Perché, ogni volta, quella che vivo è un’esperienza umana.

Perché, ogni volta, quella che vivo è un’esperienza umana.

“C’è una cosa” aveva detto Pardon “che non riesco a capire. Lei è l’esatto contrario di un giustiziere. Si direbbe perfino che quando arresta un colpevole lo faccia a malincuore”.

“Sì, a volte succede”.

“Eppure si prende a cuore le sue inchieste come se la toccassero personalmente…”.

Al che Maigret, con molta semplicità, aveva risposto:

“Perché, ogni volta, quella che vivo è un’esperienza umana. Quando la chiamano al capezzale di un malato che pure non conosce affatto, non ne fa anche lei una faccenda personale? Non lotta contro la morte come se il paziente fosse una persona cara?”.

Georges Simenon, Maigret e il signor Charles, Adelphi

Hanno perduto il dono dell’esperienza concreta.

Hanno perduto il dono dell’esperienza concreta.

“(..) Occorre più di una dottrina, anche se questa dottrina sia vera. I poeti
cattolici hanno perduto, assieme ai loro fratelli eretici, la capacità di prendere le mosse dalla cosa comune: hanno perduto il dono dell’esperienza concreta”.

Allen Tate

La luce del mattino più splendente che avesse mai visto.

La luce del mattino più splendente che avesse mai visto.

Ci era quasi riuscito, e stava già riaffondando nell’incoscienza, quando udì il suono di un clacson, vicinissimo e acuto come non ricordava di aver mai sentito, e un’auto sfrecciò lacerando l’aria. Subito dopo fu la volta di un camion, da cui penzolava una catena che saltando sull’asfalto produceva un rumore di campanelli.

Gli parve perfino di sentire della campane vere in lontananza e, più vicini, il cinguettio degli uccelli e il fischio di un merlo; ma doveva essere un’allucinazione, così come l’azzurro irreale del cielo su cui si stagliavano due piccole nuvole scintillanti.

Ma anche l’odore del mare e dei pini era un’allucinazione? E quel saltellare nell’erba che a lui sembrò quello di uno scoiattolo? (..) Come per sfida aprì gli occhi di colpo e fu abbagliato dalla luce del mattino più splendente che avesse mai visto.

Georges Simenon, Luci nella notte, Adelphi

Il linguaggio non riflette più la vita.

Il linguaggio non riflette più la vita.

(…) Anche il tempo ha perso profondità, in questo nostro tempo immateriale. La società liquida di cui ci parla Bauman è immersa in un presente piatto, senza spigoli, dove ogni forma è provvisoria, ogni rapporto volatile e precario. E dove vige l’obbligo nevrotico di dimenticare, di cancellare ogni esperienza nel mentre che si va compiendo. Da qui la rimozione della malattia, della miseria – in una parola, del dolore. Una rimozione verbale, oltre che sostanziale. Del resto le parole sono divenute a loro volta ingannatrici: nel politically correct come nel turpiloquio che ad ogni istante ci perfora i timpani, in entrambi i casi il linguaggio non riflette più la vita, o la riflette come uno specchio deformante.

Michele Ainis, Il Corriere della Sera – La lettura, 24 dicembre 2011

Quello che desideriamo come libertà è per sempre.

Quello che desideriamo come libertà è per sempre.

(..) Questo è molto interessante, di nuovo, perché è vero che è un giudizio; ma il problema è: quando diciamo: «Libertà», che cosa stiamo dicendo? Se Giussani dice che soltanto in un caso l’uomo è libero, se è diretto rapporto con l’infinito, che cosa vuol dire? Se l’uomo è soltanto un pezzo del meccanismo delle circostanze, noi dipendiamo da come vanno le cose; quando qualcuno ci loda ci
rallegriamo, e quando non lo fa affondiamo, come tutti. Che novità c’è in questo? Nessuna. Questo è la libertà? No, questa sarebbe una libertà a tempo: quando si compiono più o meno i nostri sogni, allora siamo liberi; e quando no, ci arrabbiamo. Ma – dice Giussani – quello che desideriamo come libertà, cioè come soddisfazione, non è soltanto per un momento, ma per sempre. Questo si vede quando ci troviamo davanti a uno da cui ci difendiamo, o quando qualcuno ci ferisce. La libertà è un bene molto scarso se dipendiamo, come tutti, dal flusso delle circostanze: quando le cose vanno bene, siamo contenti; quando le cose vanno male, affondiamo. Logico. Ma qui dice un’altra cosa, qui dice che la libertà è rapporto diretto con il Mistero! Allora quale errore occorre capire? Che non
soltanto io guardo l’altro in modo parziale, ma io guardo prima di tutto me stesso in modo parziale! Perché se io mi rendo conto che sono rapporto con il Mistero, e che è questo che mi rende libero e che mi soddisfa, allora siccome ho già in anticipo questa soddisfazione, posso essere libero dal fatto che qualcuno mi conceda le briciole che cadono dal suo tavolo. Se io non sono a questo livello di
libertà come esperienza, dipendo come tutti dalle briciole; e allora parlare di libertà diventa patetico. Per questo, o noi dipendiamo da Dio e allora siamo liberi da qualsiasi circostanza, o non dipendiamo da Dio e allora siamo schiavi di qualsiasi circostanza.

Julián Carrón

 

C’è un affetto, c’è una Presenza che domina la realtà.

C’è un affetto, c’è una Presenza che domina la realtà.

Durante una gita in montagna, c’era un punto molto esposto, la cresta era franata ed era rimasto aperto un buco di poco più di mezzo metro che dava
sul vuoto. Lungo il sentiero c’erano davanti un adulto con due ragazzini; a un certo punto, l’adulto è passato ed è passato anche il primo ragazzino, mentre il
secondo è rimasto bloccato. Inizialmente ho interpretato che fosse per una questione psicologica, un’insicurezza che il primo, magari più spavaldo, non aveva. Ma poi ho scoperto che il primo era il figlio dell’adulto che era passato, mentre l’altro era un amico. E lì mi si è chiarita la questione. Per il secondo la realtà era solo quel buco che dava sul vuoto, era solo «il problema» che doveva superare e non sapeva se ne avrebbe avuto le forze. Perciò era rimasto bloccato. Mentre per il primo la realtà era il buco e il padre, il padre che era lì con lui e che era passato, era già passato, tutte e due le cose insieme. C’è un affetto, c’è una Presenza che domina la realtà: se la ragione non riconosce questa Presenza dentro la realtà, la realtà è ridotta e la ragione è bloccata.

Davide Prosperi, Milano, 1 ottobre 2011