La cultura è un’esperienza.

La cultura non è qualcosa che “si fa”, non è innanzitutto un prodotto. La cultura è un’esperienza, è un gusto per le cose, una passione per la bellezza. Si genera dall’esperienza delle persone che desiderano, guardano, giudicano, si cimentano con le difficoltà e i problemi, costruiscono, investendo la realtà della loro passione ideale. La cultura c’è se si genera dall’esperienza della gente, dalla curiosità.
La cultura non si fabbrica con i progetti né con i “tavoli”, che al massimo potranno servire a dare visibilità a ciò che già esiste, rendendolo utile e fruibile per tutti. Come ha scritto don Giussani: “La nostra problematica culturale non si risolve aggiungendo all’esperienza qualcosa che sembra mancarle, ma imparando ciò che l’esperienza già è”.

Intervento di Emilia Guarnieri, Presidente Meeting Rimini

La cultura senza Cristo.

Guido Maria Filippi, Uomo solo seduto

Tutti questi single sono povere persone tristi, sole, nutrite dalle illusioni della cultura senza Cristo, cioè senza sacrificio, senza amore, senza gratuità, senza senso di colpa, senza perdono. Cercano la strada facile, magari non per colpa loro, ma perché gli è stato insegnato così. Nessuno li ha educati a dirsi di no; nessuno, neppure il loro parroco, li ha educati a confessarsi, a riconoscere la propria debolezza, a cercare in Dio forza, coraggio, speranza, capacità di rialzarsi, medicina alla propria debolezza. Intraprendono una relazione con la superficialità di chi ascolta tutti i giorni le canzonette della musica leggera; di chi guarda le telenovelas; di chi vive di romanticismo mellifluo e sentimentale. Così magari partono in quinta, con il motore a pieni giri, bruciano le tappe, trasportati dal sentimento, liberi dai vecchi vincoli del fidanzamento pensato e vissuto in un certo modo: ma poi, alla prima salita, quando bisogna scalare le marce, dalla quinta alla quarta, alla terza, alla seconda, e quando poi si deve ripartire, piano piano, non ce la fanno, non hanno marce interiori per farlo. La virilità dell’amore, ragazzi, è un’altra cosa: amare significa sapersi controllare, temperare, sapersi umiliare dinanzi al proprio coniuge, saper chiedergli perdono, saper controllare la propria ira, la propria istintività, almeno provarci. Oggi invece siamo educati a divenire schiavi dei nostri sentimenti, schiavi delle nostre debolezze, e del nostro egoismo. Va’ dove ti porta il cuore, dicono tutti: e quando il cuore ha qualche sobbalzo, ci facciamo gettare a destra e a sinistra, salvo poi trovarci con un pugno di mosche.

Francesco Agnoli, Il Foglio, 15 gennaio 2010

La consistenza di una posizione culturale.

Cioè, noi diciamo a noi stessi qual è la nostra cultura, che cosa e chi amiamo di più e abbiamo di più caro, nel modo in cui noi affrontiamo le circostanze. È davanti alle vere sfide del vivere che si pone in evidenza la consistenza di una posizione culturale, la sua capacità di reggere davanti a tutto, anche davanti al terremoto.

Julián Carrón

Politici e cultura: rinunce e voti (non di castità)

“(..) Nel rapporto fra il governo delle cose e il “ceto dei colti” tutto resta come prima: il potere ed il governo diffidano degli intellettuali, questi ultimi ritrovano la loro identità proclamando, declamando, sceneggiando l’eterna inimicizia nei confronti di questo potere e di questo governo. Lo schema si rivela indistruttibile. A destra i voti, a sinistra le mostre e i premi letterari. A destra la maggioranza politica e la minorità culturale, a sinistra le certezza della propria superiorità morale e l’immersione nel sentimento dell’eterna minoranza politica.
A destra rinunciano alla competizione culturale. A sinistra rinunciano a quella elettorale.”
Pier Luigi Battista, Politica e cultura come ai tempi di Scelba