Ti ride negli occhi la stranezza di un cielo che non è tuo.

Ti ride negli occhi la stranezza di un cielo che non è tuo.

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Come diceva Pavese: «Ti ride negli occhi/ la stranezza di un cielo che non è il tuo»”. Ti ride negli occhi: sei fatto del cielo, per il cielo, da un Altro; e questo ti ride, perché il cuore è sete di felicità e di bellezza. Un cielo che non è tuo, però: non lo vuoi; il mattino, questo mattino, non lo vuoi. Quante volte non vorremmo neanche il mattino stesso, non vorremmo neanche vivere! Noi collaboriamo come diceva il libro della Sapienza alla morte. Il potere umano collabora alla morte con la violenza, favorendo un’educazione che giunge inesorabilmente alla diffusione della violenza: dalla timidezza dei rapporti familiari fino ai pubblici attacchi assassini, si favorisce la violenza. Ma anche noi! Proviamo a pensare come ci alziamo ogni mattina, perché questa è la chiave di volta di qualsiasi ascesi, di qualsiasi strada spirituale, di qualsiasi scoperta umana, di qualsiasi tentativo di guardare Cristo, di amare Cristo, di ospitare Cristo.

Luigi Giussani

Allora perché attendiamo?

Allora perché attendiamo?

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Com’è grande il pensiero che veramente nulla a noi è dovuto. Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?

Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Einaudi 1973

Ordinare l’istinto allo scopo.

Dove è la falsità di questa riduzione del desiderio a voglia, a istinto? Dice don Giussani: «L’uomo a differenza degli animali e delle altre cose è consapevole del rapporto che passa tra il suo emergente istinto e il tutto, cioè l’ordine delle cose». L’istinto non può essere staccato dalla totalità dell’io, con tutto lo slancio infinito che ha dentro. Perciò non c’è soltanto la voglia: io sono una istintività che ha la coscienza del fine, che ha tutta l’apertura all’infinito. Perfino uno come Pavese lo riconosce: «Quello che l’uomo cerca nel piacere è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di raggiungere questo infinito». Qual è allora il fine di questa istintività, di questa urgenza? Dice ancora don Giussani: «L’ordinare l’istinto allo scopo, cioè al tutto, [questo] è il fondamentale dono di sé al tutto». Questa istintività, urgenza, energia (questo complesso di dati) ci è stata data per darci, per ordinarla al tutto, perché è nel darsi al tutto che l’uomo si ritrova, come l’esperienza amorosa suggerisce. «L’amore – dice papa Benedetto nell’enciclica – è “estasi”, ma estasi non nel senso di un momento di ebbrezza, ma estasi come cammino, come esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio».

L’ideale cristiano non è essere sassi, affettivamente handicappati; la questione è che la mia energia, tutto il mio desiderio di pienezza, con la mia istintività, trova compimento soltanto nel darsi al tutto, nel darsi all’infinito.

Julian Carròn

Desideri “normali”: l’assenza di significato.

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Bollati Boringhieri pubblica un saggio di Slavoj Žižek intitolato Leggere Lacan, Guida perversa al vivere contemporaneo.

La recensione di Gillo Dorfles sul Corriere di ieri, 17 agosto, mi dà occasione di riflessione su una materia, per me scivolosa e distante, ma della quale, isitintivamente, ho sempre diffidato: la psicoanalisi. Anzitutto mi colpisce la definizione che l’Autore, secondo Dorfles, dà del concetto stesso, ovvero non già “sistema terapeutico o (..) indagine psicologica” ma vero e proprio “strumento di lettura dei vari aspetti della realtà e del pensiero”. Strumento che, allegramente viene detto, servirebbe ad “aggredire” (sic) argomenti come la politica estera USA, la visione di film famosi, autori, scrittori, filosofi etc…: e, sempre a detta di Dorfles, ma non dubito che sia davvero così, la psicoanalisi rappresenterebbe “un fattore di esegesi generalizzata per un <ritorno all’ordine> che pareva spesso sconfitto da molte delle recenti versioni post-freudiane.”

Ho una zia psicologa. Nella mia adolescenza, capitandomi di passare le vacanze con lei e la sua famiglia mi colpiva, in negativo, letteralmente mi infastidiva come una violenza occulta, il suo -peraltro innocente- tentativo di classificare e ricomprendere i miei pensieri ed i miei comportamenti in base agli schemi della psicoanalisi. Nella mia rozzezza adolescenziale capivo che quello era un tentativo di costringere dentro categorie finite qualcosa che è per l’Infinito, cioè il desiderio dell’uomo: e come non mi stava bene allora, non mi corrispondeva, non mi corrisponde adesso.

