convinzione di fondo, anche se impara “che cos’è” il giudizio, non gli serve a niente. Ma se voi avete un amico o una persona cara o la mamma che ha certi segni di una malattia grave e sta cominciando a fare gli accertamenti per verificare che cosa ha, vi urge il giudizio o no? O pensate che questa è una cosa appiccicata? Che l’importante è andare avanti e che si può passare sopra al
giudizio? Quando la vita urge il giudizio è un bisogno, è un’urgenza: ho bisogno di sapere se la mamma ha il tumore o no! Giudicare è un bisogno!

Julián Carrón

Non decidiamo nemmeno il numero delle scarpe (2).

Non decidiamo nemmeno il numero delle scarpe (2).

E qual è il criterio di giudizio che abbiamo dentro di noi e che non decidiamo noi, per entrare in tutto e potere fare esperienza, cioè emettere un giudizio su quello che proviamo? Don Giussani l’ha chiamato “esperienza elementare”: l’insieme di esigenze e di evidenze che costituiscono il nostro umano (verità, giustizia, amore, felicità).

ESPERIENZA ELEMENTARE: Insieme di esigenze e evidenze (verità, giustizia, amore, felicità)

Possiamo usare sinteticamente la parola biblica “cuore”, che non è soltanto, come nel linguaggio comune solitamente viene ridotta, il sentimento, ma è questo insieme di ragione e affezione. Proprio quello che don Giussani intende con l’insieme di esigenze e di evidenze.

CUORE Questo criterio, l’esperienza elementare, è oggettivo. E qui ciascuno deve rintracciare nella sua esperienza esempi di questo.

Julián Carrón

Non decidiamo nemmeno il numero delle scarpe.

Non decidiamo nemmeno il numero delle scarpe.

V.Van Gogh, Scarpe

No: il criterio è dentro di noi, ma non lo decidiamo noi! Il criterio di giudizio non lo decidiamo noi. Noi non decidiamo – è l’esempio che ho sempre fatto – neanche il numero delle nostre scarpe.

Il criterio per le scarpe adeguate è dentro di me, ma non lo decido io. Se potessimo deciderlo, figuratevi che risparmio quando ci sono i saldi (ma non ci sarebbero i saldi, proprio perché ognuno adatterebbe il criterio di giudizio)! Ci viene da ridere, ma è così. È così evidente che non lo decidiamo noi, che dobbiamo sottometterci al criterio che troviamo in noi: non c’è un’altra scarpa che quella che mi corrisponde. Perciò il criterio è dentro di me, è nel mio piede, tanto è vero che se mi metto una scarpa che è piccola, il piede grida: «Non è questa!». È un giudizio: «Non è questa». Questo è oggettivo o lo decidiamo noi (alcuni mi hanno detto che lo decidono loro: «Compro le scarpe più economiche che poi magari si adattano». Va benissimo, arriviamo a questa follia, tanta è la confusione!)? Il criterio di giudizio è dentro di noi, ma non lo decidiamo noi, è oggettivo.

Julián Carrón

Senza un criterio, dunque senza un giudizio.

Non c’è solo il silenzio delle vestali della moralità e del rispetto per la donna, nella totale assenza di commenti alla performance romana di Mohammar Gheddafi.

Dev’esserci qualcosa di più, qualcosa che si pensa ma che non si può dire, quella stessa cosa che impedisce che black-block e giovani democratici vadano a sfilare a Ryad per la libertà di culto o a Teheran per la libertà politica –così come, un tempo, si guardavano bene dal manifestare a Mosca-. Dev’essere qualcosa che a che fare, più sottilmente, con una cultura naturaliter poligamica e primitiva del dittatore libico, un uomo che vive in una tenda, nel deserto, spostandosi continuamente. Di questa cultura, nessuno dice nulla, non solo perché giudicarla sarebbe politically uncorrect; ma soprattutto perché giudicare vuol dire paragonare la propria esperienza con un criterio. E le vestali della moralità e del rispetto della donna, quel criterio non ce l’hanno.

L’attenzione è una ferita

Leaving Storslett, Norway 2009

Leaving Storslett, Norway 2009

L’attenzione è l’apertura dell’essere umano a ciò che lo circonda e, nondimeno, a ciò che trova dentro di sè, verso se stesso. E’ una disposizione e una chiamata alla realtà.
L’attenzione è come una ferita sempre aperta e della ferita possiede la passività, l’essere piaga, impronta del reale, lo stare come una cavità vivente conformata per ricevere la realtà e lasciarla passare oltre se stessa: verso la pienezza della coscienza, che è giudizio e ragione, o verso le profondità della memoria, comprese quelle estreme, abissali conche dell’oblio.

Maria Zambrano Per l’amore e per la libertà, Marietti 1820