E’ la certezza ad essere una possibilità drammatica per gli esseri umani.

E’ la certezza ad essere una possibilità drammatica per gli esseri umani.

Alberto Savinio, Promenade pompeienne

(..) La lotta impari con la fortuna: alla ricerca della certezza perduta.
Qui si riapre tutta la grande pretesa che ha sempre impegnato il pensiero filosofico, soprattutto nell’età moderna: essere all’altezza di riconoscere, spiegare e risolvere il dramma della certezza. Più ancora dell’incertezza, infatti, è la certezza ad essere una possibilità drammatica per gli esseri umani, poiché essa sempre implica un’alternativa di fondo: o seguire l’ipotesi che vi sia un significato certo di sé e del mondo, da accogliere e verificare, oppure al contrario ritenere che esso sia solo una produzione, più o meno riuscita, della nostra mente.
Oggi questa partita filosofica si gioca soprattutto in quella che possiamo chiamare la più diffusa ideologia del nostro tempo, vale a dire il “naturalismo”. Esso si fonda sull’idea che tutto quanto nell’esperienza umana possa essere spiegato in base a determinati fattori e meccanismi fisico-chimici e neuronali, riducendo così tutto il nostro bisogno di certezza ad una raffinata strategia evolutiva con cui gli uomini si premuniscono per la sopravvivenza, e cioè per contrastare quella che resta pur sempre la grande legge della natura, vale a dire il ciclo ininterrotto della nascita e della morte. Ma nel naturalismo contemporaneo è presente anche un’altra idea, un’idea antica, quasi arcaica, che viene rivitalizzata paradossalmente attraverso i più raffinati avanzamenti delle scienze biologiche e delle neuroscienze, e cioè che il vero destino degli uomini, il significato ultimo della loro esistenza, consista nella loro appartenenza all’impersonale, necessario meccanismo della natura.

Costantino Esposito, Meeting di Rimini, 23 agosto 2011

noi siamo un bisogno insopprimibile di certezza che non riusciamo mai effettivamente a colmare.

Noi siamo un bisogno insopprimibile di certezza che non riusciamo mai effettivamente a colmare.

Diane Arbus

L’incertezza ci si presenta così come una sorta di “precariato” dell’esistenza: ma se da un lato noi continuiamo ad aspettarci dalla tecno-scienza un controllo previsionale della natura fisica, e a rivendicare dallo Stato la tutela dei nostri diritti individuali e sociali; dall’altro lato queste aspettative e queste rivendicazioni finiscono forse con il coprire quel livello più radicale e più inquietante che sempre, poco o tanto, l’insicurezza rende evidente, e cioè che non siamo i padroni del nostro destino. Ma allora si pone una domanda: la mancanza di certezza coincide totalmente ed esclusivamente con la nostra incapacità a far fronte agli imprevisti della vita, ai casi della natura e agli accidenti della storia? Se la risposta è sì, allora l’incertezza è solo il riverbero di uno scacco, di una condanna, qualcosa come una maledizione. Ma se guardiamo più attentamente, essa è in grado di attestare anche qualcos’altro, vale a dire il nostro essere-esposti costitutivamente a ciò che accade, che ci raggiunge, ci tocca, e per ciò stesso ci spiazza, ci provoca, ci chiama in causa.
Il punto essenziale è dunque quello di non ridurre questo fenomeno dell’incertezza: il disagio che esso induce è innegabile e inaggirabile: ma proprio in quanto tale esso si mostra come il segno di un enigma più profondo e la traccia di un’inquietudine più radicale, e cioè del fatto che il nostro compimento, la nostra realizzazione piena non è in definitiva realizzabile da noi. E questo certamente a motivo della limitatezza della nostra esistenza individuale – ma non solo per questo; e certamente anche per l’inadeguatezza di tutti quei progetti, scientifici e politici che ci avevano promesso un controllo più sicuro e un senso più pieno della vita e del mondo – ma non solo per questo. In gioco c’è qualcosa di più, e cioè che noi siamo un bisogno insopprimibile di certezza che non riusciamo mai effettivamente a colmare.

Costantino Esposito, Meeting di Rimini, 23 agosto 2011

Senza la vostra domanda il mio sarebbe solo un discorso.

Senza la vostra domanda il mio sarebbe solo un discorso.

Diane Arbus

(..) devo ammettere, sin dall’inizio, che non c’è nulla di quanto vi dirò che io non abbia imparato, e dunque è proprio questa mia scoperta, molto di più delle opinioni che potrei avere sul tema, ciò che mi preme comunicarvi. Per questo stasera mi permetto di invitarvi a un lavoro comune, perché senza la vostra presenza, e cioè senza la vostra domanda, il mio sarebbe solo un discorso, magari un discorso interessante, e non – come invece spero – un’occasione di conoscenza.

Costantino Esposito, Meeting di Rimini, 23 agosto 2011