Uno capisce perché si rende conto lui, nel fondo del cuore.

Uno capisce perché si rende conto lui, nel fondo del cuore. E poi (..)
sottolinea: «Uno vorrebbe far capire subito, […] vorrebbe che l’altro non facesse le fatiche che deve
fare», come il padre e la madre che guardando il figlio piccolo vorrebbero che facesse la strada
senza fatica. Guardate che non dobbiamo passare sopra queste cose, perché è quello che pensiamo
noi, per noi e per gli altri, lo abbiamo visto queste ultime volte. Perché «vorrebbe che non dovesse
fare tutti i passaggi che hanno fatto loro, gli rincresce che debba farli», ma diventerà loro, dei figli,
soltanto se fanno questo percorso; perché quello che hanno imparato i genitori diventi dei figli,
occorre che questi ultimi facciano le stesse identiche esperienze, perché non è un meccanismo.
«Invece, uno fa quello che può […], magari quello che Dio gli permette, considerando la
disponibilità della sua libertà [e della libertà dell’altro, perché ci possiamo scontrare con l’altro che
dice di no]».

Julian Carròn, Scuola di Comunità del 17 novembre 2010

Il padre dov’è? Si è dileguato da tempo.

E così è: il maschietto italiano è tanto consapevole della sua inattitudine a uscire dall’oikos e fondare una famiglia in età sana che se ne fa vanto. Ma insomma, mettetevi un po’ nei panni di stellín: se a casa hai chi ti fa il letto e rimbocca le coperte pure alla fidanzatina, chi ti prepara la cena e ti lascia il pranzo nel forno, chi ti paga le bollette e ti passa la paghetta extra se quella ordinaria l’hai dilapidata anzitempo, chi ti mette le mutande in lavatrice e te le stira, se hai gratis un albergo a cinque stelle altrimenti definibile come un sistema personalizzato di welfare fondato su mammà (e il padre dov’è? Si sa, si è dileguato
da tempo), un dono unilaterale che il ventre infinito e tellurico della Grande Madre, dell’ape regina, concede all’oggetto delle sue coccole.
Cosicché, se a scuola marca male è responsabilità degli insegnanti che non capiscono, se il primo stipendio non arriva, è colpa della società che non capisce quant’è intelligente e creativo il ragazzo, e quando arriva è meglio spenderselo il sabato piuttosto che nell’affitto del primo appartamentino di periferia. Per cui, se a diciott’anni vuoi andar via, in te c’è qualcosa che non va, un’infezione di ribellismo di cui parlare con lo psicanalista.

Angelo Mellone, Il Foglio, 31 dicembre 2009

La decadenza di un popolo.

La decadenza di un popolo si misura anche dal momento in cui i figli cominciano a chiamare i genitori per nome, e quelli sono entusiasti della novità perché possono giocare a fare i migliori amici piuttosto che caricarsi sulle spalle il duro fardello della paideia. Figli smidollati e genitori sull’orlo eterno della crisi di nervi, e il Sessantotto c’entra poco, è piuttosto questione di pigrizia e cattivi modelli mediatizzati.
Ricordiamo tutti quel terribile programma televisivo – la verità si nasconde anche nel trash più fragoroso – giocato sul rapporto tra le nubende e le madri del promesso sposo che si trasformavano subito nelle migliori nemiche della futura nuora, non per cattiveria ma per quel devastante
istinto possessivo che ti fa dire: tu non cucinerai mai le polpette al sugo per il figlio mio come le cucino io. E quindi, più tempo resta a mangiar polpette a casa mia, che è anche casa sua, più sarà felice, stellín. L’uomo è ucciso in fasce.

Angelo Mellone, Il Foglio 31 dicembre 2009

Stabat Mater Dolorosa.

Suttree non sentì una parola finché non fu pronunciato il suo nome.

Allora tutto divenne molto chiaro. Si voltò ed appoggiò la testa al tronco dell’albero, soffocato da un dolore che non aveva mai provato.

Quando tutto fu detto qualcuno fece un passo avanti e depose un fiore e le cinghie iniziarono a scendere, la cassa e il bambino inabissarsi nella tomba. Un gruppo di estranei che affidavano il figlio di Suttree alla terra. La madre lanciò un grido e crollò al suolo e fu rialzata e aiutata a ritirarsi piangente.

Stabat Mater Dolorosa

Ci vediamo

Praga_cimiteroebraico

Scheggia di novembre.

Nel cimitero della mia città  a Budapest, all’ombra di un castagno gigante, c’è una piccola tomba. Non è una di quelle importanti di marmo pregiato e costoso, né di quelle piene di fiori freschi, dalla terra sempre innaffiata  e senza erbacce, testimonianza di cure amorevoli di parenti nei confronti dei propri cari che non ci sono più.

E’ di pietra grezza corrosa dal tempo, trascurata, sopra qualche vecchia bottiglia prosciugata con dei fiori appassiti dentro. Nessun nome e cognome, niente date, fotografie o statuette. C’è una sola parola scolpita in quella pietra: talàlkozunk. In italiano vuol dire: ci vediamo. Quando vado a visitare la tomba dei miei genitori, prima mi fermo per qualche attimo lì davanti a riflettere un po’. Riuscire a pensare o a vivere l’evento drammatico della morte come un arrivederci, è certamente un atto di fede nella Risurrezione dei  morti.

Cristina Preiner , Vietri sul Mare (da Il Foglio del 6 novembre)

Educazione borghese

Sembra che ogni nuova generazione di giovani sia sempre più suscettibile e sempre più pusillanime e ogni nuova generazione di genitori sempre più disposta a proteggerla e a incoraggiare questa pusillanimità, in un crescendo senza fine. (..)

Questi adolescenti pusillanimi e dispotici non provengono in genere da famiglie emarginate o povere (sebbene, come in ogni cosa, esistano delle eccezioni) ma dalle classi medie e benestanti.

Javier Marìas, NYT e Corriere della Sera