Lungi dal vincere la morte, la si è moltiplicata.

Lungi dal vincere la morte, la si è moltiplicata.

La modernità, nella sua stessa generosità, è fondata sulla fiducia nel progresso dunque. Promuove una certezza a nostra misura, una certezza mel nostro potere perché è precisamente la certezza che l’uomo ha il potere di stabilire con le sue proprieforze un regno di giustizia e di pace, e, non più per grazia divina, ma con la scienza e le arti, di vincere la morte. Ma questa certezza ideologica è crollata. Lungi dal vincere la morte, come sognava ingenuamente lo zio Kolja, la si è moltiplicata. Lungi dal delucidare il suo mistero, lo si è ispessito fino alle tenebre più opache. Tre nomi propri bastano a dimostrarlo: Kolyma, Auschwitz, Hiroshima. La nostra generazione non crede più alle utopie politiche o estetiche perché porta il bilancio dei loro stermini.

Fabrice Hadjadj, Meeting di Rimini, 25 agosto 2011

noi siamo un bisogno insopprimibile di certezza che non riusciamo mai effettivamente a colmare.

Noi siamo un bisogno insopprimibile di certezza che non riusciamo mai effettivamente a colmare.

Diane Arbus

L’incertezza ci si presenta così come una sorta di “precariato” dell’esistenza: ma se da un lato noi continuiamo ad aspettarci dalla tecno-scienza un controllo previsionale della natura fisica, e a rivendicare dallo Stato la tutela dei nostri diritti individuali e sociali; dall’altro lato queste aspettative e queste rivendicazioni finiscono forse con il coprire quel livello più radicale e più inquietante che sempre, poco o tanto, l’insicurezza rende evidente, e cioè che non siamo i padroni del nostro destino. Ma allora si pone una domanda: la mancanza di certezza coincide totalmente ed esclusivamente con la nostra incapacità a far fronte agli imprevisti della vita, ai casi della natura e agli accidenti della storia? Se la risposta è sì, allora l’incertezza è solo il riverbero di uno scacco, di una condanna, qualcosa come una maledizione. Ma se guardiamo più attentamente, essa è in grado di attestare anche qualcos’altro, vale a dire il nostro essere-esposti costitutivamente a ciò che accade, che ci raggiunge, ci tocca, e per ciò stesso ci spiazza, ci provoca, ci chiama in causa.
Il punto essenziale è dunque quello di non ridurre questo fenomeno dell’incertezza: il disagio che esso induce è innegabile e inaggirabile: ma proprio in quanto tale esso si mostra come il segno di un enigma più profondo e la traccia di un’inquietudine più radicale, e cioè del fatto che il nostro compimento, la nostra realizzazione piena non è in definitiva realizzabile da noi. E questo certamente a motivo della limitatezza della nostra esistenza individuale – ma non solo per questo; e certamente anche per l’inadeguatezza di tutti quei progetti, scientifici e politici che ci avevano promesso un controllo più sicuro e un senso più pieno della vita e del mondo – ma non solo per questo. In gioco c’è qualcosa di più, e cioè che noi siamo un bisogno insopprimibile di certezza che non riusciamo mai effettivamente a colmare.

Costantino Esposito, Meeting di Rimini, 23 agosto 2011

Certi nella fede.

Vicente Juan Macip (Juan de) Juanes, El entierro de San Esteban

Al direttore – Qualche giorno fa, il testo del necrologio che abbiamo dettato al Servizio necrologi del Corriere della Sera per annunciare la scomparsa di mio padre, il professor Sergio Cigada, è stato modificato con la motivazione di “non correttezza linguistica”. Il testo recitava: “La moglie Maria Luisa, i figli Sara, Cecilia con Giorgio, Leone, il fratello Oliviero annunciano con dolore e certi nella fede la scomparsa del loro amatissimo Sergio…”. Un’impiegata giovane e cortese ci ha comunicato che i testi pubblicati vengono “accuratamente vagliati” dal punto di vista della correttezza linguistica. E che l’espressione “certi nella fede” non è linguisticamente corretta e che sarebbe stata sostituita con l’espressione “uniti nella fede”. Ho telefonato per avere chiarimenti e mi è stato ripetuto diverse volte che quanto viene pubblicato deve essere “coerente con la linea editoriale del giornale”. Scrivo per segnalare una grave confusione: è ben diverso parlare di correttezza linguistica oppure del senso di un’espressione. Quel che è stato fatto non è una correzione formale (in italiano “certi nella fede” si può dire benissimo), ma una censura del contenuto.

Sara Cigada, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano

Lettera al Foglio, 12 marzo 2010