Solo se tu percepisci che il rapporto con questa persona è segno del tuo rapporto con l’eterno, allora l’amore per questa persona è un amore eterno.

Solo se tu percepisci che il rapporto con questa persona è segno del tuo rapporto con l’eterno, allora l’amore per questa persona è un amore eterno.

La permanenza della tenerezza e quindi della letizia che ne nasce – la tenerezza è il crepuscolo del possesso, il crepuscolo del mattino o il crepuscolo della sera –, la permanenza della tenerezza esige che sia una tenerezza vera; deve essere proprio una tenerezza vera per resistere, per permanere. Per essere una tenerezza vera deve amare in modo vero l’oggetto e l’oggetto deve essere percepito per quello che veramente è. Come faresti tu ad avere tenerezza verso un essere che ti dà la vita come tua madre e poi ti abbandonasse, perché a un certo punto muore? È una tenerezza oggi che, se ci pensi, annega già da oggi in un bidone di tristezza. Tu vuoi bene particolarmente a una persona, ma come fai a voler bene particolarmente a una persona, a sentirne tenerezza, pensando che domani non la vedi più, che domani muore o che domani va nel Kamciatka, che è in fondo, a est della Russia? Come faresti? Solo se tu percepisci l’eternità della compagnia con questa persona, solo se tu percepisci che il rapporto con questa persona, ciò che essa suscita in te, è segno del tuo rapporto con l’eterno, allora il rapporto con questa persona è un rapporto eterno, l’amore per questa persona è un amore eterno.

Luigi Giussani, Si può vivere così? Rizzoli 2007

Uno strappo verticale che grida verso il Cielo.

Uno strappo verticale che grida verso il Cielo.

Non tutto dunque è così cattivo in questi tempi della sparizione annunciata. L’ora è tragica, ma la tragedia risveglia la nostra dignità più alta, quello di uno strappo verticale che grida verso il Cielo, e quella di una carità soprannaturale, forte come la Morte. penso alle ultime parole dell’Elettra di Jean Giraudoux. Una donna chiede in mezzo al disastro: “Come si chiama questo, quando si leva il giorno, come oggi, e che tutto è rovinato, che tutto è saccheggiato, e che tuttavia l’aria si respira, e che si è perso tutto, e che tutta la città brucia, e che gli innocenti si uccidono tra loro, ma che i colpevoli agonizzano, in un angolo del giorno che si leva?” Ed un mendicante risponde alla donna: “Questo ha un nome molto bello, donna Narsès. Si chiama aurora.”

Fabrice Hadjadj, Meeting di Rimini, 25 agosto 2011

Una morte riuscita.

In cosa consiste, dunque, una morte riuscita?

Riscattare il tempo con la moneta di sangue dell’eternità, far propria tutta la Storia e rimetterla con se stessi alla misericordia dell’Altissimo, offrire alla messe degli angeli la duplice credenza del grano buono e della zizzania; nel mezzo della lotta tra luce e tenebre di cui siamo il campo di battaglia, dire sì a ciò che si intravede della luce e abbandonarsi completamente ad essa, per far passare con noi tutti coloro cui manca tale speranza.

Fabrice Hadjadj, Farcela con la morte, Cittadella 2009