Di riuscire ancora a provare orrore. Cioè di essere sensibili, sì, ma non assuefatti.

Di riuscire ancora a provare orrore. Cioè di essere sensibili, sì, ma non assuefatti.

(…) Una foto oggi non può più essere neutrale, non sa esserlo: addirittura può arrivare a “distorcere” il significato dell’accaduto che vorrebbe rappresentare poiché si applica e si diffonde attraverso la “suggestione” e non con l’approfondimento o il racconto, nonché tramite una metodologia moderna che ha un nome preciso e per cui non bisognerebbe mai fare il tifo: la “viralità”.
In definitiva dovrebbe essere questione di orrore.

Di riuscire ancora a provare orrore. Cioè di essere sensibili, sì, ma non assuefatti. E invece la “viralità” assuefà. Dovrebbe riguardare questo: di non curarsi se la foto di un bambino cadavere ci stia o no informando su una questione cruciale che riguarda noi e il mondo, di non parlare di opportunità, di deontologia, di giornalismo, di domandarsi se si poteva raccontare quello stesso fatto senza quella foto, o di scrivere questo stesso articolo, perfino: ma solo di provare orrore. Di vomitare. Il banale e dimenticato orrore, quel moto dell’animo che ci fa venire voglia di mettere una musica di Brahms o di infilarci in silenzio nella camera di nostro figlio per sentire che rumore fa il suo respiro mentre dorme o di telefonare alla persona che più amiamo solo per farci dire che sta bene, che è arrivata in ufficio; di combattere con tutte le armi in nostro possesso contro la sconvolgente idea che sia davvero possibile destarsi un mattino da sogni agitati e trovarsi trasformati nel proprio letto in un enorme insetto.

Stefano Sgambati (Il Foglio)

Fino alla soglia del destino (mi dispiace solo che la tua prova sia più grande della mia).

Fino alla soglia del destino (mi dispiace solo che la tua prova sia più grande della mia).

Così possiamo stare davanti a qualsiasi circostanza, come ci ha testimoniato una nostra carissima amica davanti alla morte, in un dialogo che ha avuto con il marito (che me lo ha scritto) quando ha saputo quello che stava per succedere: «Mi ha detto: “Io sono tranquilla, non ho paura, perché c’è Gesù. Ora nemmeno
sono più angosciata per te e per i bimbi, perché so che siete nelle mani di un Altro”. E io: “Ma non sei triste?”. “No, non sono triste. Sono certa di Gesù, anzi, sono curiosa di quello che mi capiterà, di quello che il Signore mi sta preparando. Forse dovrei essere triste, ma non lo sono. Mi dispiace solo che la tua prova sia più grande della mia”. “Ma va’”. “Certo, sarebbe stato meglio il contrario”. E io, sorridendo perché già incredibilmente confortato dal miracolo
appena visto, le dico: “È proprio vero, soprattutto per i bambini”. Questo è stato senza dubbio uno dei più bei momenti dei diciassette anni (dodici di matrimonio e cinque di fidanzamento) passati insieme. Se non il più bello». Con una consistenza così si può guardare tutto, fino alla soglia del destino.

Julián Carrón, La vita come vocazione.

Non avrebbe potuto sopportare tutte le ingiurie della sorte che le affollavano la mente.

Non avrebbe potuto sopportare tutte le ingiurie della sorte che le affollavano la mente.

Joseph Breitenbach

 

Quando il suo bicchiere fu quasi vuoto, la mamma tenne lo sguardo rabbioso fisso nel buio, muovendo leggermente la testa, come un pugilatore. Io sapevo che, a quel punto, non avrebbe potuto sopportare tutte le ingiurie della sorte che le affollavano la mente. I suoi figli erano stupidi, suo marito era annegato, i domestici erano ladri, e la poltrona su cui sedeva era scomoda. D’improvviso, posò il bicchiere e interruppe Chaddy, che stava parlando di baseball. “Io so una cosa sola,” disse con voce rauca. “So che se ci sarà una vita dopo di questa, voglio avere una famiglia molto diversa. Non voglio avere altro che figli favolosamente ricchi, spiritosi e incantevoli.” Poi si alzò, e avviandosi verso la porta, per poco non cadde.
John Cheever, I Racconti, Feltrinelli

L’homo viator è colmo di dolore e di certezza.

L’homo viator è colmo di dolore e di certezza.

Cristo è venuto a salvare noi vagabondi dall’inutilità, ad assicurare ai nostri passi una strada certa: com’è diverso l’homo viator, l’uomo camminatore come è concepito dalla mentalità cristiana. Egli infatti è colmo di dolore e di certezza, cioè umile; è colmo di dolore perché è ben consapevole dell’incoerenza, dei tradimenti, ma attraverso essi sempre passa trionfando l’evidenza e la certezza della presenza di Cristo, la volontà della Sua Presenza, e la sua vita è testimoniata dalla Sua Presenza, anche attraverso il male. Sperando l’insperabile, in spe contra spem: la prima grande coordinata, la coordinata dell’amore, nell’uomo teso nel cammino al destino, è la speranza. Spe erectus, dice San Paolo, descrivendo l’uomo cristiano, diritto nella speranza. Cadesse mille volte al giorno, queste cadute sono in lui, ma è come se fossero non sue, sempre di meno sue. Sperando contro ogni apparenza, eretto in una speranza invincibile. Cristo è il contenuto di questa speranza invincibile: tutto è per il bene, tutto è per la sua gloria.

Luigi Giussani, Spirto gentil, Bur Saggi

Il linguaggio non riflette più la vita.

Il linguaggio non riflette più la vita.

(…) Anche il tempo ha perso profondità, in questo nostro tempo immateriale. La società liquida di cui ci parla Bauman è immersa in un presente piatto, senza spigoli, dove ogni forma è provvisoria, ogni rapporto volatile e precario. E dove vige l’obbligo nevrotico di dimenticare, di cancellare ogni esperienza nel mentre che si va compiendo. Da qui la rimozione della malattia, della miseria – in una parola, del dolore. Una rimozione verbale, oltre che sostanziale. Del resto le parole sono divenute a loro volta ingannatrici: nel politically correct come nel turpiloquio che ad ogni istante ci perfora i timpani, in entrambi i casi il linguaggio non riflette più la vita, o la riflette come uno specchio deformante.

Michele Ainis, Il Corriere della Sera – La lettura, 24 dicembre 2011

La passione amorosa, come il dolore, può farci piangere.

La passione amorosa, come il dolore, può farci piangere.

Gaetano Previati, Paolo e Francesca

Il piacere, spinto al suo estremo, ha su di noi lo stesso effetto devastante del dolore. Il desiderio di un’unione che soltanto la carne può mediare, ma che poi la stessa carne rende irraggiungibile per via dei nostri corpi che si escludono a vicenda, può avere la stessa grandiosità di un’indagine metafisica. La passione
amorosa, come il dolore, può farci piangere.

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