A meno che Dio non mi visiti.

A meno che Dio non mi visiti.

William Congdon, Cementerio San Martino.

Fino a quando l’oggetto è oscuro ciascuno può immaginare quel che vuole e può determinarsi nel suo rapporto con quell’oggetto come gli pare e piace. Pensate all’esperienza amorosa: uno sta desiderando di amare ed essere amato, ma fin quando il volto è sconosciuto che cosa facciamo? Quello che ci pare e piace. È soltanto quando il volto compare che introduce realmente una possibilità di calamitare l’io. Perché io so che desidero l’infinito, che questo infinito c’è perchè ho sempre nostalgia di lui – come diceva Lagerkvist –, ma ogni giorno afferro il particolare, vado dietro a qualunque oggetto che poi mi lascia insoddisfatto. E questo è il destino dell’uomo, a meno che capiti quel che ipotizza Wittgenstein: «Hai bisogno di redenzione, altrimenti ti perdi […]. Occorre che entri una luce, per così dire, attraverso il soffitto, il tetto sotto cui lavoro e sopra cui non voglio salire. […] Questo tendere all’assoluto, che fa sembrare troppo meschina qualsiasi felicità terrena… mi sembra stupendo, sublime, ma io fisso il mio sguardo nelle cose terrene: a meno che “Dio” non mi visiti».

Julián Carrón, Rimini 2011

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…serve a qualcosa a qualcuno?

…serve a qualcosa a qualcuno?

Diane Arbus

– Io ho te e tu hai me, – sussurrò Marcia, togliendogli gli occhiali e baciandolo in viso con bramosia. – Qualunque cosa accada nel mondo, abbiamo il nostro amore. Bucky, ti prometto che mi avrai sempre con te, canterò per te e ti amerò e, qualunque cosa accada, sarò sempre al tuo fianco.

– Sì – le disse lui, – abbiamo il nostro amore -. Tuttavia, pensò, che differenza fa per Billy, Erwin e Ronnie? Che differenza fa per le loro famiglie? Abbracciarsi, baciarsi e ballare come adolescenti malati d’amore ignari di tutto… serve a qualcosa a qualcuno?

Philip Roth, Nemesi, Einaudi

noi siamo un bisogno insopprimibile di certezza che non riusciamo mai effettivamente a colmare.

Noi siamo un bisogno insopprimibile di certezza che non riusciamo mai effettivamente a colmare.

Diane Arbus

L’incertezza ci si presenta così come una sorta di “precariato” dell’esistenza: ma se da un lato noi continuiamo ad aspettarci dalla tecno-scienza un controllo previsionale della natura fisica, e a rivendicare dallo Stato la tutela dei nostri diritti individuali e sociali; dall’altro lato queste aspettative e queste rivendicazioni finiscono forse con il coprire quel livello più radicale e più inquietante che sempre, poco o tanto, l’insicurezza rende evidente, e cioè che non siamo i padroni del nostro destino. Ma allora si pone una domanda: la mancanza di certezza coincide totalmente ed esclusivamente con la nostra incapacità a far fronte agli imprevisti della vita, ai casi della natura e agli accidenti della storia? Se la risposta è sì, allora l’incertezza è solo il riverbero di uno scacco, di una condanna, qualcosa come una maledizione. Ma se guardiamo più attentamente, essa è in grado di attestare anche qualcos’altro, vale a dire il nostro essere-esposti costitutivamente a ciò che accade, che ci raggiunge, ci tocca, e per ciò stesso ci spiazza, ci provoca, ci chiama in causa.
Il punto essenziale è dunque quello di non ridurre questo fenomeno dell’incertezza: il disagio che esso induce è innegabile e inaggirabile: ma proprio in quanto tale esso si mostra come il segno di un enigma più profondo e la traccia di un’inquietudine più radicale, e cioè del fatto che il nostro compimento, la nostra realizzazione piena non è in definitiva realizzabile da noi. E questo certamente a motivo della limitatezza della nostra esistenza individuale – ma non solo per questo; e certamente anche per l’inadeguatezza di tutti quei progetti, scientifici e politici che ci avevano promesso un controllo più sicuro e un senso più pieno della vita e del mondo – ma non solo per questo. In gioco c’è qualcosa di più, e cioè che noi siamo un bisogno insopprimibile di certezza che non riusciamo mai effettivamente a colmare.

