Ciò è grave, soprattutto perché è la verità.

(Gesù Cristo) ha vissuto serenamente, come il più grande artista di tutti gli artisti, sdegnando sia il marmo che l’argilla e il colore, e lavorando sulla carne viva. Vale a dire che questo artista inaudito e quasi inconcepibile, (..) non faceva né statue, né quadri, né libri: (..) egli faceva degli uomini vivi, degli immortali. Ciò è grave, soprattutto perché è la verità.

Vincent Van Gogh, Lettera a Bernard, 1888

La morte di Bergotte.

Morì nelle seguenti circostanze: in seguito a una crisi, abbastanza leggera, di uremia, gli era stato prescritto il riposo. Ma poiché un critico aveva scritto che nella Veduta di Delft di Vermeer (prestata dal museo dell’Aja per una mostra di pittura olandese), quadro ch’egli adorava e credeva di conoscere alla perfezione, un piccolo lembo di muro giallo (di cui non si ricordava) era dipinto così bene da far pensare, se lo si guardava isolatamente, a una preziosa opera d’arte cinese, d’una bellezza che poteva bastare a se stessa, Bergotte mangiò un po’di patate, uscì di casa e andò alla mostra. Sin dai primi gradini che gli toccò salire, fu colto da vertigini. Passò davanti a parecchi quadri ed ebbe l’impressione dell’aridità e inutilità di una pittura così artificiosa, che non valeva le correnti d’aria e di sole di un palazzo di Venezia o di una semplice casa in riva al mare. Alla fine, fu davanti al Vermeer, che ricordava più smagliante, più diverso da tutto quanto conoscesse, ma nel quale, grazie all’articolo del critico, notò per la prima volta dei piccoli personaggi in blu, e che la sabbia era rosa, e – infine – la preziosa materia del minuscolo lembo di muro giallo. Le vertigini aumentavano; lui non staccava lo sguardo, come un bambino da una farfalla gialla che vorrebbe catturare, dal prezioso piccolo lembo di muro. «E’ così che avrei dovuto scrivere, pensava. I miei ultimi libri sono troppo secchi, avrei dovuto stendere più strati di colore, rendere la mia frase preziosa in sé, come quel piccolo lembo di muro giallo.» Tuttavia, la gravità delle vertigini non gli sfuggiva. In una celeste bilancia gli appariva, ammucchiata su uno dei due piatti, la sua propria vita, mentre l’altro conteneva il piccolo lembo di muro così ben dipinto in giallo. Sentiva d’aver dato, incautamente, la prima per il secondo. «Non vorrei comunque diventare, si disse, il fatto saliente di questa mostra per i giornali della sera.» Mentre si ripeteva: «Piccolo lembo di muro giallo con tettoia, piccolo lembo di muro giallo», crollò su un divano circolare; non meno bruscamente smise di pensare che era in gioco la sua vita e, tornando all’ottimismo, rifletté: «E’ una semplice indigestione, per via di quelle patate non abbastanza cotte; non è niente». Un nuovo colpo l’abbatté, dal divano rotolò per terra, facendo accorrere tutti i visitatori e i guardiani. Era morto.

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto

Manca il mestiere.

Pieter Paul Rubens, Vulcano forgia le folgori per Giove

In parola d’onore i nostri vecchi non avevano tutti i torti. (…) I nostri vecchi sapevan benissimo che prima di ritenersi artista, che prima di saper attingere alla spontaneità, l’uomo a lungo doveva aver addestrato la sua natura d’artiere, d’homo faber. (…) Si gira il mondo, e si osserva e si fa tesoro d’esperienza, e come va che non salti in mente a nessuno di narrare le cose vissute? Manca il mestiere. Il miglior modo di discorrere si trova sicuro nei testi di lingua; ma non s’impara che col proprio lavoro, e ci vuole una gran processione d’artieri prima d’aver un artista..

Giuseppe Ungaretti L’estetica di Bergson (1924)

Il sapere della malinconia.

