Le dico vieni più vicino a me che ci si commuove (Niente più di questo l’amore commuove).

Le dico vieni più vicino a me che ci si commuove (Niente più di questo l’amore commuove).

Niente più di questo l’amor commuove
quando vedo il mio bambino
rovistare per la casa come fa un gattino

E poi la bimba grande che
racconta storie che solo lei ride
faccio finta di ascoltare
e un rimorso poi mi sale

Niente più di questo l’amor commuove
di quello che puoi desiderare

Poi mia moglie vedo tornare
stanca dal lavoro sempre uguale
e allora io ci provo e le dico fuori piove
e noi dividiamo
questo raggio di sole

Guardo se i bambini dormono
e poi spengo la TV
Le dico vieni più vicino a me
che ci si commuove

Corri i bimbi fanno tardi a scola
un bacio babbo torna all’uscita
poi in strada un divino fondoschiena camminare

E niente più di questo l’amor commuove
ma questa è già un’altra canzone.

Bobo Rondelli

Il destino di Giovanni si è compiuto.

Il destino di Giovanni si è compiuto.

Al termine della cerimonia la mamma di Giovanni – Ester Poncato – ha avuto la forza di prendere in mano il microfono per riferire della telefonata avuta il giorno precedente con Julián Carrón, alla guida di Comunione e liberazione dopo don Giussani. «Mi ha detto che la consolazione sostanziale, che non si basa quindi sul sentimento, è quella di sapere che il destino di Giovanni si è compiuto. Carrón mi ha detto: “gli hai voluto bene e adesso gode di un bene più intenso”».

Il falso in bilancio è l’essenza dell’amore (Quel che tu gli dai ti resta a vita).

Il falso in bilancio è l’essenza dell’amore
(Quel che tu gli dai ti resta a vita).

(…) sii serio e fa un bilancio della tua sciocca esistenza. Cosa metti all’attivo?”.

“Te”.

“E al passivo?”.

“Te”.

“Quindi il guadagno è….”,

“Te”.

Il falso in bilancio è l’essenza dell’amore?

Questa è la famosa

doppia contabilità:

quel che un figlio dà

con l’altra mano toglie.

Ma c’è un’altra partita

misteriosa:

quel che tu gli dai

ti resta a vita.

Umberto Silva, La figlia unica, il notes magico

E se le do un pizzicotto?

E se le do un pizzicotto?

Albert Anker,Auf dem ofen

Dorme beata. Niente colpi di tosse, starnuti, lamenti. Un buon letto caldo attende anche me. Non sono più in trincea con i tubicini dell’aerosol innestati, pronto a scattare al segnale dell’attacco. Finalmente posso anch’io abbandonarmi alla voluttà di un sonno pacifico e profondo.

E se le do un pizzicotto?

Umberto Silva, La figlia unica, il notes magico

C’è un affetto, c’è una Presenza che domina la realtà.

C’è un affetto, c’è una Presenza che domina la realtà.

Durante una gita in montagna, c’era un punto molto esposto, la cresta era franata ed era rimasto aperto un buco di poco più di mezzo metro che dava
sul vuoto. Lungo il sentiero c’erano davanti un adulto con due ragazzini; a un certo punto, l’adulto è passato ed è passato anche il primo ragazzino, mentre il
secondo è rimasto bloccato. Inizialmente ho interpretato che fosse per una questione psicologica, un’insicurezza che il primo, magari più spavaldo, non aveva. Ma poi ho scoperto che il primo era il figlio dell’adulto che era passato, mentre l’altro era un amico. E lì mi si è chiarita la questione. Per il secondo la realtà era solo quel buco che dava sul vuoto, era solo «il problema» che doveva superare e non sapeva se ne avrebbe avuto le forze. Perciò era rimasto bloccato. Mentre per il primo la realtà era il buco e il padre, il padre che era lì con lui e che era passato, era già passato, tutte e due le cose insieme. C’è un affetto, c’è una Presenza che domina la realtà: se la ragione non riconosce questa Presenza dentro la realtà, la realtà è ridotta e la ragione è bloccata.

Davide Prosperi, Milano, 1 ottobre 2011

Però, per favore, ancora un pochino.

Però, per favore, ancora un pochino.

Foto di Diane Arbus

Trent0anni fa eravamo pronti a trucidare padri spesso gentili, e talvolta fin amorosi, per asservirci a feroci despoti delle steppe e del fiume Giallo che ci avrebbero impiccati per il furto di una caramella. Non ci ribellavamo alla servitù, ma alla libertà, vogliosi di veri, implacabili padroni. Più audaci, i nostri figli si ergono essi stessi a tiranni.

