Un concetto di sé diverso (Una continua utilità all’inutile).

Un concetto di sé diverso (Una continua utilità all’inutile).

Leggendo Thackeray dobbiamo studiare la vanità come potenza sociale, che sposta chi la sperimenta in un concetto di sé diverso e perciò sovvertitore, che induce movimento. ma alla fine inconsistente, fedele alla natura immaginaria, da cui è originato. Un vuoto che non si sopporta e che si finge pieno, ma ritorna vuoto. E non è questo lo stato dell’anima al quale si affida l’inesausta crescita del capitalismo e, inoltre, la sua natura finta, fittizia, sognata smaniando di fronte alle vetrine nell’Ottocento o adesso ipnotizzati davanti al vetro di una tv o di un computer? E non è questo vuoto che alla fine scredita il capitalismo? All’inizio e alla fine di ogni smania per quanto è più materiale e corporeo c’è l’opposto: il vuoto ovvero quanto è incorporeo, ovvero quanto è inconsistente e inutile, privo di peso e, quindi, di valore. Questa è l’irriducibile contraddizione del capitalismo: una continua utilità all’inutile.

Geminello Alvi, Il capitalismo. Verso l’ideale cinese, Marsilio

Qualsiasi cosa voglia, è disposto a pagarla con l’anima.

Qualsiasi cosa voglia, è disposto a pagarla con l’anima.

In Social and Cultural Dynamics (di Sorokin: NdA) la libertà individuale viene posta uguale a un rapporto: quello tra la somma al numeratore dei mezzi disponibili per la gratificazione dei desiderie la somma dei desideri al denominatore. L’equazione serviva a Sorokin per definire e distinguere società ideazionali, plasmate dalla minimizzazione dei desideri, da quelle sensiste, ossesse come il capitalismo dalla massimizzazione dei mezzi. (…) Ci sarebbe una frase ancora più breve e potente per capire la libertà umana. ma richiederebbe di tornare di molto indietro, a un breve frammento di Eraclito:”Qualsiasi cosa voglia è disposto a pagarla con l’anima”.

Geminello Alvi,  Il capitalismo. Verso l’ideale cinese, Marsilio

Ma a chiunque dovrebbe rilucere il dubbio che l’io sia di natura abissale.

Ma a chiunque dovrebbe rilucere il dubbio che l’io sia di natura abissale.

E fu allora che avvenne l’episodio più dolente e però rivelatore del nostro argomento. Qegli uomini coraggiosi e di mestieri diversi, tra i quali persino un lottatore, per la maggior parte crollarono, come non avevano fatto nepure negli interrogatori. Così, svestiti di tutto quanto era consueto al loro io; privati persino del loro odore, questi uomini prima straordinari si guardarono. Alcuni piansero, altri scongiurarono le ottuse guardie baltiche di lasciargli almeno il pettine o la foto di una figlia o la penna, in cupa disperazione. Furono costoro, osserva Lusseyran, i primi a morire.”Devo aggiungere che le condizioni di vita a Buchenwald erano molto dure. Ma essere erano per quegli uomini non più dure che per gli altri. Essi erano – come non avrei questo potuto capirlo – morti per difetto di io.” Il loro io, insomma, per possedersi abbisognava delle cose e proprio la privazione di esse li aveva uccisi, abbrutiti fino alla morte. E certo: quello di Lusseyran è esempio estremo, distante dall’odierna esistenza sceneggiata in calcoli televisivi. Ma a chiunque dovrebbe rilucere il dubbio che l’io sia di natura abissale, quindi irriducibile alle cose, e però in allargamento di se stesso, dal vuoto a emanarle tutte.

Geminello Alvi, Il capitalismo. Verso l’ideale cinese Marsilio