Vincent Van Gogh, Chiatte di carbone

In un libro recente Massimo Recalcati ha cercato di rintracciare nella profondità della psiche di Vincent Van Gogh la radice e il senso delle sue immense opere d’arte. Van Gogh ha avuto la sfortuna di nascere lo stesso giorno in cui era nato l’anno precedente un suo fratellino morto alla nascita, atteso e desiderato dalla coppia dei genitori e a cui avevano dato il nome di Vincent. Il secondo Vincent Van Gogh non è accolto come un figlio donato dal cielo, ma come un sostituto, utilizzabile, per i propri desideri, al posto del primo Vincent già morto. Nel cuore di Van Gogh si spalanca l’abisso di non avere un nome proprio, di essere privo di identità e non essere amato come ogni figlio di donna si aspetta uscendo dall’utero, ma curato e assistito come accade anche con gli animali domestici. Privo di identità e di un nome proprio, VanGogh sperimenta il vuoto assoluto della “malinconia” che distrugge lo stesso amore della vita a cui siamo chiamati per esistere. Questa malinconia, più profonda di ogni depressione o tristezza, spinge Van Gogh a cercare un modello di riferimento, uno scopo a cui votare la sua capacità di produrre opere. Lo trova prima in una straordinaria imitazione di Cristo che esprime il suo bisogno di amore e di assoluto, ma, dopo alterne vicende, esplode nelle sue mani l’arte della pittura. Entra in campo quella che Recalcati chiama la supplenza simbolica. Van Gogh comincia a cercare nei suoi quadri la luce assoluta che trasforma il mondo e gli dà il senso di una creazione meravigliosa. Il giallo, come sottolinea ancora Recalcati, diventa per Van Gogh il colore insopprimibile e il simbolo assoluto dell’universo intero. Le stelle e il sole, le luci e le lanterne si trasformano fino a diventare lo stesso quadro. Il dipinto del sole che sovrasta gli ulivi come corpi contorti e rinsecchiti dà il senso di questa furiosa ricerca della luce assoluta. La pittura consentirà a Van Gogh di trasformare la sua psicosi in una grande creazione artistica e quando il suo universo simbolico si romperà egli cercherà la morte, ma la sua pittura resterà per gli occhi di tutti coloro che cercano di guardare direttamente la luce del Sole. Recalcati fornisce un’interpretazione del possibile rapporto fra la grande melanconia e la creazione dell’opera d’arte che nessun neuroscienziato sarebbe in grado di proporre con i suoi racconti di sinapsi e recettori.

Pietro Barcellona, Come si scrive l’anima, Il Foglio, 22 dicembre 2009

La bellezza è un dardo che ferisce (l’arte è fatta per turbare).

Che cosa può ridare entusiasmo e fiducia, che cosa può incoraggiare l’animo umano a ritrovare il cammino, ad alzare lo sguardo sull’orizzonte, a sognare una vita degna della sua vocazione se non la bellezza? Voi sapete bene, cari artisti, che l’esperienza del bello, del bello autentico, non effimero né superficiale, non è qualcosa di accessorio o di secondario nella ricerca del senso e della felicità, perché tale esperienza non allontana dalla realtà, ma, al contrario, porta ad un confronto serrato con il vissuto quotidiano, per liberarlo dall’oscurità e trasfigurarlo, per renderlo luminoso, bello.

Una funzione essenziale della vera bellezza, infatti, già evidenziata da Platone, consiste nel comunicare all’uomo una salutare “scossa”, che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo “risveglia” aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto. L’espressione di Dostoevskij che sto per citare è senz’altro ardita e paradossale, ma invita a riflettere:  “L’umanità può vivere – egli dice – senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più vivere, perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo. Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui”. Gli fa eco il pittore Georges Braque:  “L’arte è fatta per turbare, mentre la scienza rassicura”. La bellezza colpisce, ma proprio così richiama l’uomo al suo destino ultimo, lo rimette in marcia, lo riempie di nuova speranza, gli dona il coraggio di vivere fino in fondo il dono unico dell’esistenza.

Benedetto XVI agli artisti, 21 novembre 2009

 

Rendere commovente il mondo dello spirito.

 

Noi abbiamo bisogno di voi. Il Nostro ministero ha bisogno della vostra collaborazione. Perché, come sapete, il Nostro ministero è quello di predicare e di rendere accessibile e comprensibile, anzi commovente, il mondo dello spirito, dell’invisibile, dell’ineffabile, di Dio. E in questa operazione… voi siete maestri. È il vostro mestiere, la vostra missione; e la vostra arte è quella di carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parola, di colori, di forme, di accessibilità”

(Paolo VI, Insegnamenti ii, [1964], 313).