Svégliati, o uomo: per te Dio si è fatto uomo.

Svégliati, o uomo: per te Dio si è fatto uomo.

Georges de la Tour, Sogno

Svégliati, o uomo: per te Dio si è fatto uomo. «Svégliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà» (Ef 5, 14). Per te, dico, Dio si è fatto uomo.
Saresti morto per sempre, se egli non fosse nato nel tempo. Non avrebbe liberato dal peccato la tua natura, se non avesse assunto una natura simile a quella del peccato. Una perpetua miseria ti avrebbe posseduto, se non fosse stata elargita questa misericordia. Non avresti riavuto la vita, se egli non si fosse incontrato con la tua stessa morte. Saresti venuto meno, se non ti avesse soccorso. Saresti perito, se non fosse venuto.
Prepariamoci a celebrare in letizia la venuta della nostra salvezza, della nostra redenzione; a celebrare il giorno di festa in cui il grande ed eterno giorno venne dal suo grande ed eterno giorno in questo nostro giorno temporaneo così breve. «Egli è diventato per noi giustizia, santificazione e redenzione perché, come sta scritto, chi si vanta si vanti nel Signore» (1 Cor 1, 30-31).
«La verità è germogliata dalla terra» (Sal 84, 12): nasce dalla Vergine Cristo, che ha detto: «Io sono la verità» (Gv 14, 6). «E la giustizia si è affacciata dal cielo» (Sal 84, 12). L’uomo che crede nel Cristo, nato per noi, non riceve la salvezza da se stesso, ma da Dio. «La verità è germogliata dalla terra«, perché «il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14). «E la giustizia si è affacciata dal cielo», perché «ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto» (Gv 1, 17). «La verità è germogliata dalla terra»: la carne da Maria. «E la giustizia si è affacciata dal cielo», perché «l’uomo non può ricevere nulla se non gli è stato dato dal cielo» (Gv 3, 27).
«Giustificati per la fede, noi siamo in pace con Dio» (Rm 5, 1) perché «la giustizia e la pace si sono baciate» (Sal 84, 11) «per il nostro Signore Gesù Cristo», perché «la verità è germogliata dalla terra» (Sal 84, 12). «Per mezzo di lui abbiamo l’accesso a questa grazia in cui ci troviamo e di cui ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio (Rm 5, 2). Non dice «della nostra gloria», ma «della gloria di Dio», perché la giustizia non ci venne da noi, ma si è «affacciata dal cielo». Perciò «colui che si gloria» si glori nel Signore, non in se stesso.
Dal cielo, infatti per la nascita del Signore dalla Vergine… si fece udire l’inno degli angeli: «Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace sulla terra agli uomini di buona volontà» (Lc 2, 14). Come poté venire la pace sulla terra, se non perché la verità è germogliata dalla terra, cioè Cristo è nato dalla carne? «Egli è la nostra pace, colui che di due popoli ne ha fatto uno solo» (Ef 2, 14) perché fossimo uomini di buona volontà, legati dolcemente dal vincolo dell’unità.
Rallegriamoci dunque di questa grazia perché nostra gloria sia la testimonianza della buona coscienza. Non ci gloriamo in noi stessi, ma nel Signore. È stato detto: «Sei mia gloria e sollevi il mio capo» (Sal 3, 4): e quale grazia di Dio più grande ha potuto brillare a noi? Avendo un Figlio unigenito, Dio l’ha fatto figlio dell’uomo, e così viceversa ha reso il figlio dell’uomo figlio di Dio. Cerca il merito, la causa, la giustizia di questo, e vedi se trovi mai altro che grazia.

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Si diventa grandi nella misura in cui non si ha paura del sacrificio.

E si diventa grandi, perciò, nella misura in cui non si ha paura del sacrificio, perché affrontare i problemi secondo il motivo che vi unisce vuol dire, innanzitutto, non pretendere che le circostanze siano diverse e vuol dire, quindi, affrontare le circostanze così come sono, come si presentano, con la persuasione che, anche quando sono avverse, non sono assolutamente un male. Non sono un male: come per Cristo la croce non è stato un male, ma la condizione per possedere.

