Da soli si ha paura del sacrificio.

È bellissimo. Pensate a quando avevo quindici anni e la gente, i giovani cantavano questa canzone. Ed erano parole vere, perché Giarabub è uno dei più grandi fatti eroici dell’ultima guerra. (Giarabub, oasi della Libia nordorientale, durante la seconda guerra mondiale fu attaccata più volte dagli Alleati. Le truppe britanniche la conquistarono nel marzo del 1941, provocando la morte di tutti i soldati del presidio italiano che l’avevano difesa strenuamente dal dicembre del 1940).
(..)
Però è vera: sono morti tutti, dal primo all’ultimo. E noi dobbiamo avere paura di vivere un sacrificio?
Ma da soli si ha paura del sacrificio. Solo mettendosi insieme la paura del sacrificio diventa potenza per superarlo, per realizzarlo, per vincerlo: «Non è vero che uno più uno fa due: fa duemila volte uno». Bello, non c’è niente che mi richiami in modo più triste la mia giovinezza di questo canto. E pensare che quella gente lì ha dato la vita per una cosa che è morta, perché era per sua natura una forma effimera, per una modalità di vita che è morta. E noi facciamo così fatica, dobbiamo essere così pregati, così forzati quasi, per offrire in sacrificio la vita per ciò che è la vita di tutti, anche se non lo sanno?

Luigi Giussani, Affezione e dimora, pag.50

Con ciascuno degli uomini.


Quando Mussolini aveva piazza Venezia piena, gli sembrava di dominare tutto, ma era come se stringesse un mucchio di mosche. Mentre il colonnello di Giarabub, pensate che razza di rapporto doveva avere con ciascuno degli uomini, ciascuno degli uomini! Era una ricchezza, una forza della sua personalità.

Luigi Giussani, “Tu” o dell’amicizia pag 73

Qui nessuno ritorna indietro.

La sagra di Giarabub

Inchiodata sul palmeto regna immobile la luna
a cavallo della duna sta l’antico minareto,
squilli, macchine e bandiere,
son di sangue e di tribù,
che succede cammelliere?
E’ la sagra di Giarabub!

“Colonnello, non voglio pane:
dammi piombo pel mio moschetto:
c’è la terra del mio sacchetto
che per oggi mi basterà.
Colonnello, non voglio l’acqua:
dammi il fuoco distruggitore:
con il sangue di questo cuore
la mia sete si spegnerà.
Colonnello, non voglio il cambio:
qui nessuno ritorna indietro:
non si cede neppure un metro
se la morte non passerà!”

Spunta già l’erba novella dove il sangue scese a rivi…
Quei fantasmi in sentinella sono morti o sono vivi?
E chi parla a noi vicino? Cammelliere non sei tu?
-In ginocchio pellegrino: son le voci di Giarabub!

“Colonnello, non voglio pane:
dammi piombo pel mio moschetto:
c’è la terra del mio sacchetto
che per oggi mi basterà.
Colonnello, non voglio l’acqua:
dammi il fuoco distruggitore:
con il sangue di questo cuore
la mia sete si spegnerà.
Colonnello, non voglio encomi:
sono morto per la mia terra…
Ma la fine dell’Inghilterra
incomincia da Giarabub!”

Crescere, per lui, è essere profondamente vinto da una forza sempre più grande.

Gauguin, La lotta di Giacobbe con l'angelo.

Ciò su cui trionfiamo è piccolo

e il successo stesso di rende piccoli.

L’eterno e il meraviglioso

non vuole essere piegato da noi.

(…) Colui che l’angelo ha vinto

Non è tentato dai trionfi.

Crescere, per lui, è essere

profondamente vinto

da una forza sempre più grande.

R.M.Rilke “il contemplatore” ne Il libro delle immagini

Un uomo lottò con lui fino all’apparir dell’alba.

E.Delacroix, Giacobbe lotta con l'angelo.

E Giacobbe si levò, quella notte, prese le sue due mogli, le sue due serve, i suoi undici figliuoli, e passò il guado di Iabbok. Li prese, fece loro passare il torrente, e lo fece passare a tutto quello che possedeva.

