Fate bene, fratelli.

Fate bene, fratelli.

Juan Ciudad, nato a Montemor-o-novo, presso Evora (Portogallo) l’8 marzo 1495, all’età di otto anni scappò di casa. A Oropesa nella Nuova Castiglia, dove sostò per la prima tappa, la gente, non sapendo nulla di lui, neppure il cognome, cominciò a chiamarlo Giovanni di Dio e tale rimase il suo nome. Fino a 27 anni fece il pastore e il contadino, poi si arruolò tra i soldati di ventura. Nella celebre battaglia di Pavia tra Carlo V e Francesco I, Giovanni di Dio si trovò nello schieramento vincitore, cioè dalla parte di Carlo V. Più tardi partecipò alla difesa di Vienna stretta d’assedio dall’ottomano Solimano II.
Chiusa la parentesi militaresca, finché ebbe soldi nel borsello vagò per mezza Europa e finì in Africa a fare il bracciante; per qualche tempo fece pure il venditore ambulante a Gibilterra, commerciando paccottiglia; stabilitosi infine a Granata vi aprì una piccola libreria. Fu allora che Giovanni di Dio mutò radicalmente indirizzo alla propria vita, in seguito a una predica del B. Giovanni d’Avila. Giovanni abbandonò tutto, vendette libri e negozio, si privò anche delle scarpe e del vestito, e andò a mendicare per le vie di Granata, rivolgendo ai passanti la frase che sarebbe divenuta l’emblema di una nuova benemerita istituzione: “Fate (del) bene, fratelli, a voi stessi”.
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Rischio, azzardo, avventura, molto probabilmente sofferenza.

Egon Schiele, Portrait, Black vase

Che cosa è diventato l’amore ai tempi del mercato? Un amore “da reinventare” risponderebbe il poeta Arthur Rimbaud, perché oggi viviamo i tempi dell’interesse, della sicurezza a ogni costo del godimento, della sessualità priva di sentimento, invece – si sa – l’amore è tutt’altro: è rischio, azzardo, avventura, molto probabilmente sofferenza.

Forse ai tempi del mercato non possiamo più permettercelo.
Forse ne siamo impauriti e preoccupati.
Forse per viverlo dobbiamo prima addomesticarlo.

Ritanna Armeni, Il Foglio 7 agosto 2010.

Solo l’avventuriero la scopre.

Caspar David Friedrich, Chalk Cliffs on Rügen

La vita, diceva Chesterton, ‘è la più bella delle avventure, ma solo l’avventuriero lo scopre’: questo significa che non bisogna avere paura di vivere la relazione, di mettersi in gioco, di mettere in discussione se stessi, il proprio carattere, i propri difetti. Amare significa stare nella realtà, con la sua bellezza, con le sue difficoltà, come l’avventuriero che non si ferma dinanzi al primo ostacolo, che non pretende di raggiungere la cima della montagna attraverso una strada pianeggiante, che sa che le cose più belle si raggiungono e si mantengono con l’impegno, la fatica. Una fatica santificante, che edifica, che costruisce, che dà gioia.

Francesco Agnoli, Il Foglio, 15 gennaio 2010