Luigi Giussani, Affezione e dimora, BUR

Andare verso Cristo non esclude niente.

Lucas Cranach, Cristo e la donna adultera.

Dunque andare verso Cristo non esclude niente. Al contrario si deve andare a Cristo per andare verso Beatrice, perché è in Lui che ella sussiste, è attraverso di Lui che ella è salvata, è con Lui che la musica della sua bellezza può dispiegarsi in una ineffabile sinfonia.

Fabrice Hadjadj, 28 agosto 2010, Meeting di Rimini

Dietro alla tua incoerenza rimane la libertà.

Derbyshire, UK, september 2005.

(..) siamo fatti aperti all’Infinito, siamo fatti aperti al reale. Perciò niente, ma proprio niente, può impedire questo: è soltanto una mossa della nostra libertà che ci può bloccare, non perché abbiamo questa incoerenza addosso, bensì perché diciamo di no.
Questa (dire di no: ndr) è una decisione della libertà. Con l’incoerenza puoi dire di sì, e con la coerenza può dire di no. Ci sono stati i farisei che apparentemente erano più coerenti, e hanno detto di no; e i pubblicani che erano incoerenti hanno detto di sì. Se tu vuoi che Cristo ti tolga la libertà, questo non è possibile, questa è un’altra questione. Per noi l’obiezione è l’incoerenza. L’incoerenza non è un’obiezione, perché dietro alla tua incoerenza rimane la libertà.

Julian Carròn, Rimini, dicembre 2009

Rapporto con l’Infinito.

Gauguin, La vita e la morte

Per noi l’umano è quasi un ostacolo, una complicazione, un intralcio: meglio se non ci fosse. Tanto è vero che il nostro disagio, la nostra insoddisfazione, la nostra tristezza, la nostra noia, sono cose da eliminare oppure da trascurare. Oppure sono – ancora peggio – uno scandalo: «Ma come mai sono ancora così? Ma come mai in me c’è ancora questa insoddisfazione, questa tristezza?». E ci sembra che questo umano sia come uno scoglio da superare; tanto è vero che pensiamo che prima dobbiamo sistemare questo nostro umano e forse, poi, possiamo incominciare il rapporto con Cristo. È come se il nostro umano fosse veramente un ostacolo per questo rapporto. E così ci dimostriamo vittime della mentalità dominante e soccombiamo all’illusione che possiamo sistemare l’umano da soli. Ecco fino a che punto la mentalità comune, la mentalità di tutti, incide su di noi! Già nel modo di guardare il nostro umano, concepiamo tutti i segni (il disagio, l’insoddisfazione, la tristezza, la noia) come limiti da sistemare o da evitare. Invece quei segni ci dicono qual è la natura del nostro io, chi siamo noi: rapporto con l’Infinito.

Julian Carròn, Rimini, dicembre 2009

La cultura senza Cristo.