Costantino Esposito, Meeting di Rimini, 23 agosto 2011

Senza la vostra domanda il mio sarebbe solo un discorso.

Senza la vostra domanda il mio sarebbe solo un discorso.

Diane Arbus

(..) devo ammettere, sin dall’inizio, che non c’è nulla di quanto vi dirò che io non abbia imparato, e dunque è proprio questa mia scoperta, molto di più delle opinioni che potrei avere sul tema, ciò che mi preme comunicarvi. Per questo stasera mi permetto di invitarvi a un lavoro comune, perché senza la vostra presenza, e cioè senza la vostra domanda, il mio sarebbe solo un discorso, magari un discorso interessante, e non – come invece spero – un’occasione di conoscenza.

Costantino Esposito, Meeting di Rimini, 23 agosto 2011

Doveva andare a casa!

Doveva andare a casa!

Ma perché congetturare su ciò che era e non poteva essere? Doveva andare a casa! Ebbe l’impulso di alzarsi e metter via i suoi averi nella sacca da viaggio in modo da esser pronto a prendere il primo treno del mattino. Però non voleva svegliare i ragazzi o dar loro l’impressione di fuggire in preda al panico. Era per venire lì che era fuggito in preda al panico. Ora invece se ne andava dopo aver ritrovato il coraggio per affrontare traversie la cui realtà era innegabile, ma i cui rischi restavano pur sempre incomparabili con quelli che minacciavano Dave e Jake mentre combattevano per consolidare la presenza alleata in Francia.

Quanto a Dio, era facile pensare a Lui in un pradiso come Indian Hill. Diverso era a Newark – o in Europa o nel Pacifico – nell’estate del 1944.

Philip Roth, Nemesi, Einaudi

Esiste qualcosa di peggio del farsi domande troppo presto nella vita, è farsele troppo tardi.

Esiste qualcosa di peggio del farsi domande troppo presto nella vita, è farsele troppo tardi.

Lo amavano tutti, una persona assolutamente per bene che avrebbe potuto sfuggire per sempre agli stupidi sensi di colpa. S’intendeva di guanti, e non c’era alcun motivo per cui dovesse occuparsi d’altro. Invece è stato tormentato dalla vergogna, dall’incertezza e dal dolore per il resto della vita. Gli incessanti interrogativi di una coscienza adulta non hanno mai rappresentato un ostacolo, per lui. Il senso della vita lo trovava, in qualche modo. Non voglio dire che fosse un uomo semplice. Alcuni credevano che lo fosse perché per tutta la vita è stato buono. Ma Seymour non è mai stato semplice. La semplicità non è mai così semplice. Tuttavia c’è voluto un certo tempo perché cominciasse a farsi domande. E, se esiste qualcosa di peggio del farsi domande troppo presto nella vita, è farsele troppo tardi.

Philip Roth, Pastorale americana, Einaudi

Tu cerchi abissi che non esistono (non mi ero mai sbagliato di più sul conto di nessuno in vita mia).

Tu cerchi abissi che non esistono (non mi ero mai sbagliato di più sul conto di nessuno in vita mia).


Il mio bisogno di scoprire un substrato, il mio perdurante sospetto che ci fosse qualcosa di più di quello che vedevo, faceva nascere in lui la paura che potessi dirgli, senza tante esitazioni, che non era quello che voleva farci credere di essere… Ma poi pensai: perché dedicargli tutte queste riflessioni? Perché tanta voglia di conoscere quest’uomo? Sei così curioso perché una volta ti ha detto, a te, e solo a te:”Il basket è un’altra cosa, Skip”? Perché aggrapparsi a lui? Che ti piglia? Qui c’è soltanto quello che vedi. Quest’uomo vuole solo essere guardato. E’ sempre stato così. Non è un trucco, tutta questa verginità. Tu cerchi abissi che non esistono. Quest’uomo è l’incarnazione del nulla.

Mi sbagliavo. Non mi ero mai sbagliato di più sul conto di nessuno in vita mia.

Philip Roth, Pastorale americana, Einaudi