Sono un uomo. Sono un marito. Sono un padre. Dirigo un’azienda.

Sono un uomo. Sono un marito. Sono un padre. Dirigo un’azienda.

Di’ a Bill e Melissa di venire a passare un weekend qui con noi- – Oh, sarebbero proprio contenti di venire qui. – Senti, ti piacerebbe, in settembre, andar via di casa? In una scuola preparatoria per l’ultimo biennio? Forse sei stufa di vivere in famiglia e di stare qui con noi. – Sempre lì a fare p-progetti. Sempre a cercare di indovinare la soluzione più ragionevole. – Che altro dovrei fare? Non dovrei fare progetti? Sono un uomo. Sono un marito. Sono un padre. Dirigo un’azienda. – Dirigo un’aaa-aaa-azienda, dunque sono.

Philip Roth, Pastorale americana, Einaudi

La grande impresa domestica centrata sui figli.

La grande impresa domestica centrata sui figli.


La signora Levov era, come mia madre, una massaia ordinata, impeccabilmente cortese, una bella donna piena di riguardo per i sentimenti di tutti, capace di far sì che i suoi figli si sentissero importanti: una delle tante donne di quell’epoca che non sognarono mai di liberarsi dalla grande impresa domestica centrata sui figli.

Philip Roth, Pastorale americana, Einaudi

Uno capisce perché si rende conto lui, nel fondo del cuore.

Uno capisce perché si rende conto lui, nel fondo del cuore. E poi (..)
sottolinea: «Uno vorrebbe far capire subito, […] vorrebbe che l’altro non facesse le fatiche che deve
fare», come il padre e la madre che guardando il figlio piccolo vorrebbero che facesse la strada
senza fatica. Guardate che non dobbiamo passare sopra queste cose, perché è quello che pensiamo
noi, per noi e per gli altri, lo abbiamo visto queste ultime volte. Perché «vorrebbe che non dovesse
fare tutti i passaggi che hanno fatto loro, gli rincresce che debba farli», ma diventerà loro, dei figli,
soltanto se fanno questo percorso; perché quello che hanno imparato i genitori diventi dei figli,
occorre che questi ultimi facciano le stesse identiche esperienze, perché non è un meccanismo.
«Invece, uno fa quello che può […], magari quello che Dio gli permette, considerando la
disponibilità della sua libertà [e della libertà dell’altro, perché ci possiamo scontrare con l’altro che
dice di no]».

Julian Carròn, Scuola di Comunità del 17 novembre 2010

L’educazione è aiutare l’uomo a camminare verso il suo destino.

L.Le Nain, Famiglia di contadini, 1640

L’immagine solita (della famiglia) è fallace, perché – come abbiam detto tante volte – si può mettere bambini al mondo senza coscienza dello scopo della loro esistenza, come le gatte mettono al mondo gattini: non è tanto l’espulsione di un feto, quanto l’educazione di un uomo e l’educazione è aiutare l’uomo a camminare verso il suo destino. Senza questo non esistono paternità e maternità.

Luigi Giussani, “Tu” o dell’amicizia, BUR

Il segno del rapporto con il padre è la ferita che il figlio porta con sè.

Rembrandt, Il figliol prodigo

Il padre è colui che espone il figlio all’esperienza del dolore, ed il suo segno è la ferita.  Egli impone al figlio un sacrificio, lo sottopone alla prova. La natura della prova consiste nel chiedergli di affrontare la fatica delle rinunce necessarie per crescere bene, riuscire, avere buoni rapporti con gli altri ed essere davvero contento di sé.(..)

La ferita inferta dal padre riguarda esattamente questo: costringe il figlio a smettere di pensare la vita in termini infantili, quasi fosse un paradiso terrestre dove tutto è facile, senza fatica, dove nulla è richiesto per poter vivere e per avere un buon rapporto con gli altri.(…)

Il segno del rapporto con il padre è la “ferita” che il figlio porta con sé, nel suo carattere e nella sua concezione della vita, come conseguenza della difficoltà cui è stato sottoposto, che ha accettato e che ha positivamente superato. Il padre chiede al figlio di non fare del proprio “piacere” la misura ultima del bene e del male. (…) Ma perché questo accada è necessario che il figlio attraversi l’esperienza della prova, termine messo al bando da una cultura che ha gettato nel discredito la sensibilità educativa maschile.(..)

Osvaldo Poli

Post di Matteo

Sposandosi si lascia sempre qualcosa.


