Durai quanto sarei durata casta (amate la carne).

Durai quanto sarei durata casta (amate la carne).


Vivere senza mangiar carne è come vivere senza far l’amore come Dio comanda.
Dopo l’incontro ravvicinato con certe mucche schiacciate (vive) in un camion che saliva su un traghetto diretto in Grecia, sbarcata, per eccesso di compassione m’imposi il vegetarianesimo. Durai quanto sarei durata casta. Voi uccidete la vita degli animali!, dicono gli sbilenchi mistici della “naturalezza” di palline di soia disidratata, che invece è robaccia di produzione ben più industriale dei salamini di fegato, per esempio, che io a ragione adoro. In verità il vegetarianesimo è la pratica di un delirio di negazione della realtà: la stessa vita degli animali continua grazie al carnivorismo (se al mio cane do un cetriolo ci gioca a palla, i pesci grandi ingoiano i più piccoli, i dolci uccellini fan razzia di vermi e insetti…). Il carnivorismo è insito nella Natura e nella natura umana, perché l’uomo è, seppur pensante, un corpo animale(sco). Diffidate delle femmine che non
san cucinare carne. Non sono femmine nemmeno sotto le lenzuola. Insospettitevi dei maschi rimbavegani. Con quelle manocce inabili ad agguantare un cosciotto d’abbacchio o un gambero fritto sono pure incapaci d’impugnare come si deve le tonde chiappe d’una femmina. Amate la carne, mangiate carne: perché lo siete, vivaddio.
Gemma Gaetani (Il Foglio, 28 aprile 2012)

Pronti a morire per un altro

Pablo Picasso, Madre e figlio

Pablo Picasso, Madre e figlio

Un bambino è un bambino sempre, prima della storia, prima della psicanalisi, prima del femminismo e prima della scomparsa del sesso. “Quel che avevo inutilmente cercato nei gruppo artistici: l’energia, la gratuità, l’abbandono alla Provvidenza, la gioia senza ritegno e i dolori smisurati, lo trovavo qui – scrive Hadjady – tra i giardinetti e il cavallo a dondolo”. Il bambino ha una forza spaventosa, attira su un’isola selvaggia fuori dal continente civilizzato, rende possibile l’impossibile.

Nemmeno Michel Onfray può resistergli, nemmeno il più grande teorizzatore della metafisica della sterilità, ogni moderno comandamento crolla davanti a un bambino che dice: quando divento giovane voglio sposarti e ballare con te.

Un bambino riporta il caos là dove c’è solo ordine e raziocinio (“ordine e bellezza, calma e voluttà”, canta Battiato, è un’immagine meravigliosa ma non tiene conto del meraviglioso, voluttuoso terremoto portato dai figli), macchia i divani, distrugge le regole, sconvolge

le notti e i giorni, raggiunge il massimo della gioia nella nudità, fa sentire per la prima volta nella vita pronti a morire per un altro, dà una forza sovrumana, ed è la cosa più carnale che esista, che ha bisogno del contatto dei corpi, che cresce con il corpo a corpo, che arriva dal corpo.

Un po’ di carne rosa e profumata di vita nuova, completamente disarmata, invincibile, ci riporterà sempre là dove avevamo perduto i corpi, dove avevamo letto troppi libri, dove avevamo creduto di capire tutto, dove ci eravamo sentiti così liberati, così annoiati, così civilizzati, dove ci eravamo tanto preoccupati per la fine del mondo, per la fine dei sessi, e in sottofondo partirà ogni volta, anche fra un milione di anni, la musica di “Un uomo, una donna”, di Claude Lelouch.

Annalena Benini, La resurrezione della carne, Il Foglio, 19 settembre 2009

Regole infinite

Una serie infinita di regole faticosissime, una serie di condizioni per accedere alla libertà sessuale. Ma se a uno, nel bel mezzo di un incontro di questo tipo (un’orgia: NdR) viene sonno, oppure si rende conto che sarebbe meglio leggere Hegel o dare l’acqua alle piante? Non ci si può lasciar sorprendere dall’amore o dal disamore, né da un corpo. Il corpo non esiste più (…) si fa tutto con la volontà.

Annalena Benini, La resurrezione della carne, Il Foglio, 19 settembre 2009

Non doverlo chiamare sesso

Magritte, Amanti

Magritte, Amanti

Sarebbe bello, poi, anzi sarebbe meraviglioso non doverlo chiamare sesso, che suona un po’ come fare jogging, pilates, fare la cyclette, fare sollevamento pesi o fare il lancio del martello: implica una fatica, un dovere, un appuntamento settimanale, una tuta da ginnastica, un deodorante, un paio di ciabatte da doccia, fa molta tristezza. E’ da quando si chiama così che ha iniziato a scomparire, forse il nome porta jella.

Annalena Benini, La resurrezione della carne, Il Foglio, 19 settembre 2009