L’assetto della mia persona di fronte al sole, alla moglie, alle montagne, allo sguardo di Cristo.

Non è la coerenza con certe regole, ché questo è il moralismo: la moralità è l’assetto di fronte all’Essere.

E per avere questa simpatia di fronte all’Essere on occorre nessuna particolarità o speciale energia della volontà, qualche cosa per cui uno può essere santo perché ha questa energia mentre io che sono un poveretto non ce l’ho. La moralità non è questo, non è la capacità che io ho di essere coerente con certe regole, è piuttosto l’assetto della mia persona di fronte al sole, alla moglie, alle montagne, allo sguardo di Cristo.

Qualcuno di noi può alzare la mano e dire che a lui manca qualcosa per cedere a questo sguardo? Qualsiasi sia la situazione di difficoltà in cui è adesso, ha bisogno di qualche energia particolare? Semplicemente di cedere.

Julian Carròn

Con la bellezza è come se il fondo dell’essere risalisse alla superficie.

Il potere cerca di impedire che l’incontro diventi una storia. Di quale incontro stiamo parlando? Di quello di Cristo certamente. Ma anche di quello di un paesaggio, di un concerto di Mozart, o di una ragazza.

Ecco, ad esempio tu incontri Beatrice, oppure Aspasia. Che succede nell’istante di questo incontro? Tu sei colpito dalla sua bellezza. Certo, la sua bellezza tu la esperimenti attraverso il suo viso, il suo corpo, ma ciò che ti viene dato attraverso il suo viso e il suo corpo, è una musica, un’armonia, una danza dell’essere. Perché con la bellezza è come se il fondo dell’essere risalisse alla superficie e mostrasse la sua danza e la sua allegrezza essenziale.

Fabrice Hadjadj, 28 agosto 2010, Meeting di Rimini

La sfida è prendere coscienza di ciò che siamo.

(..) in gioco c’è il sapere non qualcosa di più, sempre di più, per disperdersi meglio, ma ritornare al fatto della nostra esistenza e scoprirlo come un fatto più fatato che fatale.

Io sono, io esisto, io rendo testimonianza. È questo il primo fatto.

È questo fatto che è la vera attualità, il vero avvenimento, principio di tutti gli altri, con la sua domanda:”Perché sono qui?” La sfida è quindi non quella di fabbricarsi una risposta immaginaria ed artificiale, ma di prendere coscienza di ciò che siamo, di ciò che si gioca nella nostra lingua e nel nostro cuore (..).

Fabrice Hadjadj, 28 agosto 2010, Meeting di Rimini

Come una resa profonda e totale.

R.Magritte, L'épreuve du sommeil

Si avvicinò al letto. L’occupante, tuttora invisibile, russava profondamente.

In quel suo russare c’era come una resa profonda e totale. Non tanto uno sfinimento, quanto una resa, come se avesse finalmente detto basta, avesse allentato la sua presa su quell’insieme di orgoglio, di speranza, di vanità e di paura, su quella forza di restare attaccati alla disfatta come alla vittoria, che costituisce l’Io-Sono, la rinuncia al quale di solito è la morte.

W.Faulkner, Luce d’agosto, Adelphi

La fatica dell’esser sempre desti: essere sempre presenti a se stessi.

L’esser desti sembra consistere in un esser presente del soggetto a se stesso: in un sentirsi immediatamente come uno. Questo uno fa riferimento nello stesso senso al sentire un essere, il soggetto si sente immediatamente come un essere. Un essere sito in un luogo determinato, pertanto in stato di quiete, in un luogo che gli è proprio, che gli appartiene perché se n’è appropriato costantemente, in un impercettibile sforzo che si fa sensibile nelle situazioni, qualunque esse siano, in cui si sente fluttuare.

E proprio il farsi sensibile di questo sforzo lo rivela e rivela al tempo stesso che ha luogo sempre, che è, a livello più basso, più impercettibile, tensione. Tensione, da qui la fatica dell’esser sempre desti, che sopraggiunge anche quando non si è compiuto alcuno sforzo fisico, né intellettuale, quando il dispendio energetico non è tale da giustificare la caduta nel sonno. È la tensione, alla lunga insopportabile, di appropriarsi del luogo nella realtà, tra la realtà, la tensione dell’esser sempre presente a se stesso.

Maria Zambrano, I sogni e il tempo, Pendragon

Cosa significa realmente esistere come esseri pensanti?

La neuroetica non si limita quindi a pronunciarsi sui problemi etici che sorgono dall’applicazione delle neurotecnologie, ma alimentandosi, di fatto o esplicitamente, a un confronto sempre più serrato con l’etica, la filosofia, la teologia morale, la psicologia,
la pedagogia, l’arte, il diritto e l’economia vuole rispondere, partendo rigorosamente da sofisticate indagini scientifico-sperimentali, all’interrogativo: cosa significa realmente esistere come esseri pensanti (N. Levy)?
E’ possibile ri-significare in termini puramente neuronali un simile interrogativo per cercare di rispondervi?
La posta in gioco è molto importante se Adina Roskies, considerata l’iniziatrice delle neuroscienze dell’etica, giunge ad affermare: “Man mano che procederemo nella comprensione di comportamenti complessi la concezione del cervello come macchina deterministica andrà a minare la nozione stessa di libero arbitrio e di responsabilità morale”.

Card.Angelo Scola, prolusione per l’inaugurazione dell’anno accademico 2009-2010 del Pontificio istituto Giovanni Paolo II
nel XXIX anniversario di fondazione.