Il padre di famiglia porta su di sé alcuni pesi, alcune responsabilità. Sposandosi si lascia sempre qualcosa. Perché la vita familiare non va d’accordo con un “po’ di tempo solo per me”, con le “mie cose” e i “miei impegni”, con la carriera a ogni costo, con i viaggi e tante altre cosette che si possono fare quando si è scapoli… Un padre deve donarsi alla sua famiglia e alle sue esigenze. (..) il suo è un servizio, ai bisogni continui e imprevedibili dei figli. Il matrimonio cristiano è quindi anche sacrificio, per qualcosa di più grande; è obbedienza: alle circostanze, a quello che il coniuge o la realtà pongono ogni giorno sul cammino. Il padre di famiglia non può dire “io”, ma “noi”, e le sue decisioni sono, spesso, la semplice presa di coscienza di un dovere da compiere. Che, compiuto, gratifica e dà senso e gioia.

Francesco Agnoli, Il Foglio, 5 agosto 2010

L’amplesso compiuto.

Albrecht, Amplesso cromatico

Il desiderio inconscio della resurrezione rischiara la finalità dell’amplesso.

La propagazione mortale della specie (..) non basta a motivare un essere lucido ad avere figli. Costui ha bisogno dell’immortalità dell’individuo, nella sua anima e nel suo corpo. La resurrezione della carne è dunque sempre presente nel nostro desiderio. Ma c’è dell’altro. San Francesco di Sales lo chiama “Compiere in Cielo il numero degli eletti”. Dio crea senza intermediari tutta la sostanza di ogni angelo. Per quanto riguarda l’uomo, viceversa, egli passa attraverso i suoi amplessi, regge il moccolo, attende pazientemente che i futuri genitori dormano insieme. Affida la creazione della nuova anima alla compenetrazione di due corpi, anche se essa è violenta. E’ una follia, indubbiamente.

Ma egli ama tanto la propria creatura che vuole farla cooperare ai suoi disegni perfino per mezzo delle sue gonadi.

Fabrice Hadjadj, Mistica della carne, Medusa.

Quasi felice.

Il prof.Umberto Veronesi

Veronesi chi? Quello che “bisognerebbe che le persone a 50 o 60 anni sparissero” per lasciare spazio a “piccoli gruppi che si riproducono e si diffondono per clonazione” senza bisogno di entrambi i genitori come ai tempi dell’ “androgino-ermafrodita” originario [sic], ed anzi, preferibilmente che si producano per “autoclonazione” femminile, come nel caso di “una donna bella e intelligente che voglia figli, senza uomini, perché li odia” per concludere che, in questo modo, “il desiderio sessuale cesserebbe di essere uno dei maggiori elementi di competizione” e nessuno “sarebbe più ossessionato dalla ricerca del partner” realizzandosi finalmente una società “quasi felice”? [La libertà della vita, 2007] Questo, Veronesi? Questo, ha detto che “la religione impedisce all’uomo di ragionare”?

Gaetano Tursi, Portici (Na), lettera al Foglio, febbraio 2010.

Il padre dov’è? Si è dileguato da tempo.

E così è: il maschietto italiano è tanto consapevole della sua inattitudine a uscire dall’oikos e fondare una famiglia in età sana che se ne fa vanto. Ma insomma, mettetevi un po’ nei panni di stellín: se a casa hai chi ti fa il letto e rimbocca le coperte pure alla fidanzatina, chi ti prepara la cena e ti lascia il pranzo nel forno, chi ti paga le bollette e ti passa la paghetta extra se quella ordinaria l’hai dilapidata anzitempo, chi ti mette le mutande in lavatrice e te le stira, se hai gratis un albergo a cinque stelle altrimenti definibile come un sistema personalizzato di welfare fondato su mammà (e il padre dov’è? Si sa, si è dileguato
da tempo), un dono unilaterale che il ventre infinito e tellurico della Grande Madre, dell’ape regina, concede all’oggetto delle sue coccole.
Cosicché, se a scuola marca male è responsabilità degli insegnanti che non capiscono, se il primo stipendio non arriva, è colpa della società che non capisce quant’è intelligente e creativo il ragazzo, e quando arriva è meglio spenderselo il sabato piuttosto che nell’affitto del primo appartamentino di periferia. Per cui, se a diciott’anni vuoi andar via, in te c’è qualcosa che non va, un’infezione di ribellismo di cui parlare con lo psicanalista.

Angelo Mellone, Il Foglio, 31 dicembre 2009