Giacobbe rimase solo, e un uomo lottò con lui fino all’apparir dell’alba. E quando quest’uomo vide che non lo poteva vincere, gli toccò la commessura dell’anca; e la commessura dell’anca di Giacobbe fu slogata, mentre quello lottava con lui.

E l’uomo disse: “Lasciami andare, ché spunta l’alba”. E Giacobbe: “Non ti lascerò andare prima che tu m’abbia benedetto!”

E l’altro gli disse: “Qual è il tuo nome?” Ed egli rispose: “Giacobbe”.

E quello disse: “Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele, poiché tu hai lottato con Dio e con gli uomini, ed hai vinto”.

E Giacobbe gli chiese: “Palesami il tuo nome”. E quello rispose: “Perché mi chiedi il mio nome?”

E lo benedisse qui. E Giacobbe chiamò quel luogo Peniel, “perché”, disse, “ho veduto Iddio a faccia a faccia, e la mia vita è stata risparmiata”.

Il sole si levava com’egli ebbe passato Peniel; e Giacobbe zoppicava dell’anca.

Genesi (32:22-31)

Sporca, confusa, eroica quando capita.

Nel giro di poche ore, con la vittoria di “The Hurt Locker”, l’idea di guerra che guida “Avatar” è invecchiata di colpo, buona soltanto per qualche ideologo nostalgico. Secondo James Cameron a scatenare le guerre sono gli americani – o gli occidentali, che in questo caso è lo stesso – onde sottrarre le ricchezze a popoli pacifici che vorrebbero solo vivere in armonia con la natura. Niente a che vedere con la guerra secondo Kathryn Bigelow: sporca, confusa, eroica quando capita, rumorosa e rischiosa, ma a volte necessaria.

Il Foglio, 9 marzo 2010

Una Dama per la quale rischiare la vita.

I bambini giocano ai cavalieri, le bambine alle principesse. Vogliono un Signore a cui prestare giuramento di fedeltà, un Reame da difendere, una Dama per la quale rischiare la vita, un Principe azzurro nelle cui mani mettere tutta la propria vita. Vogliono una lotta da portare avanti, che richieda forza guerriera o pazienza materna, o dimostrare il proprio valore fino all’estremo. Ma facciamo credere ai bambini che questo Signore, questo Regno, questa Dama e questo Principe azzurro, questa lotta straordinaria contro il Drago non esistono e che devono immaginarli. Però siamo in errore: esistono veramente e dobbiamo seguirli. Il racconto delle fate non è abbastanza meraviglioso, il romanzo di cavalleria non è abbastanza ricco di colpi di scena, in confronto a ciò che ci troviamo davanti nella realtà.

Fabrice Hadjadj, Farcela con la morte, Cittadella

L’augusta grazia del combattimento.

La battaglia di Tours

Quando il mattino della battaglia le compagnie si svegliano e si armano nella nebbia, ognuna occupa il suo posto e attende il giorno. Devono solo attendere e tenersi pronte.

Poi il caso sceglie una di esse fra tutte, e la pone al centro del combattimento.

Essa non l’aveva meritato: l’onore ha deciso per essa.

E le altre compagnie, sue compagne, mentre combattono, sentono oscuramente che altrove il combattimento è più vero, la morte più esigente, il sacrificio più utile e l’esito più decisivo. Per esse , lo sforzo ha delle soste; non ce ne sono per quelli che sono al centro; e quelli sentono di essere nella battaglia; indovinano gli sguardi, le grida lanciate verso di loro, e su di loro il pensiero del capo.

Sotto questi sguardi, queste grida, questo pensiero, il loro gruppo ferito, decimato, lotta con coraggio maggiore del suo stesso coraggio, resiste con una forza maggiore della sua stessa forza.

Esso era al mattino simile agli altri, né più coraggioso, ne’ meno coraggioso ; e alla sera è diverso.

Ha superato la prova esce dal fuoco.

È, rimane diverso, segnato agli occhi di tutti dalla augusta grazia del combattimento.

Un caso ne è la causa: l’eroismo è entrato in esso.

Tale è cristiano: un essere fra gli esseri, e simile ai più umili.

Ma egli combatte per l’intera natura, le potenze dall’alto sperano nel suo sforzo, è stato scelto e da ciò deriva il sovrappiù della sua forza.

(C. Péguy)