Le donne hanno più confidenza con il dolore, con la fatica, con i corpi e con l’anima.

Le donne hanno più confidenza con il dolore, con la fatica, con i corpi e con l’anima.

Street photography, dalla rete.

Chi si prende cura di me, mentre io mi prendo cura di tutti, anche delle casse
dello Stato?”. Secondo Marina Terragni, “il ministro Fornero aveva ragione a piangere, sul suo viso ha fatto irruzione qualcosa che non riusciva a sopportare: questo innalzamento dell’età pensionabile, senza alcun riconoscimento del lavoro non contrattualizzato che facciamo, con gioia, con amore, con somma bravura, significa scaricare tutto quello che non va sulle donne, siano esse madri, nonne o figlie. C’è una fiducia cieca e noncurante nella nostra potenza, nella capacità delle nostre spalle di reggere tutto”. Le donne hanno più confidenza con il dolore, con la fatica, con i corpi e con l’anima, ma anche con il buio, con la capacità di restare un passo indietro: vai avanti tu, qui c’è ancora un sacco da fare. E allora dicono: ma no, alzare l’età della pensione significa semplicemente che siete tutti uguali, voialtri, e l’età si allunga (attenzione: anche la necessità di accudimento si allarga, in un paese per vecchi), e vorrete mica andare in pensione a sessant’anni, quando siete splendenti di vita e di forza e di idee
e di capacità di realizzarle? Volete uscire dalla vita attiva (non dite mai uscire
dalla vita attiva a una donna, se non volete un ferro da stiro in faccia, un intero asilo nido addosso, una sedia a rotelle in testa) così presto, come le vostre madri che andavano in pensione anche a trentasei anni?

Annalena Benini, Il Foglio, 8 dicembre 2011

La grande impresa domestica centrata sui figli.

La grande impresa domestica centrata sui figli.


La signora Levov era, come mia madre, una massaia ordinata, impeccabilmente cortese, una bella donna piena di riguardo per i sentimenti di tutti, capace di far sì che i suoi figli si sentissero importanti: una delle tante donne di quell’epoca che non sognarono mai di liberarsi dalla grande impresa domestica centrata sui figli.

Philip Roth, Pastorale americana, Einaudi

L’autostrada non finisce mai.


E’ lunga questa notte/d’avventura/e l’autostrada/non finisce mai,
Penso a tutte le cose/che ho avuto, penso a tutte le cose/che mi dai.
La nebbia adesso/non mi fa paura/e immagino i bambini/ addormentati,
Anche stanotte torno, sta sicura, il giorno ci ritroverà abbracciati.
Penso a tutti gli amici che ho incontrato,
A quelli/ che non ho saputo amare,
A tutte/ le canzoni/ che ho cantato
E a te/ che non ti stanchi/ d’aspettare.
E’ bella la fatica/ del lavoro, la contentezza/ non finisce mai,
Penso a tutte le cose che mi hai dato, penso a tutte le cose/ che mi dai.
I miei passi diventano/pensieri/e i pensieri diventano/Qualcuno,
Diventano Te Padre, grande e buono/ che per amore hai cominciato/il gioco.
Non lasciare che un giorno me ne vada,
Dammi sempre la forza/di lottare:
E’ ancora/molto lunga questa strada
E ho ancora/tanta voglia di cantare..
Claudio Chieffo

La decadenza di un popolo.

La decadenza di un popolo si misura anche dal momento in cui i figli cominciano a chiamare i genitori per nome, e quelli sono entusiasti della novità perché possono giocare a fare i migliori amici piuttosto che caricarsi sulle spalle il duro fardello della paideia. Figli smidollati e genitori sull’orlo eterno della crisi di nervi, e il Sessantotto c’entra poco, è piuttosto questione di pigrizia e cattivi modelli mediatizzati.
Ricordiamo tutti quel terribile programma televisivo – la verità si nasconde anche nel trash più fragoroso – giocato sul rapporto tra le nubende e le madri del promesso sposo che si trasformavano subito nelle migliori nemiche della futura nuora, non per cattiveria ma per quel devastante
istinto possessivo che ti fa dire: tu non cucinerai mai le polpette al sugo per il figlio mio come le cucino io. E quindi, più tempo resta a mangiar polpette a casa mia, che è anche casa sua, più sarà felice, stellín. L’uomo è ucciso in fasce.

Angelo Mellone, Il Foglio 31 dicembre 2009

Famiglie indistruttibili.

(..) Era un figlio fragile che non riusciva a uscire dallo schifo della droga, è una famiglia forte con padre, madre e sorella maggiore che si abbracciano e non danno colpe, non gridano la rabbia, ma fanno domande e aspettano, si dissociano dai violenti che tirano le bottiglie e urlano bestialità, offrono perfino solidarietà alla polizia, chiedono a tutti “di mantenere il nostro stesso contegno”. Contegno eroico, gentile, commovente: la sorella di Stefano, intervistata all’Era Glaciale, splendeva di dolore e di dignità, ha spiegato a testa alta che la cosa più terribile è pensare che suo fratello si sia
sentito abbandonato mentre moriva, abbandonato da loro che lo amavano.

“Ha sofferto molto, ed era solo”. E’ vero, è questo il peggio del peggio: non avere l’abbraccio della propria famiglia, anche dopo tutte le bugie, anche quando c’è un chilo di droga nascosto dentro un armadio, e il bilancino e qualcos’altro per preparare le dosi. Lui non voleva che loro lo sapessero. Loro l’hanno saputo perché sono andati a casa a piegargli i vestiti, a chiudere le finestre e a piangerlo ancora.

