Sono certo che da qualche parte qualcuno sta pregando.

Sono certo che da qualche parte qualcuno sta pregando.

Fare finta che una diga di 10 metri che cede allo tsunami più devastante che si ricordi o che una centrale nucleare che fa le bizze per le bordate di un terremoto che colpisce a botte di 8 gradi Richter nel paese più tecnologicamente avanzato del pianeta siano eventi da ricondurre, immancabilmente, alla colpa o alle scelte di qualcuno piuttosto che all’insopportabile soggezione a limiti esterni alla propria autonomia: se questo è un modo per scaricare il senso di impotenza e di limitatezza dell’uomo di fronte agli eventi che non può controllare, non pare affatto consolatorio. Almeno non più di quanto non lo sia la illusione di governare la natura quando, per esempio, piuttosto che arrendersi all’ineluttabilità della morte, se se ne rivendica il dominio con ciò che viene definito eutanasia. In ogni caso, invece, proprio quando sembra che niente si possa fare (shikataganai?) sono certo che da qualche parte, qualcuno, stia pregando.

Gaetano Tursi, Portici (Na), Il Foglio, Hyde Park Corner, 15 marzo 2011

Shikataganai (non ci si può fare nulla).

Shikataganai (non ci si può fare nulla).

E se non è la sola terra a misurarsi tanto spesso con il volto meno benevolo della natura, l’arcipelago nipponico è probabilmente quello che ne ha realizzata la più profonda trascrizione all’interno del proprio sistema culturale.
Nell’individuo e nella società giapponese vivono fianco a fianco un partecipe culto della natura e un freddo fenomenismo naturalistico. Com’è noto, ogni manifestazione della cultura nipponica presenta, anche in epoca postmoderna, incessanti rimandi alla realtà naturale, e in particolare alla vicenda delle stagioni, cioè al divenire della natura. L’atteggiamento con cui la mente giapponese si relaziona a tale divenire è improntato a un operoso fatalismo; in un orizzonte concettuale privo di particolari sporgenze metafisiche, essa si muove su un doppio binario: da un lato un pragmatismo a forte connotazione sociale, dall’altro una sommessa rassegnazione al corso degli eventi naturali. Così accanto all’intervento operativo, pianificato, meticoloso e disciplinato e rivolto pressoché esclusivamente al ripristino dei meccanismi produttivi, ha luogo un processo di razionalizzazione dell’ineluttabile, che immancabilmente approda al capolinea dello “shikataganai”, “non ci si può fare nulla”, la frase/pensiero con cui ogni giapponese riesce a disarmare qualsiasi situazione di scacco.
Il Foglio, 12 marzo 2011.