Guido Maria Filippi, Uomo solo seduto

Tutti questi single sono povere persone tristi, sole, nutrite dalle illusioni della cultura senza Cristo, cioè senza sacrificio, senza amore, senza gratuità, senza senso di colpa, senza perdono. Cercano la strada facile, magari non per colpa loro, ma perché gli è stato insegnato così. Nessuno li ha educati a dirsi di no; nessuno, neppure il loro parroco, li ha educati a confessarsi, a riconoscere la propria debolezza, a cercare in Dio forza, coraggio, speranza, capacità di rialzarsi, medicina alla propria debolezza. Intraprendono una relazione con la superficialità di chi ascolta tutti i giorni le canzonette della musica leggera; di chi guarda le telenovelas; di chi vive di romanticismo mellifluo e sentimentale. Così magari partono in quinta, con il motore a pieni giri, bruciano le tappe, trasportati dal sentimento, liberi dai vecchi vincoli del fidanzamento pensato e vissuto in un certo modo: ma poi, alla prima salita, quando bisogna scalare le marce, dalla quinta alla quarta, alla terza, alla seconda, e quando poi si deve ripartire, piano piano, non ce la fanno, non hanno marce interiori per farlo. La virilità dell’amore, ragazzi, è un’altra cosa: amare significa sapersi controllare, temperare, sapersi umiliare dinanzi al proprio coniuge, saper chiedergli perdono, saper controllare la propria ira, la propria istintività, almeno provarci. Oggi invece siamo educati a divenire schiavi dei nostri sentimenti, schiavi delle nostre debolezze, e del nostro egoismo. Va’ dove ti porta il cuore, dicono tutti: e quando il cuore ha qualche sobbalzo, ci facciamo gettare a destra e a sinistra, salvo poi trovarci con un pugno di mosche.

Francesco Agnoli, Il Foglio, 15 gennaio 2010

Come si fa a tenere aperta questa ferita?

Mathias Grunewald, Cristo deriso


La vita è darsi, amare Cristo, trovare in Lui la soddisfazione. Per questo, se Cristo è soltanto regola e non la presenza affettivamente attraente, è impossibile che compia affettivamente l’uomo. È qui che si vede la portata della promessa di Cristo. Quando uno ha provato che niente lo soddisfa, incomincia a capire che forse gli conviene aprirsi a Lui. Mi diceva una di voi: «Quando ti ho sentito parlare di una promessa di infinito e felicità, che si accende con l’innamoramento, e della strutturale incapacità dell’altro di soddisfare questa promessa, mi ha colpito: parlavi della ferita che questo determina e del fatto che da questa ferita scaturisce la domanda di Cristo. Queste cose mi hanno molto, molto toccato e non smetto di ripensarci: quanto sono vere e quanto brucia la ferita di una promessa insoddisfatta! Ognuno di noi può pensare a mille situazioni, a mille risvolti di questa grande verità, ma ti vorrei chiedere: come si fa a tenere aperta questa ferita? Mi pare umanamente insopportabile sostenere una posizione così. Una promessa ha bisogno di essere compiuta, prima o poi, e se il poi è troppo lontano nel tempo e l’attesa si fa lunga, ci logora. Io personalmente cado regolarmente in questi due opposti e contraddittori atteggiamenti: o mi anestetizzo cercando soddisfazione in mille attività che mi appaghino un po’ e mi dedico a mille rapporti superficiali, in cui non senta troppo la solitudine, oppure affiora il cinismo, il dubbio che una vera umanità diversa non sia possibile. Sì, direi una mancanza di fede». È impossibile che uno prima o poi non si domandi: ma Cristo, la promessa di Cristo è in grado di compiere?
È qui che siamo di nuovo chiamati a un salto nel rapporto con Cristo, è qui dove si vede la promessa. Gesù si presenta come il centro dell’affettività e della libertà dell’uomo: ponendo se stesso al cuore degli stessi sentimenti umani, si colloca con pieno diritto come la loro radice vera. In tal modo Gesù rivela la portata della promessa. Gesù ha la pretesa che è soltanto seguendo Lui che l’uomo può trovare veramente risposta a questo. Come dice san Gregorio di Nissa: «Solo quel Bene [con la B maiuscola] è veramente dolce e desiderabile e amabile; il suo godimento diviene sempre di più un impulso a un desiderio più grande». E continua: «Il desiderio ogni volta che è saziato [incomincia a trovare risposta adesso, non rimanda tutto alla vita eterna] produce un nuovo desiderio della realtà superiore. Dunque, poiché le [all’anima] fu tolto il velo della disperazione ed ebbe visto la infinita e incircoscritta bellezza dell’oggetto amato […] essa si protende in un desiderio sempre più forte».

Julian Carròn