Sia chiaro: gli aguzzini della nostra vecchiaia non sono meno sanguinari degli eroi di gioventù. Creare il culto del figlio significa venerare un dio punitivo che vorrà fin da subito vendicarsi di quello che gli avremo dato. E sempre più, col passar degli anni, c’infliggerà ogni sorta di tortura e umiliazione, un puma agile e sorridente che non indietreggerà davanti al più feroce scempio. Finché un giorno, piagati e morenti, volgeremo al cielo i poveri occhi consunti mormorando: “Grazie Signore di porre fine a questo strazio. Però, per favore, ancora un pochino”.

Umberto Silva, La figlia unica, il notes magico

La regola dell’economia paterna è una sola: non risparmiarsi mai.

La regola dell’economia paterna è una sola: non risparmiarsi mai.

Tre sono i mestieri che Freud dichiarò impossibili, uno di questi è l’educatore, il secondo è il mestiere di padre. Che David Cameron se ne esca dicendo che i genitori che abbandonano i figli sono come ubriachi al volante, è educativo quanto inane. Chamfort potrebbe rispondergli che l’amore è un rasoio nelle mani di un cieco: certi genitori non mollano i figli per un secondo credendo di raddrizzarli, in realtà li stanno selvaggiamente amputando. La paternità non è una professione ma un’arte. Non dal sapere origina ma dal Dio che sta in ciascuno di noi, e nel mistero la paternità esiste, un mistero cui occorre a ogni istante porgere orecchio, mistero a momenti gaudioso in altri doloroso ma sempre glorioso. Mistero ma anche incessante epifania che ciascun padre ha modo di esperire. Anch’io come tutti avevo letto libri di scienza e di storia e altre notizie m’avevano dato gli amici, la vita, la tivù. Ma ora solo quando mia figlia le dice, vere mi paiono le cose del mondo, quiete e fatali. Cameron e Obama bollano i papà fuggiaschi, ma accusandoli non li si riporterà dai figli. Non è una sciatta questione morale ma la fulgida etica del capitalismo. La regola dell’economia paterna è una sola: non risparmiarsi mai, inoltrandosi senza timore nella tenebrosa doppia contabilità: quel che un figlio dà con l’altra mano toglie. Ma c’è un’altra partita, ancora più misteriosa: quel che tu gli dai ti resta a vita. L’audacia è l’emblema della paternità, sottrarvisi non è solo roba da depravati e da alcolisti, è un calcolo, e come ogni calcolo è misero. L’uomo più sensibile della terra, Rainer Maria Rilke, abbandonò la figlioletta in fasce e duramente pagò con lunghi anni di silenzio; solo in prossimità della morte gli fu restituita l’ispirazione per concludere le “Elegie duinesi”. La figlia ebbe pena di lui e angelicamente tornò nella sua parola. Un figlio non ti lascia mai anche se tu lo lasci, anche se fai di tutto per non pensarlo, se ti ubriachi e uccidi, anche se ti uccidi lui è sempre lì, davanti a te, a dirti: padre, non vedi che brucio? D’amore, innanzitutto, di quella febbre che passi notti e notti a misurargli e a cercare, invano, di spegnere con la tachipirina. E’ la tua febbre, padre! Rischio d’impresa. Mai si pensi che mettere al mondo un figlio significhi mettersi in casa una fonte inesauribile di piacere, una rendita fissa di bacini, una giustificazione al presente e una polizza per il futuro. Mettere al mondo un figlio è mettersi in casa la paura. Il figlio cresce, la paura cresce. Il figlio se ne va, la paura resta. I passi si fanno ogni giorno più incerti e infine anche noi ce ne andiamo. Folate di vento entrano dai vetri rotti. Ma nella ragnatela del tempo, nell’angolo che non si chiude, dove terminava la spalliera del letto e la fronte schiacciando il cuscino cercava di stordirsi, lei, nera con gli occhietti rossi, lei è sempre lì, la paura. Un sentimento assai produttivo che va accolto affinché non divenga viltà; tutto va accolto del figlio, pena finire maledetti come il barone Frankenstein che quando vide la Creatura la giudicò inferiore alla propria aspettativa e ebbe un moto di ribrezzo. Tutto si guastò nella sua troppo nobile esistenza. Le cose che acquistano valore sono quelle di cui ti prendi cura, giorno per giorno. Sono alcuni piccoli gesti decisi e previdenti, direttamente ispirati da Dio, a far punteggio per il paradiso: la tua giacca veloce sul suo capino alla prima goccia di quella pioggia che ancora sta a mezza strada tra il cielo e la terra…

Umberto Silva, Il Foglio, 21 giugno 2011