L’esegesi generalizzata che cos’è se non il tentativo di costruire uno schema funzionante che serva, appunto, a giudicare gli aspetti della realtà e del pensiero? Ovvero, una weltanschauung fondata sul limite personale, che non riesce ad andare oltre quello che vede? E infatti Dorfles parla della psicoanalisi per Lacan come di uno strumento rilevante per “illuminare gli aspetti nascosti dell’esistenza” piuttosto che “nel costituire una terapia psichiatrica.” Cosa, quest’ultima, che peraltro resta, negli intendimenti di tutti coloro che la praticano. Avviene così che, anzichè constatare che l’evidenza più immediata è che siamo fatti da Altro, impastati di Altro, fatti per Altro, noi, che non abbiamo deciso di nascere e che non potremo allungare di un solo giorno la nostra vita, decidiamo di leggere la realtà a partire da noi stessi, incapaci di alzare lo sguardo.

Capisco, allora, perchè il dilemma che agita Dorfles e, si capisce, anche Lacan e Žižek, sia quello di giustificare la “corsa all’edonismo, alla ricerca inesausta del piacere; e, dall’altro canto, alla rivolta contro lo stesso piacere, (..) ai moralismi velleitari.” L’autodivieto di godimento, conclude Dorfles, genera le diverse forme di perversione, nonchè le “inaudite (sic) censure sessuali, dominatrici di intere società odierne”: forme che, al contrario, potrebbero trovare una loro giustificazione nella lotta fra imperativo etico ed imperativo perverso, “entrambi in lotta per contrastare quelli che dovrebbero poter essere i nostri normali desideri.”

Appare, in tutto questo, un grande vuoto, lo spazio dell’assenza del significato. Non si capisce cosa renda normale un desiderio, cosa lo giustifichi, a cosa sia preordinato, cosa stia cercando, cosa stia, appunto, desiderando.

Don Giussani sostiene che «Il desiderio non è una velleità: è il primo gesto, meglio, è l’unico gesto in cui la verità dell’uomo si gioca per far posto al Signore. Per questo il povero di cuore è colui che ha il cuore riempito dal desiderio della presenza di Lui. Tutto il resto non è povertà, tanto è vero che uno che ha questo desiderio non può pretendere. Il sintomo che c’è questo desiderio nel cuore, che c’è questa povertà, è che uno non può pretendere,non riesce psicologicamente a pretendere».

E Julian Carròn, a proposito di desiderio, bene sottolinea, al contrario della psicoanalisi, lo slancio verso l’Infinito: “Gesù vede in noi, in te, in me, una realtà superiore, un principio originale e irriducibile, del quale il nostro bisogno, il nostro desiderio, la nostra sproporzione è il primo riverbero, e allora il nostro bisogno, il nostro desiderio, che noi consideriamo una nostra debolezza, è proprio quello che ci rende irriducibili. Proprio perché siamo insopprimibile desiderio dell’infinito, siamo irriducibili a qualsiasi reazione, e perciò il valore non si può confondere con le reazioni che siamo indotti ad assumere. (..) Io, che ho questa istintività, non sono soltanto istintività, ma un io che ha la consapevolezza dello scopo per cui ce l’ha, e sa
che questa energia, questo impeto è fatto per un fine. L’unica cosa è non fermarsi a metà strada, non posso bloccare l’impeto che ci rimanda oltre
per evitare il sacrificio che comporta, il dramma in cui ci mette. Invece tante volte succede (..) che il desiderio (sia) ridotto a voglia, istinto, reazione. Ma se il mio desiderio è soltanto voglia senza scopo, se questa istintività, che per il fatto di essereall’interno del mio io ha il respiro dell’infinito, è ridotta a voglia e Cristo si riduce a regola, è normale che a uno venga la paura. Resta soltanto il moralismo: bloccare l’istintività per evitare di andare contro la regola.
Dove è la falsità di questa riduzione del desiderio a voglia, a istinto?
Dice don Giussani: «L’uomo a differenza degli animali e delle altre cose è consapevole del rapporto che passa tra il suo emergente istinto e il tutto, cioè l’ordine delle cose».96 L’istinto non può essere staccato dallatotalità dell’io, con tutto lo slancio infinito che ha dentro. Perciò non c’è la voglia: io sono una istintività che ha la coscienza del fine, che ha tutta l’apertura all’infinito. Perfino uno come Pavese lo riconosce: «Quello che l’uomo cerca nel piacere è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di raggiungere questo infinito».