“Non avevo mai visto della droga, se non nei film”, ha detto il padre. “Non ci eravamo accorti che ci era ricaduto”. Sono morti una seconda volta, ma hanno denunciato il ritrovamento di quel chilo di veleno e l’avrebbero fatto “anche se mio figlio fosse ancora vivo”. Una famiglia d’acciaio che stava cercando di salvare la vita al proprio ragazzo tenendolo stretto nell’acciaio dell’amore. “Mio fratello non era né un eroe né un modello”, ha detto Ilaria Cucchi. Era suo fratello, è il mondo che crolla e non si sa come ci si potrà mai più rialzare, parlare, sorridere. Lei sorrideva mentre raccontava di quanto era buono Stefano che da bambino voleva proteggerla anche se aveva quattro anni di meno, lei non abbassava lo sguardo quando descriveva il corpo sul tavolo dell’obitorio. “Un dolore indicibile”, ma basta guardare i loro occhi per sentirlo addosso.

Quel ragazzo è morto e la sua famiglia è diventata il simbolo di tutte le famiglie indistruttibili, impossibili da annientare.

Annalena Benini, Il Foglio, 18 novembre 2009

L’educazione è un’alleanza fra generazioni

Famiglia

L’educazione è la continuazione “di quell’agire con cui i genitori per primi rendono ragione al figlio della promessa che essi gli hanno fatto mettendolo al mondo”.
Di qui il rapporto indissolubile tra generazione ed educazione.

L’educazione è “un esercizio di umanità” che mette in gioco molti attori – il soggetto, la famiglia, la scuola, l’insegnante – ed è quindi un’alleanza tra generazioni.

Giorgio Israel, Il Foglio, 13 ottobre 2009

Nessuno impegna la propria vita

Tuttavia, mentre la Chiesa paragona la vita umana con la vita della Santissima Trinità – prima unità di vita nella pluralità delle persone – e non si stanca di insegnare che la famiglia ha il proprio fondamento nel matrimonio e nel piano di Dio, la coscienza diffusa nel mondo secolarizzato vive nell’incertezza più profonda e tale riguardo, soprattutto da quando le società occidentali hanno legalizzato il divorzio. L’unico fondamento riconosciuto sembra essere il sentimento, o la soggettività individuale, che si esprime nella volontà di convivere. In questa situazione, diminuisce il numero dei matrimoni, poiché nessuno impegna la propria vita con una premessa tanto fragile e incostante, crescono le unioni di fatto e aumentano i divorzi. In questa fragilità si consuma il dramma di tanti bambini privati del sostegno dei genitori, vittime del malessere e dell’abbandono, e si diffonde il disordine sociale.
La Chiesa non può restare indifferente di fronte alla separazione dei coniugi e al divorzio, di fronte alla rovina delle famiglie e alle conseguenze che il divorzio provoca sui figli. Questi, per essere istruiti ed educati, hanno bisogno di punti di riferimento estremamente precisi e concreti, vale a dire di genitori determinati e certi che, in modo diverso, concorrono alla loro educazione. Ora è questo principio che la pratica del divorzio sta minando e compromettendo con la cosiddetta famiglia allargata e mutevole, che moltiplica i “padri” e le “madri” e fa sì che oggi la maggior parte di coloro che si sentono “orfani” non siano figli senza genitori, ma figli che ne hanno troppi. Questa situazione, con le inevitabili interferenze e l’incrociarsi di rapporti, non può non generare conflitti e confusioni interne, contribuendo a creare e imprimere nei figli una tipologia alterata di famiglia, assimilabile in un certo senso alla stessa convivenza a causa della sua precarietà.

Benedetto XVI

1984

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“(..) perfino Mary Warnock, madre della liberalissima bioetica anglosassone ha chiarito con ragionamenti piuttosto stringenti che il diritto ad avere figli non ha alcun fondamento. Diritto che, invece, secondo Veronesi, una donna può lietamente esercitare “anche senza scegliere un padre, basta che si rivolga ad una banca per la fecondazione”.
Ma presto non sarà più necessario, perchè “la donna può clonare sè stessa e l’uomo no”. Uno spaventoso paese dei Balocchi in cui la donna, Puella Aeterna, potrà giocare divinamente con se stessa senza mai la noia di doversi misurare con l’Altro. E perfino riprodursi da sè -oddio, e se poi ti nasce un maschio?- Un nuovo fondamento archetipico per le fantasie, già attualissime, di tutte quelle ragazzine che in giro per l’Occidente sognano di farsi il bambino da sole, o fingono un provvisorio sogno d’amore per poi espellere l’Altro non appena dà segni della sua alterità.
Ed ecco tutte quelle famigline, asfittiche ed infelici, la mamma ed il suo bambino, l’una carceriere dell’altro, senza nessun terzo a fare il lavoro di necessario incomodo nella simbiosi fatale.
Oppure -libertà alternativa- nessun bambino, l’indipendenza totale, l’automutilazione di quell’Altro di cui l’umanità femminile, in questo sì migliore, ha sempre fatto il suo bizzarro baricentro, spostato fuori di sè.”

Marina Terragni, “L’incubo della dominatrice”, Il Foglio 12 agosto 2009.